Non si è mai troppo vecchi per un’eterologa. Lo ha deciso il Tar

Per i giudici il limite di 43 anni fissato da Regione Lombardia per accedere alla fecondazione assistita «è discriminante». Ma la natura non si cambia con una sentenza

Non è più questione di teoria, ma di pratica: se una donna di 50 anni vuole un figlio, perché negarglielo? La scienza lo consente, i tribunali pure. Con sentenza emessa il 19 luglio, il Tar della Lombardia ha eliminato infatti il limite dei 43 anni fissato dalla Regione per ottenere prestazioni di procreazione assistita eterologa fino a un massimo di tre cicli in strutture accreditate.

IL LIMITE È “DISCRIMINANTE”

In altre parole, se fino a ieri in Lombardia era consentito a una donna “realizzare il proprio sogno di maternità” ricorrendo all’uso di uno o entrambi i gameti da donatori col solo pagamento del ticket, a patto però che non avesse ancora compiuto 43 anni e avesse già effettuato tre tentativi, ebbene oggi questi limiti non esistono più. A fare ricorso è stata una coppia rappresentata dagli avvocati Roberto Enrico Paolini e Francesco Caliandro, ricorso accolto dai giudici amministrativi secondo i quali, a seguito dell’intervento della Corte Costituzionale, non può sussistere una «disciplina differenziata» tra fecondazione eterologa e omologa (tecnica che impiega i gameti della coppia, per cui non sono previsti limiti): stabilire norme diverse per l’una e per l’altra tecnica «sarebbe irrazionale», non c’è «alcuna valida ragione scientifica» che autorizzi tale disparità di trattamento, né in riferimento all’età né al numero dei tentativi. Trattando eterologa e omologa come due cose diverse, in pratica, si verrebbe meno «al principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione». E, ribadiscono i giudici, anche ai dettami della legge 40, che parlando di «età potenzialmente fertile, non pone limiti precisi riguardo all’età della donna che chiede l’accesso alla tecnica».

UN LIMITE DI BUON SENSO

Sono trascorsi cinque anni dall’improvvida sentenza della Consulta che ha sdoganato l’eterologa, cinque anni che i favorevoli alle pratiche di fecondazione extracorporea insistono con la grande opera di mistificazione con cui vengono prodotti i bambini. Declassati a questione burocratico-giuridica tutti i limiti che la natura ha posto alle nostre ambizioni, la genitorialità è diventata una faccenda da dirimere a colpi di legge. A scapito del buon senso e anche della stessa ragione scientifica a cui si appellano i giudici. Come ha ben scritto Francesco Ognibene su Avvenire:

«I dati della recente relazione al Parlamento del Ministero della Salute per il 2017 dicono che su 78.366 coppie trattate e 97.888 cicli avviati i bambini nati sono stati solo 13.973. Per l’eterologa i numeri non sono dissimili: dai 6.771 cicli iniziati sono nati 1.610 bambini. E sul fattore anagrafico il Ministero parla chiaro: «All’aumentare dell’età il rapporto tra gravidanze ottenute e cicli iniziati subisce una progressiva flessione mentre il rischio che la gravidanza ottenuta non esiti in un parto aumenta. I tassi di successo diminuiscono linearmente dal 24,0% per le pazienti con meno di 35 anni al 5,7% per quelle con più di 43 anni». Non solo: «Il 53,7% delle gravidanze in donne da 43 anni in su – si legge ancora nella relazione – ha esiti negativi (aborti spontanei, gravidanze ectopiche, ecc.)».

Da qui i limiti, ragionevoli, della delibera lombarda – «gli stessi discussi e approvati nel 2014 nella Conferenza Stato-Regioni dopo aver audito più esperti», ha ribadito l’assessore regionale al welfare Giulio Gallera annunciando il ricorso contro la sentenza del Tar -: un limite alla spesa dei soldi dei cittadini per una tecnica che dopo i 43 anni (per questioni di natura, non di delibere regionali) offre percentuali di successo scarsissime, enormi illusioni e, fatto non secondario, gravi complicazioni. Per la donna e per il figlio tanto agognato.

I RISCHI PER MADRE E FIGLIO

Ancora una volta occorre ribadirlo: da almeno dieci anni tutti gli studi sottoposti ad attenta peer-review (valutazione tra pari) dimostrano che i bambini concepiti in seguito a trattamenti per la fertilità e con le tecniche – tutte le tecniche – di fecondazione assistita sono a maggior rischio di tumori infantili, neoplasie epiteliali maligne, malformazioni congenite e di nascite pre-termine. Perfino il Washington Post alla fine dell’anno ha rotto il silenzio denunciando con un ampio servizio in prima pagina i rischi della fecondazione assistita.

Per non parlare degli embrioni scartati dalle procedure o immersi in azoto liquido per un tempo indeterminato. Ma non c’è posto per i diritti dei bambini nell’Italia del gelo demografico che ha ridotto la nascita a fabbricazione e la genitorialità a un capriccio. Da soddisfare a qualunque età.

Foto Ansa