Niente soldi alle scuole paritarie. Bassetti: Fatevi sentire

Spiccioli insufficienti nel “dl rilancio” per gli istituti non statali. Il capo dei vescovi a Tempi: «La loro chiusura è una negazione della libertà»

Eccoci dunque arrivati a certificare l’ovvio. Il “dl rilancio” sarà anche «una risposta a chi soffre», come ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ma di certo tra i sofferenti il nostro governo non ha voluto contemplare le famiglie e gli insegnanti delle scuole paritarie. Per loro, sebbene nelle ultime settimane si fossero levate richieste da parte di alcuni parlamentari e forze politiche e, soprattutto, da parte di dirigenti scolastici, l’esecutivo giallorosso ha previsto solo microbriciole.

Solo per fascia 0-6 anni

La disparità di trattamento con le scuole statali è evidente. Come ha scritto ieri Avvenire «mentre per gli istituti statali il decreto rilancio prevede 1 miliardo e mezzo di nuove risorse per la messa in sicurezza e la sanificazione degli edifici, per le scuole paritarie sono stati decisi stanziamenti per 80 milioni, esclusivamente destinati a coprire le rette dei servizi per l’infanzia nella fascia 0–6 anni».

Sempre il quotidiano della Cei, ieri paventava un ripensamento del ministro delle Finanze, Roberto Gualtieri, che «si è formalmente impegnato a inserire nella bozza del decreto 62 milioni aggiuntivi per le paritarie dalle elementari alle superiori. Mancano ancora, invece, il Fondo specifico e la completa detraibilità fiscale del costo della retta, chiesti dal deputato di Italia Viva, Gabriele Toccafondi». Staremo a vedere, in ogni caso, siamo ancora nell’ambito dei “ripensamenti” e delle “promesse”.

Le parole di Bassetti a Tempi

Che fare? Sul prossimo numero di Tempi (qui per abbonarsi), sarà pubblicata un’intervista al presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, cui abbiamo chiesto un commento sulla difficile situazione delle scuole non statali del nostro paese.

«Il momento che stiamo attraversando – ci ha detto Bassetti – non è facile. La crisi innescata dalla pandemia di coronavirus si aggiunge ad altre difficoltà sociali, economiche e culturali che già hanno prodotto la chiusura di tante scuole paritarie negli anni recenti. Ai genitori che mandano i loro figli in questi luoghi educativi vorrei poter dire una parola di fiducia e di speranza, anche se le prospettive non sono rosee. Capisco perfettamente la posizione di coloro che non si sentono più in dovere (o, peggio, nella possibilità) di pagare le rette delle scuole scelte per i propri figli, ma queste scuole vivono – faticosamente – proprio di quelle rette e sostengono costi fissi (a cominciare dagli stipendi dei dipendenti) che non possono essere sospesi. A questi genitori suggerisco di far giungere il loro appello – come cittadini – ai decisori politici, perché la loro condizione non sia ignorata. Solo una parte delle scuole paritarie sono cattoliche; posso parlare riguardo a queste ultime, dicendomi sicuro che cercheranno di assicurare in tutti i modi il servizio che finora hanno offerto, lavorando il più delle volte in perdita. La chiusura di questi istituti sarebbe estremamente dolorosa e sarebbe vissuta come un’ingiustizia da parte dei genitori, privati da un giorno all’altro di una libertà garantita, per non parlare delle decine di migliaia di dipendenti, privati del posto di lavoro. È per questo che non ci si deve stancare di far sentire la propria voce, perché la crisi che si sta aprendo, come del resto il virus che ci ha aggredito, colpisce tutti e per uscirne dovremo rafforzare, e non indebolire, l’impegno di tutti, in particolare nell’ambito educativo». 

Qualcosa in queste settimane si è mosso. La lettera inviata al ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina su iniziativa del Liceo Don Gnocchi di Carate Brianza è ormai stata sottoscritta da duecento tra dirigenti, presidi e direttori di istituti non statali.

Fare due conti

Ad un richiamo a preservare la libertà di educazione nel nostro paese, finora il governo ha fatto orecchie da mercante. Nessuna sorpresa, sappiamo quali sono le stelle polari dell’esecutivo. Ma basterebbe fare due conti per capire che “nessun aiuto alle paritarie” significa “disastro per tutta la scuola”, non solo per quella non statale.

Qualche settimana fa, l’Huffington Post ha anticipato uno studio di Tortuga, think-tank di studenti di economia, che la metteva giù così: «Il Covid-19 rischia di causare la chiusura di circa il 30% delle scuole paritarie, sia laiche che religiose, se il governo non interverrà in maniera adeguata in loro sostegno».

Un po’ di numeri

Lo studio ripeteva quel che i lettori di Tempi sanno bene:

«Guardando ai numeri, secondo i dati OCSE del 2019, l’Italia spende, per studente, circa 7000 euro per l’istruzione pre-primaria, 7400 per quella primaria e 8500 per quella secondaria. Le scuole paritarie beneficiano di circa 500 euro di contributo per studente e il resto è a carico delle famiglie, le quali godono anche di una detrazione Irpef del 19% fino a 800 euro per l’iscrizione a un istituto paritario: è pertanto evidente che le scuole paritarie permettono di risparmiare allo Stato una cifra tutt’altro che esigua».

«Secondo l’Istat, nel 2018 gli studenti iscritti alle scuole private – senza considerare gli asili nido – erano più di 750 mila, quasi il 9% del totale. Se guardiamo alle scuole d’infanzia, invece, i bambini sono poco meno di 420 mila, circa il 30% del valore totale. Il dato, inoltre, va declinato da zona a zona del Paese. In Lombardia e in Veneto gli studenti che frequentano le scuole paritarie sono più del 14%, e in alcune province, come Lecco, la quota sfiora il 20%. Circoscrivendo l’analisi alle scuole dell’infanzia, i dati sono ancora più significativi: in quasi tutto il nord-est del paese la percentuale è ben superiore al 30%, con picchi del 70%, come a Bergamo. Si tratta di alcune tra le zone del paese più colpite dal coronavirus».

La conclusione, scontata, è questa:

«Il settore, che occupa 90 mila docenti e 70 mila dipendenti tecnici amministrativi, ha un peso che va al di là di quello soltanto occupazionale. Infatti, molti bambini e ragazzi potrebbero ritrovarsi a non avere alternative, o addirittura correre il rischio di non poter frequentare normalmente la scuola».

Foto Ansa