Me ne importa

Tra una settimana gli studenti universitari andranno alle urne
per rinnovare i loro rappresentanti nei Consigli d’ateneo. Tra politici
in erba e vecchie glorie, l’onda lunga di una presenza che non molla

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Il 24 e 25 marzo si voterà in tutte le Università italiane per eleggere i rappresentanti nazionali degli studenti. Per la prima volta, oltre alle elezioni locali, si voterà per un organo di rappresentanza studentesca su scala nazionale. A molti le elezioni in Università ricordano i tempi della fantasia al potere, il maggio parigino o le manganellate e gli scontri di Valle Giulia. Allora nacque la rappresentanza studentesca, affinché non si fosse costretti, per farsi ascoltare, a occupare aule o a caricare la polizia (lasciamo perdere poi che nel ’75, anno delle prime elezioni universitarie, gli extraparlamentari di sinistra facevano di tutto per impedire con la violenza che gli studenti esercitassero il loro diritto di voto). Oggi di Università non si parla più. E chi ci viva, chi siano gli studenti di oggi, non interessa. Le elezioni, perciò, sono un’occasione per guardare, analizzare, sminuzzare e vedere che cosa pensano gli studenti, quali orientamenti politici prevalgano, come si impegna con il suo ambiente la classe dirigente di domani. E si fanno scoperte interessanti.

Associarsi Ma in Università si può anche vivere, oltre a sopravvivere. Una delle forme privilegiate è l’associazionismo studentesco. Capita che, frequentando i corsi o studiando, si facciano conoscenze e, magari, ci si metta insieme per migliorare l’istituzione, per approfondire e per crescere. Le associazioni studentesche sono anch’esse una creatura sessantottesca, quando eri per forza fascista o comunista, al massimo cattolico, quindi nemico di entrambi. E mentre quel polverone si depositava sul freddo degli anni di piombo, qualcuno in Università si trovò, faticosamente, a ricostruire. Nel 1985 a seguito di una petizione promossa dai Cattolici Popolari, a cui aderirono 60mila studenti, 14 Rettori e 33 Presidi di Facoltà, venne emanata la legge n. 429 che rendeva reperibili fondi (mille lire a studente) per le attività culturali, ricreative e sportive delle associazioni. Oggi sono le singole Università che scelgono come e quanti fondi distribuire a quegli studenti che vogliano contribuire, tramite associazioni, alla vita accademica. Recentemente, su sollecitazione degli studenti, il Ministro Berlinguer ha emanato una nota che esortava esplicitamente a favorire le forme di vita associativa fatte da e destinate agli studenti. Nella mancanza di vita accademica, un importante segnale di valorizzazione di quello che c’è.

Palestre Le elezioni universitarie sono una bella occasione: per mettersi in mostra, per difendere i propri interessi, per conoscere gente. Alle forze politiche interessa far fare palestra ai dirigenti di domani. Ds e An (unici partiti strutturati rimasti sulla scena politica giovanile) si rilanciano in Università proprio in occasione delle elezioni. Capiscono e imparano i deputati di domani, in un ambiente protetto, a condurre una campagna elettorale, a stringere alleanze, a tenere rapporti. Unico problema: ad elezioni concluse spariscono, chi a casa sua, chi nella sede del partito, sotto il pugno del Duce o i baffi del Massimo.

Presenza Anche in politica, però, ci sono alternative. Non è molto di moda dirlo oggi che, al grido di “un nuovo partito, un nuovo partito!”, si fanno e disfano movimenti di ogni specie e colore. In Università c’è chi, da una presenza continua nell’ambiente, decide di impegnarsi negli organi accademici, per migliorare l’istituzione, per difendere i propri amici o un ideale. Gli esempi di questo impegno sono numerosi: dalla nascita di cooperative per la vendita di libri di testo scontati, alla laurea honoris causa bloccata dagli studenti di Firenze (vedi Tempi n. 8, anno 5). Sono pochi, forse idealisti, ma che dall’Università qualche cosa hanno imparato: che la prima politica è vivere.

Rappresentanze La rappresentanza studentesca è un’idea di sinistra. Nata nel ’68, è diventata il modo per portare gli studenti universitari a discutere paritariamente con i docenti di tasse, orientamenti didattici, obiettivi educativi. La partecipazione accademica così non è più subita, ma costruita insieme. Questo però porta anche a degenerazioni e confusione di ambiti con studenti che vorrebbero dettare legge e docenti incapaci di assolvere al loro ruolo di educatori. Ma si sa, l’uomo fa e la storia corregge.

Studenti Oggi vota mediamente il 20% degli studenti iscritti all’Università, e molti di questi lo fanno meccanicamente, seguendo l’opinione politica. Pochi chiedono dall’Università qualcosa di diverso dalla riga sul libretto o dal diploma finale. Non esiste quasi più nemmeno una “vita universitaria”. L’interesse è altrove, al domani, che, come la domenica leopardiana, delude quando arriva, e non ci si è gustati nemmeno l’attesa.

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