Michel [link url=https://www.tempi.it/michel-petrucciani-un-gigante-dell-umano-che-cercava-un-senso-da-dividere-con-gli-altri#.UvUD_0J5NQZ]Petrucciani[/link], un gigante dell’umano che «cercava un senso, da dividere con gli altri»

«Sono sicuro che se non ci fosse stata la musica mio fratello avrebbe lasciato qualcosa in un altro campo. Lui voleva vivere, prima di tutto». Parla il fratello del grande pianista

«Il fatto è che lui, malato, sapeva sempre trovare il lato positivo delle cose». Questo nonostante Michel Petrucciani avesse la sindrome delle ossa di cristallo e portasse evidenti sul corpo i segni di quella malformazione, tanto che il padre fu costretto ad inventarsi dei marchingegni per permettergli di raggiungere i pedali del pianoforte. Ma al di là dell’abilità musicale, è questo grande amore alla vita il ricordo più caro che Louis, fratello del pianista francese, porta dell’artista morto ormai 15 anni fa, come raccontato da un articolo apparso oggi su Avvenire: anche lui pratica il jazz suonando il contrabbasso, e di recente ha reso pubbliche alcune incisioni, fino ad oggi inedite, che i due fratelli fecero a fine anni Ottanta.

«VOLEVA VIVERE, PRIMA DI TUTTO». «È stato sostanzialmente un esempio, mi fa ancora da guida», racconta Louis spiegando come Michel non avesse mai da ridire contro nessuno: «Non gli ho mai sentito dire nulla di negativo su nessuno, nemmeno su persone che magari lo deridevano. Tanto che questo disco, Flashback, non è solo la voglia di rendere fruibili dai fan tutti i frutti di certi nostri studi insieme, né solo una sintesi del suo linguaggio d’artista. È anche atto d’amore: per continuare a ricordare lui e quanto mi ha dato». Perché Petrucciani è stato un enorme jazzista, dotato di un talento soprannaturale, cementificato da anni e anni volti unicamente alla tastiera, con una dedizione “agevolata” dalla malattia, che non gli concedeva di pensare ad altro. «Ma sono sicuro che se non ci fosse stata la musica mio fratello avrebbe lasciato qualcosa in un altro campo. Lui voleva vivere, prima di tutto. L’obiettivo era cercare un senso, capire qualcosa del mondo: da dividere poi con gli altri. Della fama che il piano poteva garantirgli non gli importava nulla».

1997, L’INCONTRO COL PAPA. Petrucciani si era appassionato alla musica fin da bambino, applicando il suo amore per il piano tanto alla musica classica quanto al jazz. L’aveva ereditata dal padre, che suonava la chitarra. E nonostante le menomazioni riuscì a sviluppare doti uniche di lirismo, arrivando a suonare assieme a jazzisti del calibro di Dizzy Gillespie, Eliot Zigmund, Jim Hall. Nel 1997, a Bologna, si esibì anche di fronte a Giovanni Paolo II, durante il Congresso Eucaristico. Eppure, nell’intervista emerge bene quanto la musica non fosse per Petrucciani semplice diletto, bensì strumento per vivere e valorizzare il proprio talento. «Non era un eroe. Certo, senza musica sarebbe stato tutto più difficile, però fu studiando che riuscì a usare la musica per vivere davvero. Voglio dire: bisogna anche mettersi in gioco. C’è anche fra i disabili chi non osa dar sfogo ai propri talenti, magari per paura o vergogna: eppure ne vale la pena, specie se sono artistici. La musica apre a se stessi e agli altri, il suono trasporta oltre i limiti fisici. Michel suonando trovava serenità e si ricaricava».