Meeting. «Il diavolo esiste solo come realtà simbolica»

Intervista al “papa nero” padre Arturo Sosa Abascal, superiore generale dei gesuiti: «Il XXI secolo sarà quello della vocazione laicale per la testimonianza del Vangelo. Nessuno ha il diritto di respingere i migranti»

L’accoglienza di padre Arturo Sosa Abascal al Meeting di Rimini da parte della presidente Emilia Guarnieri è stata talmente entusiastica che lo stesso superiore generale dei gesuiti ha dovuto a un certo punto moderare gli ardori. Quando la signora ha detto: «L’abbiamo invitata per imparare a esercitare il discernimento di cui parla papa Francesco: voi gesuiti siete maestri di discernimento». «Dovremmo», l’ha corretta il “papa nero”, che per l’occasione sfoggiava un candido clergyman perfettamente abbinato alla capigliatura e ai baffi canuti. Gentilmente, dopo aver tenuto un incontro che è stato seguito da 300 persone dal titolo “Imparare a guardare il mondo con gli occhi di papa Francesco”, il preposito generale della Compagnia di Gesù (questa la dizione esatta della sua carica) ci ha concesso un’intervista della durata di 20 minuti. Di più non si poteva a causa dei numerosi appuntamenti e impegni che lo attendevano, anche se molte risposte avrebbero richiesto approfondimenti.

Padre Sosa, lei oggi ha detto che nel mondo ci sono ben 15.600 gesuiti. Però le vocazioni sacerdotali nella Chiesa cattolica sono in diminuzione, con qualche eccezione locale in Africa e in Asia. Cosa si deve fare per una ripresa di queste vocazioni? Pregare che il Padre mandi più operai nella vigna, oppure ripensare la figura e il ruolo del sacerdote?
Quando parliamo di vocazione non dobbiamo pensare subito ai sacerdoti, perché prima di tutto c’è la vocazione cristiana come tale che riguarda tutti. In particolare il Concilio Vaticano II ha scommesso sulla vocazione dei laici, e il XXI secolo sarà il secolo della vocazione laicale per la testimonianza del Vangelo. Nella comunità ecclesiale ci sono le altre vocazioni, e fra esse c‘è quella del ministero sacerdotale, al servizio della comunità, perché la comunità ha bisogno di questo servizio. Ma esso prende senso quando c’è una comunità viva. La fonte della vocazione sacerdotale è la comunità stessa. Dobbiamo pregare per la vocazione nostra e altrui perché non siamo noi a chiamarci, è Dio che ci chiama: noi dobbiamo tenere le orecchie aperte e avere il coraggio di seguire la chiamata. Sì, occorre anche correggere l’immagine del sacerdote perché rifletta maggiormente quella del servitore. Servitore della comunità cristiana che è a servizio dell’umanità che è chiamata al rinnovamento del mondo nella riconciliazione e nella giustizia per i diritti di tutti. Senza preghiera, tutto questo è impossibile.

Che rapporto devono avere oggi i cristiani con le Sacre Scritture? Dopo 150 anni di esegesi storico-critica e dopo il Concilio Vaticano II, come dobbiamo leggere e appropriarci delle Sacre Scritture?
La Sacra Scrittura è una fonte privilegiata di rapporto col Signore: ascoltiamo Lui, è la Parola di Dio. Tutti i progressi che ci sono stati nell’esegesi biblica ci aiutano a tenere presente che è stata pronunciata in contesti sociali e culturali particolari, che nella Bibbia ci sono vari generi letterari, e soprattutto che le Scritture vanno prese come un insieme, non si possono spezzettare in brani e citazioni a se stanti. La Bibbia va compresa come un insieme che si comprende attraverso la persona di Gesù Cristo: è lui la chiave di interpretazione. Lo capiamo dal racconto dei discepoli di Emmaus: fu ascoltando le spiegazioni di Cristo che compresero gli eventi accaduti e il loro nesso con le Scritture.

