Mosca d’America

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Il mondo si era dimenticato di loro, la stampa russa, in sintonia con la propensione collettiva alla rimozione della sanguinosa guerra del 1995-96, li aveva relegati nei trafiletti delle pagine interne dedicati alle turbolenze delle repubbliche più remote. Ma loro, i guerriglieri ceceni, si sono ripresi le prime pagine di tutto il mondo alla loro maniera: con azioni militari audaci, gesti terroristici crudeli e l’effetto-amplificazione della solita repressione miope e sproporzionata da parte dell’esercito russo. Un mese fa mille uomini agli ordini del comandante Shamil Basaiev sono penetrati nella confinante repubblica del Daghestan e hanno attaccato le locali forze armate, composte di russi, daghestani e altre etnie minori. La controffensiva delle truppe di Mosca sembrava, almeno nei comunicati dello Stato maggiore russo, averli schiacciati e costretti alla ritirata, ma nel primo week-end di settembre duemila combattenti hanno attraversato nuovamente il confine fra le due repubbliche e lanciato la loro offensiva in un’area più settentrionale della precedente, occupando sette villaggi. A questo punto la reazione russa ha portato lo scontro in territorio ceceno: bombardamenti da terra e dall’aria di cinque villaggi ceceni si sono aggiunti a quelli contro i villaggi daghestani occupati dagli uomini di Basaiev.

Cosa sta succedendo agli estremi confini della Federazione russa? Perché la Cecenia e i suoi intrattabili comandanti tornano a far notizia? Perché proprio adesso si riaccende la violenza su larga scala? Per rispondere a queste domande occorre fare un passo indietro e mettere a fuoco gli eventi che sono all’origine dell’attuale instabilità di gran parte del Caucaso ex sovietico, e che cominciano nel 1991. Negli ultimi mesi di quell’anno, in seguito al fallito colpo di Stato che porta alla sostituzione di Gorbaciov con Eltsin, tutte le repubbliche non appartenenti alla Repubblica federativa socialista russa si staccano dalla morente Unione Sovietica e dichiarano l’indipendenza. Nel Caucaso e soprattutto nell’Asia centrale si tratta in gran parte di territori a maggioranza musulmana, per quanto l’islam abbia connotati molto diversi sia dal punto di vista della pratica religiosa che da quello dell’eredità culturale nei vari luoghi. Si tratta di Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirgyzstan e Tagikistan nell’Asia centrale e dell’Azerbaigian mentre nel Caucaso ottengono l’indipendenza Georgia e Armenia, cristiano-ortodosse, e l’Azerbaigian musulmano. Questi processi politici, però, non consegnano l’indipendenza e l’autodeterminazione a tutti i musulmani che vivono sul territorio dell’ex Unione Sovietica. All’interno della Federazione russa, corpo centrale superstite dalla secessione di tutte le repubbliche non russe dalla ex Unione Sovietica, continuano a vivere alcune decine di milioni di musulmani, probabilmente 30-40. Molti di loro rappresentano la maggioranza della popolazione di repubbliche e territori autonomi del Caucaso settentrionale come la Cecenia, l’Ossezia del nord, l’Inguscezia, il Daghestan, eccetera. La prima di queste repubbliche a essere investita dalla febbre secessionista è stata la Cecenia, per almeno due ragioni: la prima, politico-economica, attiene al percorso di uno degli oleodotti che dovrebbero trasportare il petrolio degli enormi giacimenti del Mar Caspio, situati principalmente in Kazakistan e Azerbaigian; la seconda è più socio-culturale: dei popoli nord-caucasici, i ceceni sono senz’altro i più combattivi e irriducibili, detestati e temuti sia dai vicini, religiosamente e culturalmente a loro affini, che dai russi tutti. A Mosca il pregiudizio popolare vede nel ceceno l’incarnazione del mafioso: un criminale intelligente e crudele, vendicativo e ben organizzato insieme ai suoi corregionari. Molti affermano d’altra parte che nella capitale russa la mafia cecena abbia soppiantato quella georgiana, anche per la maggiore facilità a procurarsi e a utilizzare esplosivo per promuovere i propri interessi. E, quando è il caso, quelli della lotta armata per l’indipendenza della loro terra.

