Non si prende il petrolio con le mani pulite

Quali risultati hanno raggiunto le decine di indagini per corruzione internazionale aperte in Italia su aziende italiane? Quasi nessuno, a parte i danni economici per il paese (vedi il caso Eni)

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Addio alle armi. Nel maggio 2016 l’India ha annunciato che avrebbe rescisso contratti con l’Italia per circa 2 miliardi di euro. Via l’appalto da 560 milioni di dollari per la fornitura di 12 elicotteri da parte dell’Agusta Westland, del gruppo pubblico Finmeccanica (che poi ha cambiato nome in Leonardo). Via la fornitura di 13 cannoni fabbricati dalla Oto Melara (sempre Finmeccanica-Leonardo) destinati alle fregate e ai cacciatorpediniere della marina indiana, per un valore di 200 milioni di euro. Via altre commesse per la vendita di siluri, radar, missili e sistemi antisommergibile… Il ministro della Difesa di Nuova Delhi, Manohar Parrikar, aveva solennemente dichiarato: «Non faremo più transazioni con le aziende pubbliche italiane fino a quando Finmeccanica resterà nella nostra lista nera».

Addio anche al petrolio. Lo scorso 26 gennaio la Nigeria ha confiscato all’Eni il giacimento Opl 245: oltre 500 milioni di barili di oro nero nascosti sotto il fondo dell’Oceano Atlantico, al largo di Lagos. Nel 2011, su quel ricco campo offshore, la compagnia pubblica italiana aveva strappato un’interessante concessione, pagando poco più di 1 miliardo di euro. Ma petrolio e soldi, a questo punto, sono probabilmente da considerare evaporati. Come acqua nel deserto.

Questi due disastri economici e d’immagine sono, finora, gli unici risultati tangibili dell’attività giudiziaria italiana in materia di corruzione internazionale. Il primo disastro, quello sulle armi, è arrivato esattamente un mese dopo la condanna che nell’aprile 2016 la Corte d’appello di Milano ha inflitto all’ex presidente di Finmeccanica, Giuseppe Orsi: 4 anni e 6 mesi di reclusione. La sentenza è stata poi annullata dalla Corte di cassazione, che lo scorso 16 dicembre ha disposto un nuovo processo d’appello. Ma intanto Nuova Delhi ha trasformato quella condanna sospesa in una lancia puntata contro Roma, forse anche come strumento di pressione nell’infinita contesa sui due marò, accusati di avere ucciso due poveri pescatori del Kerala nel 2012. Il secondo disastro, quello sul petrolio, è il risultato della chiusura delle indagini annunciata nel dicembre 2016 dalla procura di Milano su Paolo Scaroni e Claudio Descalzi, gli ultimi due amministratori delegati dell’Eni, per i quali è stata poi presentata una richiesta di rinvio a giudizio lo scorso 8 febbraio.

È così. Capita, purtroppo. In Africa e in Asia i nostri manager pubblici e privati concludono affari, scontrandosi con l’agguerrita competizione delle imprese di cento altre nazioni. Non occorre essere cinici, né spregiudicati, per sapere o solo per intuire che i mercati di quei due continenti sono opachi e particolarmente “difficili”. Le regole, da quelle parti, non sono mai trasparenti. Le porte del potere politico centrale e locale, spesso, sono chiuse e i cardini da ungere sono tanti. Non è così soltanto per gli italiani, ovviamente. Il problema è che altrove la magistratura chiude un occhio, se non due. Da noi, invece, si trova sempre una procura che apre un’inchiesta, ipotizzando la corruzione internazionale. A volte accade anche “a gentile richiesta”, perché basta la denuncia di un avversario o di un concorrente. Si chiama obbligatorietà dell’azione penale: alla notizia di un reato, il magistrato deve agire. È un principio costituzionale raro, nell’Occidente, ma in Italia per di più è affidato a una magistratura che diversamente da quanto accade in mezza Europa è totalmente autonoma dal potere esecutivo. Il risultato è che, a quel punto, l’inchiesta parte. E la frittata è fatta.

Un attivismo unico al mondo
Anche perché in materia, una volta tanto, abbiamo anche leggi particolarmente avanzate. Tutto è iniziato con la convenzione Ocse del 17 dicembre 1997 sulla «lotta alla corruzione nelle operazioni economiche internazionali». La convenzione imponeva agli Stati aderenti d’introdurre «un nuovo reato per le persone fisiche e per le aziende che cercano di corrompere funzionari stranieri per ottenere indebiti vantaggi nel commercio internazionale». Dell’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, fanno parte i primi 35 paesi industrializzati del globo. E l’Italia è stata tra i primi a dotarsi delle nuove norme. Ha riformato il Codice penale, che con il nuovo articolo 322bis ha introdotto i nuovi reati di «peculato, concussione, corruzione e istigazione alla corruzione di membri degli organi delle Comunità europee e di funzionari delle Comunità europee e di Stati esteri». Poi, nel 2001, ha varato la legge 231, che ha allargato le fattispecie di reato a enti, società e imprese, anche operanti all’estero. Infine, nel 2002, ha promulgato la legge 190 che ha imposto nuove regole di trasparenza e protocolli anticorruzione.

Per valutare i risultati di tanto impegno, l’Ocse ha creato un gruppo di lavoro sulla corruzione, che nel 2016 ha stilato una classifica delle indagini aperte dai paesi aderenti tra il 1999 e il 31 dicembre 2014: primi sono risultati gli Stati Uniti, con 57 inchieste su persone fisiche e 35 su aziende; al secondo posto si è piazzata la Germania, rispettivamente con 45 e 11. Indovinate chi ha vinto la medaglia di bronzo? Bravi: l’Italia, con 9 persone indagate e 4 aziende. Seguono colossi degli scambi internazionali come Gran Bretagna, Francia, Belgio, Svizzera, tutti però con meno di dieci indagini in totale.

