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Non è che oggi ci sono troppi bulli. È che oggi ci sono pochi educatori

aprile 29, 2018 Luca Montecchi

Non che noi fossimo migliori degli spacconi di oggi. È che sapevamo distinguere tra bene e male perché qualcuno ce lo aveva insegnato. Il problema non è la “legalità” ma il “diritto”

La presunta correlazione tra bassa condizione socio-economica e “bullismo” ha un suo campo di esistenza statistica, che tuttavia non è così univoca, se è vero che non pochi fenomeni, anche più gravi, di bullismo hanno una correlazione anche con una condizione socio-economico alta.

Ricordo ancora, dopo oltre quarant’anni, l’allegro andazzo, comune ad adolescenti di buone famiglie italiane negli anni Settanta, di visitare negozi fashion di Londra, o di Milano, da cui quei bravi ragazzi non soltanto si portavano via – rubavano – capi d’abbigliamento più o meno costosi, anzi, della bravata si vantavano pure con gli amici. A voce, ché le piattaforme social non erano state ancora inventate. Un modo come un altro di socializzare. Al punto che, se tu al gioco non ci stavi, eri tagliato fuori dal giro e pubblicamente ridicolizzato, peggio: socialmente scartato.

E ho ancora negli occhi il corpo mezzo discinto, disteso sulla cattedra, e il viso di una compagna tredicenne (primi anni Settanta) fatta oggetto di palpamenti da quasi tutti i maschi della classe in preda a bufere ormonali. Il resto della classe intimidito e minacciato di ritorsioni. Non ne ricordo uno che vivesse una condizione socialmente disagiata, o che, senza essere un rampollo della buona borghesia del centro, fosse un campione del sottoproletariato della periferia milanese (il mitico Giambellino dove allora si cominciava a seminare morte per eroina). Tutti sapevano – sapevamo – che si stava facendo qualcosa di male, che facevamo del male a una persona.

Noi allora imberbi, oggi sessantenni o giù di lì, non eravamo affatto migliori dei “bulli” delle cronache odierne: soltanto, avevamo la cognizione della netta differenza tra il bene e il male. Una nozione impulsiva, direi, prima ancora che ragionata, che ci veniva da una cultura cristiana e civile diffusa, implicita (ancorché già intaccata) e che gli adolescenti di oggi non hanno più. Se non ce l’hanno, è perché nessun adulto responsabile gliel’ha trasmessa, educata, fatta respirare in casa, al parco giochi, nei “luoghi di aggregazione”, nella scuola. O non gliel’ha consegnata con la dovuta energia e certezza lieta.

E però, se siamo uomini e abbiamo una coscienza, il gusto del bene e il disgusto del male possono sempre risvegliarsi. La coscienza è dote innata nell’uomo, almeno in potenza, che attende che un altro soggetto, adulto o più competente, ne sia la levatrice. Purché il giovane ignaro e ingenuo non sia abbandonato a sé stesso, alle proprie voglie, bizze e capricci, non rimanga uguale a sé stesso. Io attesto – e altri con me – che dinanzi a una proposta ricca di bellezza e di senso, una proposta ogni volta rinnovata con forza e convinzione, il miracolo del cambiamento di sguardo e di prospettiva ancora avviene.

È stato l’incontro, nella fanciullezza come nella giovane età, con adulti veri, con maestri che mi entusiasmavano e mi stimavano, a far nascere in me il desiderio di cose grandi, di andar oltre me stesso in cerca di un vero appagante e palpitante. O, più precisamente, l’incontro e la convivenza, l’incontro e il rapporto che ne seguì. E quel che con loro fu decisivo non era un risvolto assistenziale o sentimentale di generica cura dei giovani, bensì il loro impegno con la totalità della vita e della realtà. Gente che per prima seguiva qualcosa di grande, vero e umano, e lo proponeva con decisione. Mons. Giussani diceva: “il richiamo cristiano deve essere: deciso come gesto, elementare nella comunicazione, comunitario nella realizzazione, integrale nelle dimensioni”. Il richiamo cristiano, certo, ma tale è ogni gesto educativo autentico.

