I neonati piangono di notte perché non vogliono fratelli?

Se un giorno mi capiterà mai di raccontare a mia figlia com’è nata, cosa dovrò dirle? Che è stata concepita perché suo fratello non ha pianto con abbastanza energia?

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Se i neonati piangono di notte, è perché non vogliono aver fratelli: usando i vagiti per ritardare la nascita di un fratello minore, i piccoli aumenterebbero così le loro chance di sopravvivenza. L’idea di una strategia darwiniana in età così precoce fa parte di una teoria rivoluzionaria pubblicata di recente dal professor David Haig, della celebre Università di Harvard.

Non ho potuto semplicemente sorvolare la notizia a volo di cicogna, se non altro in qualità di pluri-mamma, a suo tempo esaurita da mesi d’allattamento notturno.

Lì per lì, ho cercato di cogliere il senso positivo di una siffatta teoria, e ne ho tratto buone notizie. Innanzitutto, il processo pare ragionevole: dopo poche settimane, a forza di strillare fino all’alba, è chiaro che i piccini disturbano i neo-genitori e non di rado li esasperano al punto da boicottare le migliori intenzioni d’intimità. Tanto che due mesi più tardi, se gli sposi si ritrovano contemporaneamente nel letto, svegli e lucidi, hanno ormai un unico e condiviso desiderio: un appagante sonnellino. Quale puerpera, alle tre del mattino non si lancerebbe con ardore nelle lenzuola fra le braccia di Morfeo? Il comportamento dei neonati dunque parrebbe molto logico. Azzardo anche, estremamente utile: sì, perché significa che i piccoletti, a soli pochi mesi, posseggono già basilari nozioni sulla riproduzione. E pensare che io – come genitore responsabile che ha il dovere d’educare – mi sono sbattuta per anni a raffazzonare un pudico discorsetto su api e fiori da impollinare…. Quanto lavoro inutile! I miei figli avevano già tutte le chiavi di lettura nel DNA. Già questa novità solleva noi genitori da un fardello di grattacapi.

Ma c’è dell’altro. L’ulteriore scoperta della scienza sta nel fatto che il pianto sarebbe indotto anche da un ulteriore fattore: il pupattolo, reclamando l’allattamento continuo a gran voce, ritarderebbe la ricomparsa del ciclo femminile; e con essa una nuova, indesiderata gravidanza.
E io che mi sono raccapezzata sugli sbalzi della prolattina solo a trent’anni suonati… Non v’è dubbio: coi nostri figli, abbiamo decisamente a che fare con altre generazioni, peraltro già ben impostate sui basilari metodi anticoncezionali. Insomma, molto bene.

Poi però, la ragione che secondo lo studio sarebbe alla base del pianto mi ha ridestato – come un rigurgito improvviso – qualcosa di sconcertante. D’accordo che i bambini sono per natura tutti egoisti. Tuttavia io, per anni mi sono illusa che i miei piccoletti strillassero perché avevano bisogno di me, e non solo per nutrirsi. Credevo che nel buio della notte cercassero a tentoni coccole e tenerezza, urlassero per avere la certezza che non erano soli. Insomma, che piangendo, volessero saziare l’intimo desiderio di aggrapparsi a un contatto tranquillizzante; una presenza che in quel momento desse loro un’unica importante certezza: che vale la pena venire al mondo.
Invece adesso la teoria evolutiva mi sta dicendo che quando la mia prima figlia ululava come un cane che abbaia alla luna cercava sì una certezza: quella di restare unica e – un giorno – non essere così costretta a dividere a metà una barretta di cioccolata. Stava mettendo le mani avanti per non avere poi il problema di spartire la cameretta con un’altra sorellina; per non sentirsi ripetere a ruota di trattare bene la bicicletta, che poi la dobbiamo passare al fratellino

Se fosse vera anche solo una lacrima di questa teoria, sarebbe davvero avvilente.

Fatto sta che – nonostante tutte le rivendicazioni d’unicità della primogenita – alla fine la tavoletta al latte e la cameretta a castello sono state divise, non per due, ma per tre.
In particolare, la mia ultima figlia è nata a distanza alquanto ravvicinata dal fratellino. A dir della ginecologa, per uno scherzo ormonale post-gravidanza. Io ho chiosato: il più misterioso e magnifico scherzo del destino. Peraltro, quel genere di meccanismi fisiologici legati ai cicli che i lattanti – a differenza di me – hanno ben chiari.
Ora: se un giorno mi capiterà mai di raccontare a mia figlia com’è nata, cosa dovrò dirle? Che è stata concepita perché suo fratello non ha pianto con abbastanza energia?
Sì, perché l’alternativa che da oggi ho davanti è questa: confessarle che è venuta al mondo perché suo fratello un giorno s’è di colpo zittito, stordito da una sonora poppata, o piuttosto perché è stata pensata e voluta fin dall’origine del Tempo.

Secondo la scienza non v’è dubbio: dovrei dirle che il fratello si è sbronzato di latte. Ma in questo caso, mi sentirei ingrata rispetto a Chi l’ha pensata…

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