Che cosa vuol dire il Nobel a Machado per il Venezuela. Ma soprattutto per noi
«Oh mio Dio… non ho parole». È con un misto di incredulità e commozione che María Corina Machado riceve la telefonata da Oslo, nella notte del 10 ottobre 2025, quando il direttore del Comitato Nobel le comunica che è lei la vincitrice del Premio Nobel per la Pace. «Spero capiate che questo è un riconoscimento a un intero movimento», risponde la leader venezuelana. «Io sono solo una persona. Questo premio appartiene al popolo del Venezuela».
Il comitato norvegese ha motivato la scelta di Machado con «il suo instancabile lavoro nella promozione dei diritti democratici del popolo venezuelano e per la sua lotta a favore di una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia». Una frase che, per la prima volta, sancisce ufficialmente a livello internazionale ciò che per milioni di venezuelani è da anni una realtà quotidiana: il loro paese vive sotto una dittatura.
«Riconoscimento di una lotta civile durata decenni»
Nata a Caracas nel 1967, ingegnere e imprenditrice, Machado diede vita nel 1992 alla Fondazione Atenea per i bambini di strada e, dieci anni dopo, Súmate, organizzazione di vigilanza elettorale che promuove elezioni libere e trasparenti. Nel 2010 entrò in Parlamento con un record di voti, ma nel 2014 il regime la espulse. Da allora guida Vente Venezuela, movimento liberale e democratico che unisce il fronte dell’opposizione. Nel 2023 fu candidata alla presidenza, ma la sua candidatura venne invalidata dal presidente de facto Nicolás Maduro Moro. Appoggiò quindi l’indipendente Edmundo González Urrutia, che secondo i verbali elettorali aveva vinto nettamente le elezioni del 2024, negate poi dal regime.
«È il riconoscimento di una lotta civile durata decenni», spiega a Tempi Héctor Schamis, politologo della Georgetown University di Washington specializzato nelle vicende sudamericane. «Un Nobel che non premia solo una donna, ma condanna un regime criminale e narcoterrorista, come è definito dal 2020 e non da oggi. È la legittimazione morale di una società che ha scelto le urne invece delle armi».
Schamis denuncia senza mezzi termini l’ipocrisia di molti governi latinoamericani che hanno reagito al Nobel con freddezza o con aperta ostilità: «In America Latina i diritti umani dipendono dall’ideologia, il che è riprovevole. Se un dittatore è di sinistra, si trova sempre una giustificazione; se è di destra, lo si condanna subito. Ma il chavismo non è né di sinistra né di destra: è una struttura criminale fondata sulla corruzione. E chiunque abbia ricevuto un dollaro da Maduro non può più parlare».
Il silenzio di organizzazioni come il gruppo di Puebla o la Celac (Comunità di Stati latinoamericani e dei Caraibi), osserva l’intellettuale argentino, «dimostra quanto profondamente il castrismo e poi il chavismo abbiano contaminato la politica continentale». Ma proprio per questo, aggiunge, «il Nobel a Machado è un atto di riscatto morale per tutto il Sudamerica».

Un assist agli Stati Uniti?
Secondo Schamis, la leader di Vente Venezuela ha avuto un ruolo decisivo nel documentare la frode elettorale del 2024: «Ha saputo trasformare un movimento politico in una rete civica nazionale. I verbali che provano la vittoria dell’opposizione sono oggi conservati in una cassaforte della Banca centrale di Panama: un documento storico che un giorno tornerà a Caracas». Possibilmente in un museo della memoria.
Il Comitato Nobel ha sottolineato che Machado «ha scelto le schede al posto dei proiettili». Costretta a vivere in clandestinità dopo ripetute minacce di morte, è rimasta in Venezuela, rifiutando l’esilio. La sua figura ha ispirato milioni di persone che continuano a manifestare pacificamente nonostante la repressione.
Il riconoscimento, tuttavia, ha anche riaperto un fronte politico interno. La giornalista venezuelana Patricia Poleo, dal suo programma Agárrate, ha commentato che «questo premio ha rimesso il nome del Venezuela sul tavolo internazionale» e che «Machado rappresenta la seconda possibilità che gli Stati Uniti offrono al paese per liberarsi dall’autocrazia». Poleo ha enfatizzato il legame con Donald Trump, a cui Machado avrebbe simbolicamente dedicato il Nobel, ringraziandolo per il sostegno dato all’opposizione.
Per Machado è «una battaglia di tutto l’Occidente»
Ma al di là delle letture politiche, il premio segna una svolta storica. «I norvegesi», spiega a Tempi Schamis, «per anni hanno favorito falsi dialoghi con il regime di Maduro. Con questo Nobel hanno finalmente riconosciuto l’evidenza: in Venezuela non c’è una democrazia da negoziare, ma una dittatura da superare». Oggi, conclude lo studioso della Georgetown University, «la sola negoziazione che Maduro può avviare riguarda il suo esilio. Forse a Cuba, forse in Russia. Quando passerà il potere al presidente eletto, il Venezuela potrà iniziare a ricostruire le sue istituzioni distrutte».
In fondo, come ha detto la stessa Machado nel suo primo messaggio pubblico dopo la notizia, «questo premio è per i milioni di venezuelani anonimi che rischiano tutto per la libertà, la giustizia e la pace. Abbiamo sopportato la violenza più brutale, ma continuiamo a credere nei mezzi civili e pacifici. Il mondo deve capire che questa non è solo la battaglia del Venezuela, ma di tutto l’emisfero occidentale».
Da Oslo a Caracas, il suo nome è ormai sinonimo di coraggio civile. In un continente dove la parola “democrazia” è stata sempre più spesso svuotata di senso, María Corina Machado la riempie di nuovo significato. E il Nobel, per una volta, sembra aver scelto non la prudenza diplomatica, ma la verità.
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