La terribile guerra russo-cecena del ’95-96 ha devastato il paese e ridotto la capitale Grozny a un cumulo di macerie, mentre il bilancio finale delle vittime non è mai stato stilato in termini credibili: la cifra dei morti oscilla fra i 35 mila e i 100 mila. Nondimeno l’esito politico-militare è stato ambiguo: i russi, sconfitti sul campo dalla tecnica della guerriglia che trasformava in bare le migliaia di carri armati inviati dal ministero degli Interni moscovita per ristabilire l’ordine, sono riusciti a salvare le apparenze grazie a una soluzione di compromesso elaborata dal generale Lebed. Alla Cecenia è stata riconosciuta un’ampia autonomia, in forza della quale si arriva a tollerare che il parlamento locale, in omaggio alla dottrina islamica, approvi una legge che legalizza la poligamia, ma si nega l’indipendenza. L’esercito russo si è ritirato, ma Mosca non si è impegnata a ricostruire le città e i paesi distrutti dai suoi soldati o ad indennizzare le vittime. Nella Cecenia quasi-indipendente si affrontano oggi due sensibilità: quella del presidente Maskhadov, musulmano moderato che vuole arrivare all’indipendenza attraverso il negoziato, e quella degli estremisti islamici alla Basaiev, che continuano a provocare i russi e a proporsi l’obiettivo di “liberare tutti i musulmani dal Volga al Don”. La situazione socio-economica è pessima, al punto che una delle principali attività economiche coincide con la pratica dei rapimenti con richiesta di riscatto, dei quali sono vittime designate gli stranieri che lavorano in Cecenia, ma anche la stessa popolazione locale. Anche la Croce Rossa internazionale, dopo gli ultimi rapimenti, non invia più personale straniero sul posto. L’ordine pubblico è un concetto totalmente sconosciuto, perché i gruppi tuttora armati sino ai denti dei comandanti della guerriglia anti-russa fanno il bello e il cattivo tempo, si dedicano all’arricchimento dei propri capi e a sanguinose faide.

Le ultime iniziative militari di Basaiev nascono dunque da una duplice esigenza: esportare la “guerra santa” contro i russi nelle repubbliche vicine per rivitalizzarla, nel momento in cui i suoi araldi conoscono un calo di popolarità in terra cecena, ed esercitare un’influenza sulle elezioni presidenziali russe dell’anno prossimo. Il Daghestan non parrebbe il territorio ideale per il proselitismo di Basaiev: multietnico e retto da un governo filo-moscovita, il Daghestan non ha offerto nessuna solidarietà ai fratelli musulmani ceceni al tempo della guerra coi russi, e mentre a Grozny domina l’islam sufi della confraternita dei “quadiri”, i daghestani appartengono alla confraternita dei “naqshabandi”, che ha una sua propria tradizione anti-russa distinta da quella cecena. Basaiev spera che la repressione cieca dei russi in Daghestan spinga i “naqshabandi” fra le sue braccia e che i giovani siano sedotti dall’ideologia “wahabita” attribuita al suo movimento. L’appellativo “wahabita” veniva un tempo usato dalla propaganda sovietica per etichettare tutti i musulmani dissidenti all’interno dell’Unione Sovietica. Il wahabitismo è il movimento socio-religioso dominante in Arabia Saudita, che veniva rappresentata dalla propaganda sovietica come un paese retrogrado e asservito agli imperialisti Usa. Oggi i ribelli islamici del Caucaso cominciano a diventare veramente wahabiti (abbandonando l’originario sufismo) perché ad armare e finanziare i soldati di Basaiev c’è un wahabita in carne ed ossa: l’avventuriero giordano-saudita Khattab. Ma quale sia l’origine prima delle risorse che permettono ai ceceni di fare tanti danni ancora non si è ben capito.

Per quanto riguarda le elezioni russe, Basaiev sta giocando una carta molto importante. Nella scelta del nuovo presidente russo il voto musulmano è decisivo: se si guardano le elezioni amministrative degli ultimi due anni, si vede che all’interno della Federazione russa comunisti e democratici si trovano su un piano di sostanziale parità. Sarà dunque il voto dei 30-40 milioni di musulmani con passaporto russo a fare la differenza. Il clan di Eltsin ha cercato di accaparrarselo con poca spesa, con donazioni mirate e gesti come la partecipazione del Gran Muftì di Russia alla tribuna delle autorità alla sfilata per l’anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale. Basaiev viene a ricordare che i musulmani vogliono molto di più che qualche bustarella e qualche buffetto sulla guancia. Non a caso uno dei temi propagandistici della sua guerriglia è l’introduzione della sharia in tutti i territori a maggioranza musulmana, che in Cecenia si è finora espressa soltanto nella reintroduzione della poligamia legale.

Di fronte alle provocazioni e ai segnali più recenti Mosca continua a replicare come nel ’95: repressione militare (condotta malamente per la persistente rivalità fra ministero degli Interni e ministero della Difesa), indisponibilità a negoziati aventi come oggetto l’indipendenza delle repubbliche caucasiche e una campagna di pubbliche relazioni in direzione dell’Occidente, per presentarsi come baluardo cristiano e moderno contro l’offensiva islamica e oscurantista. Eltsin, così anti-Nato nei giorni del Kosovo, ora presenti i russi come il baluardo della civiltà occidentale di fronte all’avanzata musulmana. Tutto per far dimenticare le notizie su scandali finanziari di cui tanti in Occidente erano già al corrente da tempo. Ma che, chissà perché, vengono alla luce solo in questa cruciale fase pre-elettorale.

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