Una casa in cui abiti per 26 anni è un bel pezzo della tua vita, specialmente se ha visto crescere i figli. E i tre sono cresciuti, se ne sono andati, hanno figli. Qui, come mi disse quel presagio tagliente, siamo rimasti soli
Una vecchia casa milanese. Di quelle di inizio Novecento, con le pareti spesse e i soffitti alti. Quando l’ho vista la prima volta, abbandonata dai precedenti inquilini, era così ingrigita e dimessa che mi era sembrata la casa degli Usher del racconto di Poe. Ma una volta lucidati i parquet, rifatta la cucina e imbiancate le pareti, in una mattina del gennaio 1999 sembrava un’altra. Una giovane casa che aspettava una famiglia, e dei bambini. Tuttavia, prima del trasloco, nel lungo corridoio che vedete mi colse un pensiero tagliente, quasi doloroso: un giorno qui resterete soli, e questa casa vi sarà insopportabilmente grande.
Ci trasferimmo in una mattina gelida, il giorno della merla lo chiamano a Milano, il più freddo dell’anno, e i caloriferi erano stati appena accesi. I tre bambini, con il cappotto e la sciarpa addosso, tremanti sul divano domandarono: «Ma fa sempre così freddo, in questa casa?».
Una casa in cui abiti per 26 anni è un bel pezzo della tua vita, specialmente se ha vi...
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