Non credete alla “svolta” di cui parlano i giornali. Papa Francesco è in continuità con Ratzinger e Wojtyla

Come Giovanni Paolo II pone l’uomo al centro della Chiesa. E come Benedetto XVI si lascia guidare dal progetto di Dio. Il Papa invita il mondo a «custodire Cristo nella vita, per custodire gli altri e il creato»

Dopo il condottiero e il professore, il prete. È la sua autodefinizione: «Jorge Bergoglio, prete». Papa Francesco si concepisce così, l’episcopato per lui non è un’onorificenza, ma il compimento del sacramento che lo accomuna al sacerdozio di Cristo, e il pontificato il vertice di quel potere di “custodire” che Cristo ha dato a Pietro come responsabilità del suo amore. L’ha detto subito, affacciandosi su piazza San Pietro: il mio pontificato sarà un cammino di «vescovo e popolo».

C’è chi ha riassunto la posizione teologica di Jorge Mario Bergoglio in due parole: unità e incontro. Dell’incontro dice che «accade», che «l’etica nasce dall’incontro», che «il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo verso il mio peccato», «perché se lo stupore mi apre come domanda, l’unica risposta è l’incontro: e solo nell’incontro si placa la sete. In niente di più». Quindi, «tutto nella nostra vita, oggi come al tempo di Gesù, incomincia con un incontro. Un incontro con quest’uomo, il falegname di Nazareth, un uomo come tutti e allo stesso tempo diverso». Dell’unità parla nei termini di armonia, anch’essa donata da Dio. Un grande messaggio di unità era nelle parole con cui ha definito il suo nuovo ministero parlando della «Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese». L’uso di questa formula di Sant’Ignazio d’Antiochia è un grande messaggio di unità rivolto a tutti i cristiani.

La preminenza di Roma “nella carità” non è solo di natura esemplare, la parola “agape” usata da Ignazio indica la natura comunionale della Chiesa, la Chiesa stessa. Ma quella formula, così poco giuridica, è stata apprezzata anche dal mondo ortodosso, che ha nel primato petrino uno dei suoi punti problematici con la Chiesa cattolica. Dopo alcuni irrigidimenti negli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II, gli ortodossi hanno visto crescere il dialogo con Benedetto XVI e il 19 marzo, per la prima volta, il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I era in San Pietro per la Messa di inizio pontificato di Francesco.

Il quale in questo, e non solo in questo, si dimostra in perfetta continuità con il suo predecessore. Benedetto XVI nel suo primo discorso parlò della tensione «alla piena unità» come del «supremo anelito» di Cristo, di cui il «successore di Pietro sa di doversi fare carico in modo del tutto particolare». Benedetto XVI si assunse allora «come impegno primario», «ambizione» e «impellente dovere» quello di «lavorare senza risparmio di energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo», dicendosi «disposto a fare quanto è in suo potere per promuovere la fondamentale causa dell’ecumenismo».

Anche Papa Ratzinger citò, in un’udienza generale, Ignazio di Antiochia come il primo che «nella letteratura cristiana, attribuisce alla Chiesa l’aggettivo “cattolica”, cioè universale», e parlando della Chiesa di Roma negli stessi termini di papa Francesco: «E proprio nel servizio di unità alla Chiesa cattolica, la comunità cristiana di Roma esercita una sorta di primato nell’amore: … “Presiede alla carità, che ha la legge di Cristo e porta il nome del Padre”. Come si vede – concluse Papa Ratzinger – Ignazio è il dottore dell’unità».

Realismo, saggezza, attenzione
Come interpreterà questo primato Francesco l’ha specificato nell’omelia di martedì scorso, festa di san Giuseppe. Sarò come Giuseppe, ha detto, un custode, e ne ha elencato le virtù: la discrezione, l’umiltà, il silenzio «ma con una presenza costante e una fedeltà totale» e quotidiana. Poi un passaggio che ha ricordato analoghe parole di Benedetto XVI del 24 aprile 2005. Disse allora il Papa tedesco: «Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia». Ha detto il 19 marzo 2013 il Papa argentino: «Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio (…) Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo Spirito. E Giuseppe è “custode”, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge».

Realismo, saggezza e attenzione per «avere cura di tutti», una vocazione per la Chiesa e una responsabilità per ogni uomo e ogni donna in quanto esseri umani: «Siamo custodi della creazione – ha detto rivolto ai potenti della terra –, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo!». Non si può non notare come “l’ambientalismo” del Papa riconosca «un disegno di Dio iscritto nella natura», una legge da riconoscere. «Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente» non sono parole di Francesco, ma di Benedetto XVI al Reichstag, che aggiunse: «Esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere (…). L’uomo non crea se stesso».

E proprio per questo, dice ora Francesco, l’uomo deve essere custode anche di se stesso. È stato il passaggio centrale dell’omelia del nuovo Papa: «Ma per “custodire” dobbiamo anche avere cura di noi stessi! Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!».