Di recente è stato scritto, a commento della vicenda sanitario-giudiziaria del piccolo Alfie Evans di Liverpool, che “il problema della vita e della morte non è un problema statistico, il problema della vita e della morte è un confronto di antropologie. Occorre dare tutta la forza e la consistenza all’antropologia della verità perché possa trionfare contro il male, che sembra invincibile ma che certamente non lo è” (mons. L. Negri). Una lettura, questa, che ben si attaglia ai comportamenti aggressivi e trasgressivi dei ragazzi e ragazzini che prevaricano su coetanei e adulti, che esercitano violenza gratuita e immotivata su compagni e insegnanti (e su schiere di genitori inermi e ammutoliti). Stiamo parlando di quella formidabile emergenza educativa denunciata (Lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione) dal papa Benedetto XVI dieci anni esatti or sono e ormai cresciuta come un ordigno nucleare prossimo a deflagrare (cfr. D. Rondoni: “I nostri ragazzini sono la bomba su cui siamo seduti”).

Si tratta appunto di una questione di vita o di morte. Che altro è, del resto, un’antropologia se non una certa idea dell’uomo, una visione del suo essere persona e del suo ruolo in mezzo a quel guazzabuglio, sempre più intricato, che è la vita nell’attuale svolta epocale? Sia chiaro: di antropologia incarnata si tratta, vale a dire di esperienza, non di utopia. Eppure, cattivi, pessimi maestri ancora sdottoreggiano e pretendono “insegnare” che nulla ha senso, che non vale spendersi per un ideale, per uno scopo che ci trascenda. Maîtres senza pensiero – incoscienti e parassiti – che celebrano l’individualismo liberista, libertario e libertino delle classifiche, delle prestazioni, dei “diritti”, così assecondando la tragica solitudine dell’uomo comune ogni giorno di più massificato e desolato, oscillante tra l’impermeabilità, la rabbia, la crudeltà, la depressione.

Ma si rende conto, la sottocultura dominante, che “oggi sono in crisi i media e l’idea che il cittadino informato sia migliore degli altri, sono in crisi i partiti intesi come mediazione tra potere dello Stato, e infine lo Stato stesso non è più un potere autonomo e forte rispetto a forze sovra-statali che lo usano per scopi diversi dalla tutela dei popoli”? (Rondoni).

In questo bel panorama, vorrebbero farci credere che la prima questione, o addirittura la chiave di volta risolutiva, è ridurre l’educazione a materia di legalità, a un concetto legalistico: educato è chi rispetta le norme. Ma le norme sono inosservabili – letteralmente, non si possono rispettare – se non se ne conosce lo scopo né il significato. In un corpo sociale in cui il principio di legalità appare l’unico argomento educativo, l’effetto, alla prova dei fatti, è opposto.

È, questo, un falso argomento, oltre che mediocremente consolatorio, che d’altra parte è vizio interno alla stessa immagine corrente di legalità: o s’invoca la “legge” – la dura lex – o si avanzano i “diritti” – sempre inalienabili! –: del “diritto” – ius – si è smesso di parlare. Proliferano le norme, le leggi, i decreti, le disposizioni (e i processi); manca del tutto o quasi il senso, il mondo da cui scaturisce una legge, manca il diritto, appunto. Il quale è munus, un bene di tutti che una lunga consuetudine ha convalidato, proprio anche per esser tramandato di generazione in generazione. Un bene che evoca l’ideale desiderato della giustizia, dell’esser giusti, e di cui si può ancora disporre e fare esperienza quotidiana in istituti scolastici concreti e vivi, più frequenti che non si pensi: luoghi di resistenza dell’umano, luoghi di educazione e non di formale legalità. L’educazione, infatti, ha a che vedere, e a che fare, col diritto, assai più che con le norme. Un sano principio pedagogico vuole che le norme che regolano un ambiente educativo qual è una scuola siano poche e ben motivate, a garanzia della libertà delle persone, del loro desiderio di crescere e di capire, e del bene comune del lavoro del conoscere. Nella scuola infatti, devono prevalere l’interesse e la ricerca della verità e la crescita matura della libertà delle persone, innestate sull’humus condiviso della ragione.

In un ambiente scolastico così concepito è dunque affermato il diritto, il perché del lavoro che vi si conduce, la forma che esso viene assumendo, il valore delle relazioni interpersonali, la natura dei ruoli, ecc. Diversamente, anche una scuola, come tristemente constatiamo, scade per forza a terreno di scontro, o di tensioni latenti pronte a esplodere, tra la pretesa di chi – gli studenti, ma anche i genitori – reclama i proprii diritti e l’acquiescenza di larga parte dei docenti a restare meri funzionari statali, organi della burocrazia, di cui s’illudono di farsi scudo.

L’autore di questo articolo è Rettore dell’Istituto Scolastico “don Carlo Gnocchi” di Carate Brianza

Foto Ansa

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