Nigeria prima economia africana? Ma i poveri non se ne sono accorti

«Per l’uomo della strada nulla è cambiato. Corruzione e povertà vanno combattuti qui, prima che i giovani fuggano via». Intervista al cardinale Onaiyekan

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – John Olorunfemi Onaiyekan è arcivescovo di Abuja, la capitale della Nigeria, e dal novembre 2012 è cardinale di Santa Romana Chiesa. È stato presidente della Conferenza episcopale nigeriana e della Can (Associazione cristiana della Nigeria), l’organizzazione ecumenica delle Chiese cristiane nigeriane. Tempi lo ha raggiunto telefonicamente.

Eminenza, l’economia dell’Africa sub-sahariana è in costante crescita, il Pil aumenta di molte unità percentuali di anno in anno, eppure migliaia di africani abbandonano i loro paesi per emigrare illegalmente in Europa, rischiando spesso la loro vita in mare. Che spiegazione dà lei di questo?
È una domanda da porre ai nostri esperti di economia, ma da osservatore che vive in un paese africano, non riesco a capire come venga misurata la crescita economica. Per l’uomo della strada, niente è cambiato in questi anni. Le cifre del Prodotto interno lordo non hanno niente a che fare col benessere del popolo. Ci dicono che siamo diventati la prima economia del continente africano, ma la disoccupazione rimane alta e le industrie manifatturiere chiuse venti anni fa non hanno riaperto. Forse la crescita giova a una minoranza di potenti e ai loro amici all’estero, ma non certo alla gente dei villaggi. I giovani si sentono frustrati, ma sono svegli: vedono come vanno le cose nel mondo, vedono i siriani che entrano in Europa, e si dicono: «Partiamo anche noi!». Il problema principale è la mancanza di buon governo. C’è il problema della corruzione, e c’è il problema della gestione della cosa pubblica: chi governa spesso non ha una visione corretta della realtà, non sa stabilire le priorità. L’unica cosa che sa fare è contare i soldi che entrano nelle tasche del governo per la vendita del petrolio, l’unica voce delle entrate fiscali, e spartirli come si spartisce un bottino.

Cosa dovrebbero fare i governi africani per prevenire l’emigrazione dei giovani, qualificati e non qualificati, che partono per l’Europa? E cosa dovrebbero fare i paesi occidentali per aiutare gli africani a migliorare il loro sviluppo umano nel paese di nascita, senza bisogno di emigrare?
Dei governi africani ho già detto. Per quanto riguarda i vostri, c’è l’eterno problema delle relazioni fra i vostri governanti e i nostri. Il senso dei rapporti fra i paesi poveri e i paesi ricchi è quello di aiutare i primi a sollevarsi dalla miseria, o è piuttosto quello di riproporre il paradigma dello sfruttamento dei paesi poveri? È necessaria una conversione delle mentalità, in sintonia con quello che chiede papa Francesco nella Laudato Si‘, per una vera cooperazione per lo sviluppo.

Restiamo su questo tema: qual è la sua valutazione sugli aiuti allo sviluppo che nell’ultimo mezzo secolo l’Occidente ha fornito all’Africa? Che difetti hanno avuto?
In termini di bilancio complessivo, gli aiuti semplicemente non si sono visti: i flussi finanziari in uscita dall’Africa verso l’Europa sono superiori a quelli dai paesi europei verso il nostro continente. Allora bisogna chiedersi: a chi hanno giovato gli aiuti mandati in Africa? Chi è stato aiutato? Certo, ci sono gli aiuti della Caritas, di Misereor, eccetera, con i quali la Chiesa aiuta i più poveri con cliniche e scuole. Ma guardiamo ai grandi flussi finanziari: quelli hanno inciso davvero poco sulla vita della gente comune. Abbiamo l’impressione che gli aiuti finiscano nelle tasche dei governanti, e così torniamo al discorso sul buon governo, che manca tantissimo. Qualcuno dice: se l’Europa non ci mandava gli aiuti, era meglio. Io dico: era meglio se dopo averceli mandati non veniva a riprenderseli! Guardiamo al problema della corruzione: miliardi di dollari di capitali nigeriani che sono stati esportati in Europa e in America, nelle vostre banche. Com’è possibile che siano entrati in circolazione nell’economia europea senza che nessuno se ne sia accorto? Allora devo concludere che ci sono ladri in Nigeria, ma anche in Europa! Perché non solo quei capitali sono stati accolti nelle banche, ma adesso non vogliono nemmeno restituirceli.