Raffaele Cantone, tra le massime autorità in materia, propone statistiche che per l’Italia mostrano un attivismo giudiziario anche maggiore. Dal gennaio 2001 al 31 dicembre 2015, calcola il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, sono iniziate 57 inchieste: «Di queste – aggiunge il magistrato – nel giugno 2016 ce n’erano 18 ancora in fase d’indagine, 9 in fase processuale, e 26 concluse. Le condanne sono state due: una però non è ancora definitiva, e una sola è passata in giudicato». Attenti, perché è questo il nostro vero primato: nella corruzione internazionale l’Italia è stato il primo paese a emettere una vera sentenza definitiva. Gli altri Stati, quando parte un procedimento, si fermano sempre a patteggiamenti nelle indagini preliminari, spesso nascosti, anche per evitare i disastrosi effetti internazionali di cui s’è detto. Segnatevi la data, perché ormai è Storia: era il 12 febbraio 2016, e la sesta sezione penale della Cassazione condannava la Snamprogetti del gruppo Eni, nel frattempo incorporata dalla Saipem. Veniva quindi confermata in via definitiva l’accusa che l’azienda avesse pagato tangenti per oltre 187 milioni tra il 1994 e il 2004, in Nigeria, per vincere un appalto da 6 miliardi di dollari nella liquefazione del gas.

Un chiodo per impiccare chiunque
La sanzione, per la Snamprogetti-Saipem, è stata di 600 mila euro, più la confisca di altri 24,5 milioni. Con un problemino non secondario: la società italiana faceva parte di un’importante joint-venture, fondata in Olanda, cui partecipavano anche imprese francesi, giapponesi e americane. Era proprio la joint-venture ad avere foraggiato una serie di alti politici nigeriani attraverso finte consulenze. La sentenza è molto interessante, a tratti quasi divertente: racconta di incontri, definiti «cultural meeting», dove si decidevano le dimensioni delle mazzette per gli «essential people», e cioè ai potenti destinatari della corruzione. Il problema è che, leggendo la condanna, si capisce che Olanda, Francia e Giappone si sono ben guardati dall’istruire un processo. C’è stato forse qualche patteggiamento negli Stati Uniti, nulla di più.

Gli avvocati della società italiana cercano inoltre di far valere un ragionamento logico: la joint-venture ha sede all’estero; i contratti, i pagamenti e i presunti reati sono tutti avvenuti all’estero; nessun accordo corruttivo è stato programmato o realizzato in Italia. Quindi la giurisdizione italiana è fragile. I supremi giudici stracciano la difesa e stabiliscono che basta la «mera consapevolezza della società con sede in Italia in ordine a ipotetiche strategie corruttive». Per dirla in parole semplici: quel che conta è che a Milano ci fosse qualcuno che poteva ragionevolmente presupporre il pagamento delle mazzette. Ma è il classico chiodo a cui chiunque potrebbe essere impiccato.

Un ragionamento simile sembra valere oggi per la richiesta di rinvio a giudizio appena presentata nell’inchiesta sull’Eni e sulle presunte tangenti pagate in Nigeria per il giacimento Opl 245. L’Eni si è arroccata su una concreta linea di difesa: l’unico modo per cautelarsi dalle richieste di tangenti, in Africa, è trattare direttamente con i governi, e così l’accordo per l’Opl 245 prevedeva proprio che il pagamento del miliardo avvenisse in quell’unica direzione, senza che l’Eni fosse a conoscenza della destinazione finale del denaro. La procura di Milano ritiene, al contrario, che questo non sia bastato a evitare la corruzione. Si vedrà, adesso, se il giudice riterrà fondata la tesi della procura. Certo, a meno che non si appuri che in parte quei soldi sono tornati in Italia e che li abbia intascati qualche manager, il risultato è che in questo paese, per chi opera nelle megacommesse sui grandi mercati africani o asiatici, non c’è praticamente mezzo per salvarsi da un’accusa di corruzione internazionale.

Le «volatilità» dei cooperatori
Siete perplessi? Non vi convince l’idea che l’Italia stia compiendo atti di luddismo giudiziario, se non di vero masochismo industriale? Considerate comunque dei lestofanti i manager e gli imprenditori che, allo scopo di ottenere utili per le loro aziende, sono costretti a piazzare bustarelle in paesi dell’Africa o dell’Asia? Bene. Parliamo allora dell’aiuto allo sviluppo.

In quel campo non ci sono profitti: i soldi e gli aiuti dovrebbero andare tutti alle popolazioni più diseredate della Terra. Secondo l’ultimo Human Development Report delle Nazioni Unite, la maggior parte dei paesi beneficiari dei progetti di cooperazione si trova nell’Africa subsahariana, e qui si concentra oggi un terzo della povertà mondiale: il valore, però, era un quinto nel 1990. Insomma, là dove più sono arrivati aiuti, meno hanno prodotto effetti positivi. Un incomprensibile paradosso, che ha una sola spiegazione, per quanto cinica. Ogni anno, la cooperazione internazionale allo sviluppo assorbe circa 135 miliardi di dollari: l’80 per cento della somma va a finanziare le strutture delle Ong, le organizzazioni non governative che la gestiscono, ma in gran parte si perde per strada, in quella che i professionisti del settore definiscono eufemisticamente «volatilità». Ovverossia in intermediazioni, tangenti, bustarelle… E anche questo è la corruzione internazionale. Vogliamo forse indagare anche qui, signori magistrati?

Foto Ansa

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