La sanità è «gratuita» in Nord Corea, almeno fino a quando non ti ammali

L’élite del Partito comunista può avere le migliori cure gratis. Tutti gli altri, invece, hanno due possibilità: essere ricchi o morire

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I leader comunisti della Corea del Nord si fregiano spesso di avere un sistema sanitario nazionale di eccellenza e gratuito che si prende cura del popolo. Ma la verità è che se ti ammali l’unico modo per sopravvivere è essere un membro dell’élite o molto ricco.

I MIGLIORI OSPEDALI SONO PER KIM E IL PARTITO

Tae-il Shim, che è scappato dalla Corea del Nord nel 2018 e oggi vive in Corea del Sud, ha offerto sul sito specializzato Nk News un raro approfondimento sulla disastrosa realtà della sanità nella dittatura più feroce al mondo. Nel paese ci sono in effetti ottimi ospedali, costruiti con i migliori crismi: l’ospedale generale numero 11, l’ospedale della Croce rossa e il Kim Man-yu. Peccato che solo chi appartiene alle classi più alte, chi ha cioè un “songbun” (curriculum rivoluzionario) sufficientemente elevato può accedervi. I fiori all’occhiello della sanità, poi, cioè l’ospedale Namsan e il Bonghwa, sono esclusivamente riservati all’élite del Partito.

«IL SOCIALISMO È LA MEDICINA PREVENTIVA»

Il 99 per cento della popolazione deve rivolgersi ad altri nosocomi, dove è frequente trovare cartelli con messaggi altisonanti: «La devozione è la migliore medicina» o «il socialismo è la medicina preventiva». La realtà è che gli ospedali non sono forniti di riscaldamento o energia elettrica e chi viene ricoverato in inverno deve gelare al freddo o pagare per avere una stufetta a legna nella propria stanza.

Per diventare medico, professione altamente considerata in Corea del Nord, bisogna ricorrere alla corruzione ed è per questo che «una volta che i dottori vengono assegnati a un ospedale cercano di farsi versare mazzette le più care possibile per rifarsi di quelle che hanno dovuto pagare per accedere alla professione».

QUATTRO ANNI DI STIPENDIO PER UNA OPERAZIONE

Chi si ammala, vive o muore a seconda di quanti soldi ha a disposizione. Medicine e materiale sanitario, infatti, sono solo teoricamente gratuiti. In realtà, devono essere pagati dai pazienti. «Quando ho avuto bisogno di un’operazione», racconta Tae-il, «mi sono procurato tutto: cotone, camici, anestetici e antiobitici. Ho dovuto passare al medico una mazzetta da 100 yuan e poi invitare tutto il suo staff, composto da dieci persone, a cena in un ristorante a mie spese. La cena mi è costata altri 100 yuan, per un totale di 200».

Se da un lato 200 yuan, che corrispondono ad appena 26 euro, possono sembrare pochi, paragonati agli stipendi nordcoreani diventano una cifra esorbitante. Chi infatti ha un lavoro assegnato dallo Stato, cioè quasi tutti, guadagna tra i 2.000 e i 3.000 won al mese. La cifra equivale al costo di un chilo di riso o a circa 5 yuan, più o meno 50 centesimi. Per farsi operare, dunque, bisogna mettere da parte l’equivalente di quasi quattro anni di lavoro. La situazione migliora per chi trova un rarissimo impiego in un’azienda privata, magari cinese, e viene pagato all’incirca 10 yuan al mese. Per un intervento chirurgico è comunque necessaria una somma pari a circa due anni di lavoro.

FARSI OPERARE SENZA ANESTESIA PER RISPARMIARE

Simili somme sono inarrivabili per la maggior parte della popolazione ed è per questo che «mentre l’1 per cento dei nordcoreani hanno accesso alla sanità gratuita, solo il 20 per cento possono permettersi un medico. A tutti gli altri non passerebbe neanche per l’anticamera del cervello di andare dal dottore. Il risultato è che molti, per risparmiare, si fanno operare senza anestesia».

Tae-il è stato operato cinque volte, una di queste senza anestesia:

«Un giorno sono stato accoltellato alle 3 del mattino da alcuni ladri. Il coltello mi ha perforato un polmone. Ci ho messo un’ora a raggiungere l’ospedale e avevo perso tanto sangue da non averne più in corpo. I miei piedi nelle scarpe nuotavano nel liquido rosso. Al pronto soccorso c’erano solo un urologo ubriaco e un’infermiera. Il primo si svegliò dopo mezz’ora dal mio arrivo e mi disse che non aveva la minima idea di come curarmi. Alle 8 del mattino arrivò un chirurgo che, grazie al cielo, conoscevo personalmente. Vedendo che ero in condizioni disperate, unì quattro sedie e mi fece distendere sopra quel tavolo operatorio improvvisato. Avrebbe dovuto usare l’anestesia, ma per farlo è necessaria l’approvazione dell’amministrazione, che a quell’ora non era ancora arrivata in ospedale. Alla fine sono stato fortunato a sopravvivere, anche se non ho mai urlato tanto per il dolore. Le mie urla, però, non hanno disturbato nessuno tra quelli all’interno dell’ospedale».

«TROPPO IMPEGNATI A CERCARE CIBO»

Nonostante la disastrosa condizione della sanità “gratuita per tutti”, spiega Tae-il, i nordcoreani non si curano del problema: «La maggior parte dei nordcoreani è costretta a lavorare dalla mattina alla sera senza ottenere quasi nulla in cambio: la sanità gratuita è qualcosa che non riescono neanche a immaginare. Del resto, ogni mattina sono troppo impegnati a pensare a trovare qualcosa da mangiare per la mattina successiva o se c’è della zuppa di mais per cena».

Foto Ansa