Le stesse parole dei predecessori
Per la terza volta consecutiva in una Messa di inizio pontificato, in tutto il mondo sono risuonate tre parole: «Non abbiate paura!». Pronunciate con toni e impeti differenti da Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, ma con lo stesso significato. Papa Wojtyla disse: «Non abbiate paura! Aprite le porte a Cristo!». Papa Bergoglio ha detto: «Non abbiate paura della bontà, della tenerezza!». Papa Ratzinger ha fatto da ponte tra i due, nel Te Deum del 31 dicembre 2011 disse: «Nel tessuto dell’umanità lacerato da tante ingiustizie, cattiverie e violenze, irrompe in maniera sorprendente la novità gioiosa e liberatrice di Cristo Salvatore, che nel mistero della sua Incarnazione e della sua Nascita ci fa contemplare la bontà e la tenerezza di Dio».

Papa Francesco invita ognuno ad avere questa tenerezza innanzitutto verso di sé, per poter «aver cura di tutti», soprattutto di «coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore». Il Papa delle periferie, delle villas di Buenos Aires, mette in guardia dal degrado che più lo preoccupa, quello del cuore, perché «quando l’uomo viene meno a questa responsabilità di custodire, quando non ci prendiamo cura del creato e dei fratelli, allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce. In ogni epoca della storia, purtroppo, ci sono degli “Erode” che tramano disegni di morte, distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna». Non ha fatto nomi e cognomi degli Erode assassini, avrà tempo, ha tenuto però a ribadire che la tenerezza «non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, di amore».

La nuova evangelizzazione
Molti commentatori hanno sottolineato che il nuovo Papa «pone l’uomo come prima preoccupazione della Chiesa». Si sono dimenticati che in questo, anche nei toni e negli accenti, Francesco percorre la strada (ri)aperta dal Papa che l’ha creato cardinale, Giovanni Paolo II, il quale nell’enciclica programmatica del suo pontificato, la Redemptor Hominis, scrisse: «L’uomo è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione: egli è la prima e fondamentale via della Chiesa, via tracciata da Cristo stesso». Diceva il Papa polacco che solo Cristo, “l’unico”, sa come salvare l’uomo, oggi nella nuova evangelizzazione come ieri nella prima evangelizzazione. «Tutto l’uomo e tutti gli uomini». Le sue braccia robuste che hanno abbracciato il mondo rivivono nel «potere come servizio che ha il suo vertice luminoso sulla croce» con cui il Papa argentino vuole «accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli (…) chi ha fame, sete, è straniero, nudo, malato, in carcere».

È questo il tempo, disse da cardinale, di ripartire con la nuova evangelizzazione, di «cercare anche nuovi metodi per portare il Vangelo fino agli estremi confini della terra». Francesco non concepisce la Chiesa se non come missionaria. Il cardinale Bergoglio fu il grande protagonista della Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida in Brasile, nel 2007, dal quale uscì il documento della Chiesa sudamericana come Chiesa nuovamente in missione, «una nuova Evangelii nuntiandi», disse l’arcivescovo di Buenos Aires.

Missione ed evangelizzazione che, mentre si cercano nuove forme, lui ha praticato con quella più antica e tradizionale: la somministrazione del sacramento del battesimo. Sono ormai note le sue reprimende ai sacerdoti, da lui definiti «ipocriti» che negano il battesimo ai figli delle coppie irregolari, nel battesimo è per lui più evidente ciò che dice della vita della Chiesa tutta, è Cristo che agisce e assimila a sé gli uomini, per aderire non servono lunghi corsi di preparazione utili solo a rimarcare il potere dei chierici, basta il sensum fidei della gente comune.

Il clericalismo è per il nuovo Papa un serio ostacolo alla vita della Chiesa, e non è superabile dalla sterile dialettica sul ruolo dei laici nella Chiesa, anzi, per lui «la clericalizzazione è un problema. I preti clericalizzano i laici e i laici ci pregano di essere clericalizzati… È proprio una complicità peccatrice. E pensare che potrebbe bastare il solo battesimo. Penso a quelle comunità cristiane del Giappone che erano rimaste senza sacerdoti per più di duecento anni. Quando tornarono i missionari li ritrovarono tutti battezzati, tutti validamente sposati per la Chiesa e tutti i loro defunti avevano avuto un funerale cattolico. La fede era rimasta intatta per i doni di grazia che avevano allietato la vita di questi laici che avevano ricevuto solamente il battesimo e avevano vissuto anche la loro missione apostolica in virtù del solo battesimo».

Chi avesse voglia potrebbe andarsi a rileggere le omelie della notte di Pasqua di Benedetto XVI; troverebbe la stessa sottolineatura della centralità del battesimo. Papa Ratzinger ha giudicato severamente di sé, ritenendo di non avere più le forze per questo annuncio e questo servizio, ma nell’ultima udienza, affidandola a Cristo, ha detto: «In un tempo in cui tanti parlano del suo declino, vediamo come la Chiesa è viva oggi!». Così viva e così giovane da saper stupire il mondo con un appassionato settantaseienne che ci invita a «custodire Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato» in modo da «aprire l’orizzonte della speranza».