Milano. Cosa vuol dire fronteggiare l’emergenza profughi quando «tutti i posti letto sono occupati»

Intervista ad Alberto Sinigallia, presidente della Fondazione Progetto Arca, che ogni giorno si occupa dei profughi nell’Hub della Stazione centrale

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«Non c’è un periodo migliore o uno peggiore a Milano, per quanto riguarda l’emergenza profughi. Siamo sempre in perenne stato di crisi. Dobbiamo solo cercare di andare avanti comunque e offrire il miglior aiuto possibile a tutti quelli che transitano in città». A parlare a tempi.it è Alberto Sinigallia, presidente e direttore generale della Fondazione Progetto Arca, una Onlus del capoluogo lombardo che si occupa di dare aiuto e riparo a profughi, persone senza fissa dimora e famiglie in difficoltà. Nel 2014 la Fondazione ha aiutato 44 mila persone, fornendo oltre 1 milione di pasti, e offrendo circa 300 mila posti letto. Le situazioni più delicate sono quelle che riguardano i rifugiati, che la Fondazione accoglie in prima istanza nell’Hub della Stazione centrale. Dopo aver fornito il primo aiuto, è necessario trovare per loro un posto in una delle tante strutture di accoglienza presenti in città. Ma è una parola, confessa Sinigallia.

Quanti sono in totale a Milano i posti letto destinati ai profughi?
Sono 600 in tutta la città, e da ormai molti mesi risultano essere tutti occupati. In più, come ogni anno, in questo periodo scatta anche la cosiddetta “emergenza freddo”, che riguarda tutti coloro che di solito dormono in strada: per riuscire a ospitare anche loro, siamo costretti a sistemarli nei posti letto dell’Hub della Stazione centrale, che dovrebbe servire esclusivamente alla prima accoglienza temporanea. La scorsa notte hanno dormito lì ben 34 persone. Se non fossero stati accolti all’Hub avrebbero rischiato la vita al freddo.

Riccardo De Corato di Fratelli d’Italia sostiene che «la città sta scoppiando». Il numero di profughi a Milano è continuato ad aumentare in questi mesi?
In realtà si tratta dello stesso numero di persone del settembre scorso, quando già nelle strutture di Milano non c’era più posto. La vera differenza è che nel frattempo i paesi del Nord Europa hanno chiuso le frontiere, perciò quei 600 posti letto disponibili sono occupati in maniera stabile: non c’è quasi più ricambio. Prima chi arrivava a Milano si fermava qui per quattro giorni, non di più, poi ripartiva, diretto in Scandinavia. Adesso invece i profughi che arrivano a Milano rimangono intrappolati qui. Tra questi c’è un’alta percentuale di “dublinati”, persone che scappano da un paese in guerra, e sono costrette a chiedere asilo in Italia perché la Convenzione di Dublino stabilisce che sia il paese di arrivo a occuparsi delle pratiche.

Come si svolge il vostro lavoro in Stazione centrale?
Dopo aver raccolto le generalità dei profughi, con l’aiuto del personale dell’Asl, si controlla lo stato di salute, se c’è qualche caso di malattia si procede subito al trattamento sanitario per evitare contagi. Nei periodi di arrivi intensi dell’anno scorso, siamo arrivati ad accogliere fino a 780 persone al giorno, un lavoro senza sosta, mentre in questo periodo più “tranquillo” ci aggiriamo intorno ai 50 arrivi giornalieri. Abbiamo già chiesto alle autorità la possibilità di usufruire di altri locali vuoti della Stazione, speriamo di ricevere riscontri positivi. Da quando siamo attivi all’Hub, cioè dal 2014, abbiamo assistito 23 mila persone, per lo più siriani ed eritrei.

Potete fare previsioni sull’andamento delle migrazioni dei prossimi mesi?
Pensiamo che già da marzo, con l’arrivo del clima più mite, riprenderanno i grandi sbarchi. L’Unione Europea ha stanziato 3 miliardi di euro per arginare il flusso di rifugiati mediorientali dalla Grecia. Una cifra che sembra ingente ma che in realtà durerà a malapena 90 giorni, e una volta esauriti i fondi riprenderanno gli arrivi in massa. Già per questa estate ci aspettiamo che la rotta Albania-Puglia tornerà a essere molto battuta, e allora francamente non so cosa accadrà. In Lombardia sono ospitate circa 13 mila persone, e la situazione è ancora più critica nel Sud Italia.

Foto Ansa


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