Non lasciamoci rubare la scuola

È tempo, ormai, di recuperare oltre che sul deficit economico che penalizza tutta la scuola, anche, se non soprattutto, sul deficit di libertà e di qualità

Studenti all'ingresso di scuola

«La scuola è uno degli ambienti educativi in cui si cresce per imparare a vivere, per diventare uomini e donne adulti e maturi, capaci di camminare, di percorrere la strada della vita… Essa  è sinonimo di apertura alla realtà, nelle sue dimensioni: cioè apre il cuore e la mente alla realtà. 
Non abbiamo il diritto di aver paura della realtà»
Papa Francesco

Nel nostro Paese è evidente la generalizzata perdita di senso dell’esistenza, le cui conseguenze sulle giovani generazioni sono sotto gli occhi di tutti. È la vittoria del nichilismo che fa fare esperienza del vuoto culturale ed esistenziale e porta ad un atteggiamento cinico verso la vita. È questo il tempo di una vera e propria “emergenza educativa”. In tale senso ricorrono continuamente le parole di Benedetto XVI:

«Anche nel nostro tempo educare è possibile, è una passione che dobbiamo portare nel cuore, è un’impresa comune alla quale ciascuno è chiamato a recare il proprio contributo. Intendiamo rispondere a quella domanda educativa che oggi avvertono dentro di sé i genitori, preoccupati per il futuro dei propri figli, gli insegnanti, che vivono dal di dentro la crisi della scuola, gli educatori che sanno per esperienza quanto sia difficile educare, gli stessi ragazzi, adolescenti e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita».

Alcune realtà, infatti, più entrano in crisi, più diventano oggetto di discussione nella nostra società. E una di queste realtà è quella della educazione e della formazione scolastica. Una realtà che – a nostro avviso – diventa problema se non se ne definiscono i contorni, coinvolgendo interamente nella loro essenza sia la responsabilità educativa di quanti a diverso titolo dovrebbero essere abilitati ad educare, sia la stessa istituzione scuola.

L’educazione e la formazione delle giovani generazioni è problema vivo e costituisce una grave e primaria emergenza che – come sottolineato da molti – in Italia si caratterizza soprattutto in ordine alle politiche sociali che devono avere nella persona e nella famiglia i pilastri fondamentali su cui promuovere una nuova specificità culturale nazionale ed europea. È opinione comune che ci si debba basare su radici culturali che consentano di attrezzare le giovani generazioni ad un confronto multietnico che non tema interazioni nell’attuale contesto di globalizzazione. La situazione attuale – economica e culturale – sta diventando drammatica. La famiglia e la scuola sono soggetti a cui doverosamente dare grande attenzione. Le stesse riforme promosse e in divenire sembrano porre le famiglie in una situazione di grande precarietà, e ciò va a colpire profondamente anche il settore educativo/formativo dei ragazzi, ai quali corrisponde il diritto di ricevere tutti gli aiuti, i mezzi, le proposte, gli stimoli per poter effettivamente operare il cammino della loro maturazione e della loro responsabilità personale.

“L’educazione non può essere neutra. O è positiva o è negativa; o arricchisce o impoverisce; o fa crescere la persona o la deprime, persino può corromperla… Educare – ebbe a dire papa Francesco – esige uno sforzo di armonizzazione tra contenuti, abitudini e valutazioni: una trama che cresce e si condiziona al tempo stesso, dando forma alla vita di ciascuno. Per raggiungere tale armonia non bastano le informazioni o le spiegazioni: ciò che è veramente descrittivo o esplicativo non dice nulla e finisce per svanire. È necessario offrire, mostrare una sintesi vitale di essi, e questo può farlo solo il testimone. È questa dimensione a consacrare l’educatore e a renderlo compagno di strada nella ricerca della verità… Il testimone con il suo esempio ci sfida, ci rianima, ci accompagna, ci lascia camminare, sbagliare e anche ripetere l’errore, affinché ciascuno di noi cresca. In questo lungo viaggio, si chiede all’educatore di camminare insieme all’educando: ciò crea la vicinanza, la prossimità».

Occorre rimuovere tutto ciò che nella scuola non ha nulla a che fare con l’educazione. È in quest’ottica si costruisce una “scuola libera”, cioè attenta al bisogno della persona umana nel suo contesto familiare e sociale. Una scuola che sia esperienza viva, in grado di opporsi, nel cuore dei giovani, all’invasione del nulla. Ciò comporta la necessità della libertà della scuola e di una effettiva libertà di scelta e di proposta educativa, quali traguardi ineludibili per il bene comune.