Che bilancio fa lei di più di cinquant’anni d’indipendenze africane dal colonialismo? S’è trattato di un successo o di un fallimento?
Anzitutto bisogna dire che gli africani non sono veramente liberi di scegliere i loro dirigenti. Sta al governo chi ha la forza per farlo. In Nigeria abbiamo votato per il presidente poco tempo fa, e tutti dicono che è stata una bellissima cosa, che c’è stata l’alternanza democratica. Ma in realtà gli elettori non avevano tanta scelta. Hanno scelto fra un male maggiore e un male minore. Il fatto è che tutto il sistema dei partiti politici è nelle mani di un unico gruppo di persone. E questo si può vedere da una cosa: dopo quattro mesi dalle elezioni, il presidente Muhammadu Buhari non è ancora riuscito a mettere insieme un governo! Stiamo aspettando. In secondo luogo, bisogna chiedersi cosa significa “indipendenza”. L’indipendenza politica non si traduce sempre necessariamente in indipendenza nazionale, cioè in un sistema dove i cittadini organizzano i propri affari in funzione di ciò che è meglio per loro, senza ingerenza dall’esterno. In Africa abbiamo avuto solo governanti che facevano gli interessi dei loro padroni all’estero, oppure leader bene intenzionati, ma sovrastati dalle difficoltà. Buoni dirigenti africani sono stati fatti fuori in golpe favoriti dall’estero, mentre dittatori pessimi restano al potere, grazie al sostegno di paesi stranieri o di interessi economici, come quelli di certe multinazionali. All’estero decidono quali dittatori africani devono restare al potere, e quali vanno eliminati.

Cosa direbbe a un africano che vuole lasciare il suo paese per venire in Europa?
Ho ammonito varie volte i giovani a non prendere la strada del deserto per arrivare in Europa, li ho avvisati che non troveranno il paradiso. Loro continuano ad andare. Mi dicono: «È meglio rischiare di morire durante il viaggio che restare qua, non avendo nulla da fare, vivendo una vita che non ha senso». Oppure mi rispondono: «Allora cosa faccio?», e io non ho una risposta da dargli. Non posso dirgli: «Abbi pazienza, fra breve le cose cambieranno». Perché lui è un ragazzo che ha finito l’università da dieci anni, non si è potuto sposare, non ha un alloggio suo. E lo stesso vale per le ragazze. E c’è un’altra cosa. La nostra gente ha un forte senso della dignità e dell’onore. Un proverbio africano dice che la morte è meglio della vergogna. In Europa un nostro ragazzo può lavorare per anni a vendere cianfrusaglie, o a fare lo sguattero nel seminterrato di un albergo, perché nessuno lo conosce e quindi lui non prova vergogna. Ma non può più tornare in Africa! A casa, nel suo villaggio dove tutti lo conoscono, gli chiederebbero cosa faceva in Europa, perché non è tornato ricco, e sarebbe subito ricoperto di vergogna. Così restano da voi a condurre una vita insignificante, come quella che vivevano in Africa.

E cosa direbbe agli europei che vedono arrivare nei loro paesi tanti giovani africani?
Anzitutto bisogna dire che il numero di africani che in questi anni si sono concentrati lunghe le sponde del Mediterraneo per attraversarlo è molto inferiore al numero dei profughi siriani. Si sarebbero potuti gestire con decisioni politiche prese a livello europeo, e invece si è lasciato tutto il peso del problema all’Italia e a Malta. Si sarebbero dovuti filtrare i migranti sul territorio africano, prima che prendessero il mare rischiando la vita. Lì si doveva decidere chi lasciare entrare in Europa e chi rimandare indietro. Invece sono stati abbandonati a se stessi, i paesi del Nordafrica non hanno saputo impedire che la loro dignità umana fosse distrutta. Ringraziamo l’Italia, che ha salvato tante vite, che ha dimostrato di essere il paese europeo col maggior senso di umanità, ma non bisognava arrivare a questo punto, a interventi di emergenza mentre le barche affondano e la gente affoga. Dirigenti europei e africani avrebbero dovuto dialogare per affrontare il problema senza lasciare che diventasse drammatico. Europa e Africa hanno mancato il loro compito.

Foto Ansa/Ap

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