Merletti (Confartigianato): «Il decreto sblocca-debiti della p.a. non è efficace contro i ritardi»

Se il Parlamento non si affretta a fare qualcosa per il problema dei ritardati pagamenti da parte di Stato (e imprese) in molti chiuderanno. A partire dai piccoli artigiani

I ritardati pagamenti della pubblica amministrazione alle imprese continuano. Il decreto che avrebbe dovuto apporre la parola fine su questa triste pagina della storia italiana, infatti, «non risponde con efficacia e tempestività» alle richieste di imprenditori e artigiani e non risolve, pertanto, il problema. Un problema che, come ricorda Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato, «finisce per scaricarsi con violenza sull’ultimo anello della catena, il più debole, cioè i piccoli imprenditori fornitori di beni e servizi».

Presidente, di che proporzioni è l’emergenza che le imprese stanno affrontando?
La sofferenza dell’economia reale è tutta in quei segni “meno” che indicano una diminuzione del numero di imprese, della produzione e delle esportazioni. Nel 2012 hanno chiuso 364.972 aziende, e un terzo di queste erano artigiane. Per quanto riguarda l’export, dopo un brillante 2011, i dati mostrano per il 2012 il forte rallentamento delle vendite all’estero: lo scorso anno le nostre esportazioni sono aumentate del 3,7 per cento rispetto al 2011, ma questa debole crescita è tutta spiegata dall’aumento dei prezzi: mentre i volumi segnano una lieve flessione (-0,5 per cento), salgono del 4,2 per cento i valori medi unitari. L’indebolimento dell’export aggrava le condizioni della produzione del manifatturiero, dove opera il 23,6 per cento dell’artigianato italiano, che nel 2012 ha segnato una flessione del 6,9 per cento rispetto all’anno precedente. Il livello della produzione nel 2012 è inferiore del 22,3 per cento rispetto al massimo pre crisi registrato nel 2007.

La crisi obbliga l’artigiano a ripensare il suo modello di sviluppo?
Le imprese italiane sono vittime della recessione, certo, ma anche di un fisco vorace, di una burocrazia oppressiva, di un credito erogato con il contagocce, dei tanti ostacoli all’iniziativa economica. Problemi che hanno radici lontane ma che non è più possibile ignorare. Serve, quindi, un poderoso cambio di marcia nelle politiche economiche per modificare un contesto ancora ostile al fare impresa e per non disperdere il prezioso patrimonio produttivo del nostro Paese. Serve un grande sforzo perché, anche senza crisi, non è mai stato facile fare impresa in Italia. La crisi non può essere un alibi per non agire e per non realizzare le riforme indispensabili a rimettere in moto lo sviluppo, ridare slancio agli investimenti, alle esportazioni, ai consumi: riduzione della pressione fiscale, lotta alla burocrazia, contenimento dei costi della pubblica amministrazione, migliore accesso al credito, servizi pubblici e infrastrutture efficienti, giustizia rapida, welfare attento alle nuove esigenze dei cittadini e degli imprenditori.
Abbiamo bisogno di interventi mirati ai settori più innovativi, ma servono anche progetti di rilancio e valorizzazione dei comparti più tradizionali del manifatturiero. Va ripensata e sostenuta una politica formativa per orientare i giovani nel mercato del lavoro. Perché il futuro dell’artigianato e della piccola impresa italiana lo devono scrivere le nuove generazioni.

Quanto incidono sulla situazione i mancati pagamenti del pubblico e quelli tra imprese?
Quello dei ritardi di pagamento è uno dei problemi più gravi all’origine della mancanza di liquidità degli imprenditori e che addirittura, in questi tempi di credito scarsissimo, porta alla chiusura molte aziende. La situazione dura da anni ma la recessione l’ha resa insostenibile ed esige risposte immediate e straordinarie. Oggi i tempi medi di pagamento sono di 193 giorni, ma numerosi imprenditori devono attendere addirittura anni per essere pagati. Risultato: artigiani e piccoli imprenditori finiscono stritolati in una morsa fatta da clienti sempre più morosi, da un fisco sempre più esoso e dal credito sempre più difficile da ottenere dalle banche.

C’è chi si approfitta della circostanza negativa per ritardare ulteriormente i pagamenti e ridurre gli importi dovuti?
L’allungamento dei tempi di pagamento ha cause molteplici, a cominciare dai bilanci sempre più in rosso delle pubbliche amministrazioni, per continuare con i vincoli del Patto di stabilità, fino ad arrivare alla mala gestione degli enti pubblici. Su tutto questo pesa anche lo scarso senso etico nei rapporti commerciali tra committente e fornitore.
Per quanto riguarda i ritardi di pagamento dei privati, è parte di un malcostume diffuso nel Paese ma inevitabilmente la crisi economica lo ha acuito perché le difficoltà investono tutti, anche le grandi aziende private committenti. Il problema è che tutto ciò finisce per scaricarsi con violenza sull’ultimo anello della catena, il più debole, cioè i piccoli imprenditori fornitori di beni e servizi.

Cosa suggerite?
Confartigianato ha sempre sostenuto che la soluzione per affrontare l’emergenza dei crediti insoluti da parte della p.a. consiste nella compensazione secca, diretta e immediata tra i debiti della Pubblica amministrazione verso le imprese e i debiti fiscali e contributivi delle imprese verso lo Stato. Ma il decreto ‘sblocca-debiti’ varato il 6 aprile dal Governo non risponde con efficacia e tempestività alle nostre proposte e alla situazione di emergenza vissuta dalle imprese. Per questo, insieme con Rete Imprese Italia, abbiamo sollecitato al Parlamento modifiche per definire un provvedimento semplice nelle procedure, immediato nei tempi di pagamento delle imprese e finalizzato a superare le defatiganti e inutili procedure architettate lo scorso anno per la certificazione dei debiti. Oltre a ribadire la necessità della compensazione tra crediti commerciali e somme dovute a titolo tributario, previdenziale e assistenziale,  chiediamo una ‘clausola di salvaguardia’ per consentire alle imprese di attivarsi in caso di inadempienza degli Enti pubblici.
Altro fronte del nostro impegno riguarda l’attuazione della legge entrata in vigore il 1° gennaio che recepisce una direttiva europea e fissa a 30 giorni il termine ordinario per saldare le fatture nelle transazioni commerciali tra Enti pubblici e aziende private e tra imprese private. Lo scorso febbraio sono stato nominato dalla Commissione Europea relatore per l’Italia sull’attuazione della direttiva. Ci siamo attivati dando vita ad un Osservatorio con il quale monitoriamo il rispetto della normativa e i problemi di riscossione da parte degli imprenditori. Nell’Osservatorio gli imprenditori trovano informazioni sul funzionamento delle nuove norme, consulenza su come far rispettare i propri diritti di creditori e possono segnalare ritardi e mancate applicazioni della legge.