«Non lasciamoci rubare l’amore per la scuola»: si tratta di un imperativo importante e vero, che papa Francesco ha voluto con estrema semplicità indicarci. Tuttavia non va dimenticato che spesso, parlando di scuola, ci si scontra con concezioni radicalmente contrapposte e tali da vanificare spesso la sua specifica funzione. È inevitabile che questo problema sia posto a causa delle tendenze, più vive che mai, che andiamo incontrando giornalmente, che vorrebbero ridurre la scuola a istruzione, e ciò perché una esperienza tanto invadente la vita assume di fatto, anche quando non lo dichiara, un ruolo formativo della persona. Ecco che allora è necessario porre l’accento sulla educazione: in alternativa sentiamo il grande rischio di svuotare di motivi la fatica che l’impegno culturale e lo stesso processo di apprendimento richiedono.

L’attuale modalità di insegnamento conferma «la concezione sterile dell’istruzione come frammentazione di nozioni senza connessione con la vita integrale: per far fiorire le persone non basta la ragione ma ci vuole soprattutto la relazione;  istruire non è inserire dati in teste senza corpo ma innestare, nel corpo “vivo” della memoria umana, i “recenti” perché diventino ”viventi”… Fare memoria non è infatti un passato da ripetere per una nostalgia malata, ma vita che non muore, presente continuo che penetra i secoli, frantuma gli orologi e offre all’uomo di tutti i tempi l’energia di cui ha bisogno per rinnovarsi… Noi siamo “costruttori” o “distruttori”: i primi, in ogni ambito, salvano il mondo perché ne conoscono e ne comprendono la memoria, cioè la vita, mentre i secondi la demoliscono. In mezzo ci sono gli “istruttori”, coloro che istruiscono, cioè donano alle nuove generazioni i ricordi più vivi: la chiamiamo “scuola”» (Alessandro D’Avenia –  scrittore, docente al Collegio San Carlo di Milano – in “Pietà per la scuola”, Corsera – 25/05/2020).

Su questo fondo diventa chiaro che educare significa, non la scelta di “contenuti” o di “tecniche”, e neanche di “obiettivi” astrattamente intesi, bensì di un lavoro permanente – e quindi permanentemente verificato – per creare le condizioni alle quali un presenza di adulti si fa proposta di “ragioni di vita” che provoca la libertà di determinarsi personalmente/responsabilmente sull’arco di tutta la propria esperienza e – nella scuola – ad investire di queste stesse ragioni un lavoro culturale. Ne consegue che

«la vera parità avrebbe significato nel riconoscere semplicemente, realmente, a tutte le famiglie italiane – senza discriminazione di censo – il diritto di scegliere la scuola per i propri figli, in un sistema in cui convivano in “libera concorrenza” quelle gestite dallo Stato, quelle di orientamento cattolico, quelle buddiste, laiche, ebree, protestanti, e così via. Il futuro della scuola è, non per scelta ma per natura stessa delle cose, negli istituti liberi: ciascuna famiglia deve poter scegliere l’agenzia educativa che soddisfa le sue aspettative. Allo Stato il compito di garantire il conseguimento di standard formativi minimi uguali per tutti, a suggello della pari dignità loro riconosciuta». (Mario Palmaro – già docente di filosofia teoretica, etica e biologica c/o Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma , e di filosofia del diritto c/o l’Università Europea di Roma).

La libertà non è qualcosa di “residuale”,  non è un bisogno primario per l’individuo e secondario per la società. Che la questione venga osservata dal punto di vista individuale o da quello sociale, essa rimane sempre al primo posto: consentire la “scelta” agli individui e l’”autonomia” alle istituzioni significa arricchire contestualmente tutti con i risultati a cui pervengono le “esplorazioni” di ciascuno.

È tempo, ormai, – se vogliamo far uscire la società e la famiglia da una situazione di subordinazione, se vogliamo smantellare lo statalismo burocratico e chiuso in se stesso, se vogliamo una scuola che sappia ritornare educativa ed efficiente insieme, in grado, ognuna di affrontare, svincolate dalle decisioni centrali, le variegate situazioni umane e territoriali, se vogliamo che dalle parole e dalle promesse si passi ai fatti e quindi a normative che tengano conto  di quanto le famiglie chiedono – di recuperare oltre che sul deficit economico che penalizza tutta la scuola, anche, se non soprattutto, sul deficit di libertà e di qualità. Il tutto teso alla costruzione vera, e non ipotetica, del “bene comune” in una società democratica, pluralista, solidale e più giusta. Soprattutto una “scuola libera” in una “società libera”!

«Voglio essere libero per poter essere me stesso, e senza libertà non posso esserlo. Quindi niente libertà scompagnata dalla  identità. E’ inutile chiedere e volere la libertà, se si è disposti ad alienare la propria identità. Non ha senso una battaglia quando si sia disposti a conformarsi, ad alterarsi, ad alienarsi». 
Padre Agostino Gemelli

Foto Ansa