Nicole, che perse un figlio nella strage alla scuola di Sandy Hook: «Il primo problema è educativo, non delle armi»

Il 14 dicembre del 2012 persero la vita 20 bambini e sei adulti. Nicole perse Dylan e ora dice: «Non ho perso la fede, che ti dà la forza. Bisogna capire la disperazione di chi prende in mano un’arma»

sandy-hook«Non è colpa di Dio. La verità però è che questi bambini sono con il Signore, (…) che consoli i cuori di questi genitori e li renda certi di dove sono i loro figli». Erano le sole parole che monsignor Robert Weiss aveva pronunciato immediatamente dopo la tragica uccisione da parte del ventenne Adam Lanza di 20 bambini e sei adulti della scuola elementare di Sandy Hook a Newton, in Connecticut, il 14 dicembre del 2012.

«CREDO ANCORA». A due anni dalla strage, Nicole Hockley (a destra con il marito e uno dei figli sopravvissuti), che perse il secondogenito Dylan di 6 anni, ha ripetuto la stessa cosa di fronte a una platea di universitari dell’Iowa. Presentando la Charity “Sandy Hook Promise”, fondata da alcune famiglie del paese coinvolte nella strage, ha detto: «Alcune persone dicono che è la volontà di Dio. Io non ci credo, perché non credo che Dio sia così». Già il 21 dicembre 2012, una settimana dopo la sparatoria, la donna aveva dichiarato di non aver «perso la mia fede nell’uomo», grazie alla presenza di quanti le erano stati vicini.

NON BASTA VIETARE LE ARMI. Ai giovani della Clarke University e del Loras College di Dubuque la donna ha spiegato il sacrificio del figlio, grazie al quale «si salveranno altre vite, anche se questo non basterà mai a colmare il vuoto». La Sandy Hook Promise ha uno scopo educativo e vuole prevenire altri drammi. E invocare come soluzione il divieto del porto d’armi è fuorviante: «Dopo ogni sparatoria, le persone cominciano a dire che il problema è causato dalla libertà di possedere armi», ma «noi ripetiamo spesso che uno dei modi migliori di parlare della violenza delle armi è smettere di parlare di armi». Piuttosto bisogna avere il coraggio di domandarsi «che cosa porta una persona al punto in cui l’unica opzione che vede è quella di prendere in mano un’arma da fuoco o una pistola e fare del male a sé o a qualcun altro». Secondo la donna si deve imparare a riconoscere i segni del disagio prima che sia troppo tardi.

LA FORZA DEL BENE. Non una parola d’odio contro chi ha ucciso suo figlio e tanti bambini innocenti, «stravolgendomi completamente la vita». Lo scorso agosto Hockley aveva parlato della «speranza che ho. Ho speranza che grazie ai nostri sforzi potrò aiutare altre famiglie a non soffrire quello che ho sofferto io». Ma agli universitari la donna ha detto di più: «Qualche volta, quando perdi qualcuno che ami e tutte le speranze sembrano perse, è lì che trovi la forza che non avresti mai pensato di avere». E nonostante «circa 800 bambini nella nostra città e innumerevoli adulti siano in terapia», con «innumerevoli tentativi di suicidio», di cui «due riusciti», la forza «non viene dal dolore o dalla disperazione o dalla rabbia. Viene dalla fede. Viene dall’amore. E forse, lasciando che l’amore ci guidi, potremmo trovare più facilmente una via per agire e soluzioni per proteggere il futuro del nostro Paese e dei nostri figli».