Abbiamo letto l’Instrumentum Laboris del Sinodo per l’Amazzonia. Il documento descrive bene le condizioni e i problemi socio-economici delle popolazioni di questa area e i loro bisogni pastorali, incluso il loro protagonismo ecclesiale. Suscitano perplessità l’esaltazione del culto degli spiriti dei popoli indigeni e una descrizione della cosmovisione dei popoli indigeni che forse non esiste più: quasi tutti gli indios si sono modernizzati. Lei cosa ne pensa?
Non sono un esperto di questioni amazzoniche ma di gruppi di indios che vivono isolati e hanno una loro cosmovisione non condizionata dalla civiltà moderna ce ne sono ancora molti: è una realtà. C’è una tensione che non è facile esprimere: tutte le culture, indigene o no, sono creazioni umane, ma allo stesso tempo la varietà culturale riflette il volto di Dio: ha creato l’uomo a Sua immagine e somiglianza, capace di creare più culture. La varietà culturale è una ricchezza che va preservata come dimensione essenziale della vita umana. La grande sfida è il dialogo interculturale: le culture se sono vive cambiano, per adattarsi alle nuove circostanze incontrando altre culture. Dialogando con altre culture danno luogo a cambiamenti che caratterizzano il mondo attuale e realizzano l’interculturalità. Ma bisogna capire e vivere la pluralità delle culture come ricchezza dell’umanità.

Oggi nel corso della conferenza lei ha affermato che ai confini dell’Italia e del Messico i diritti umani dei migranti sono violati: quali sono esattamente i diritti umani dei migranti e quali sono i diritti umani di chi già vive nei territori oggetto di immigrazione?
Sono gli stessi per tutti. Il primo è essere riconosciuti come esseri umani uguali a tutti gli altri esseri umani. La sfida per un paese che riceve migranti non è solo l’accoglienza, ma l’integrazione, che significa ricevere il contributo che gli immigrati portano. Vengono a dare un contributo, che è superiore a ciò che ricevono dal paese di accoglienza. Gli italiani devono fare memoria della loro esperienza: sono venuti in America latina, anche nel mio paese che è il Venezuela, e sono stati accolti, sono diventati parte della società allo stesso titolo di tutti gli altri, e oggi non sono considerati “diversi”. In Europa bisogna riconoscere il contributo che i migranti danno alle società che li ricevono e ringraziarli per questo. Chi abita un determinato territorio non ha diritto di respingere i migranti, perché non ha un diritto assoluto su quel territorio: non ne sono proprietari, i beni della terra sono per tutti. Io non vedo un conflitto di diritti, quelli dei migranti e quelli di chi vive già nel posto, ma l’occasione di un dialogo umano per creare una fraternità universale attraverso questi movimenti di popolazioni dovuti a vari motivi: guerre, persecuzioni, povertà, ricerca di una vita migliore.

Lei oggi in conferenza ha criticato i modi ingiusti di fare politica, elencando neoliberismo, fondamentalismo, sovranismo e populismo. Ricordo che in passato i gesuiti si sono molto impegnati nel confronto coi movimenti marxisti, per vedere cosa si poteva recuperare e valorizzare di essi in un’ottica cristiana, separandolo dagli errori filosofici e pratici del marxismo. Non si dovrebbe fare oggi la stessa cosa col populismo e col sovranismo?
Senz’altro, in tutti questi movimenti ci sono elementi che si possono riscattare. Il problema è quando i movimenti diventano dei sistemi ideologici chiusi, come è successo col marxismo e oggi col neoliberismo. Ci sono vari populismi, come anche i sovranismi, che troviamo all’interno dei fondamentalismi. Il populismo occulta varie forme di autoritarismo sotto la coperta della rappresentanza del popolo. Ci vuole una grande dose di discernimento politico. Bisogna valorizzare la diversità di pensiero, cercare il dialogo senza chiudersi nelle forme ideologiche. Una cosa è un’idea politica, un’altra è un’ideologia: i quattro “ismi” che ho citato sono ideologie.

Padre Sosa, il diavolo esiste?
In diversi modi. Bisogna capire gli elementi culturali per riferirsi a questo personaggio. Nel linguaggio di sant’Ignazio è lo spirito cattivo che ti porta a fare le cose che vanno contro lo spirito di Dio. Esiste come il male personificato in diverse strutture ma non nelle persone, perché non è una persona, è una maniera di attuare il male. Non è una persona come lo è una persona umana. È una maniera del male di essere presente nella vita umana. Il bene e il male sono in lotta permanente nella coscienza umana, e abbiamo dei modi per indicarli. Riconosciamo Dio come buono, interamente buono. I simboli sono parte della realtà, e il diavolo esiste come realtà simbolica, non come realtà personale.

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