Mattarella sia vero garante della Costituzione. Anche su sussidiarietà, famiglia, scuola

Dal 1948 ad oggi lo Stato non ha saputo garantire il più naturale dei diritti e cioè che i genitori possano decidere liberamente dove educare i figli

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Al Quirinale si è insediato dodicesimo presidente della Repubblica: Sergio Mattarella da subito ha riportato il cuore degli italiani, forse ormai bradicardico, agli ardori dei Costituenti che intravedevano nella Carta Costituzionale la speranza di una democrazia duratura. Da quel 1948 l’Italia sarebbe stata – o meno – uno Stato di diritto nella misura in cui avrebbe saputo garantire il diritto riconosciuto.

Un presidente che si insedia nel cuore di una riforma Costituzionale non sarà capitato per caso. Un presidente arbitro – come lui stesso si è definito – non può non alzare ai giocatori (i deputati e il governo) il cartellino giallo:

  1. della incompiuta sussidiarietà e del ruolo fragile dei cittadini. «La strada maestra di un Paese unito è quella che indica la nostra Costituzione, quando sottolinea il ruolo delle formazioni sociali, corollario di una piena partecipazione alla vita pubblica». All’art. 118 la Costituzione recita: «Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarità»;
  2. della faticosa responsabilità: «In queste aule non si è espressione di un segmento della società o di interessi particolari, ma si è rappresentanti dell’intero popolo di italiano e, tutti insieme, al servizio del Paese». Di conseguenza «condizione primaria per riaccostare gli italiani alle istituzioni è intendere la politica come servizio al bene comune, patrimonio di ognuno e di tutti».

Già, l’opposto delle Istituzioni che discriminano. Sembrerebbe una contraddizione in termini in uno Stato democratico, a meno che non lo si scopra – questo Stato – portatore di un “peccato di origine”: dal 1948 il cittadino italiano sperimenta l’impossibilità di passare dal “riconoscimento” alla “garanzia” del diritto, al punto che l’art. della Cost. – «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» – appare più che mai, a chi riflette, come lettera morta.

Non esiste infatti dignità alcuna per la famiglia che non ha la libertà di scegliere la scuola pubblica paritaria per i propri figli, dopo aver pagato le tasse per la scuola pubblica statale. Doppia criticità: una scuola pubblica, gestita dallo Stato secondo uno dei due modelli del Sistema Nazionale di Istruzione, è pagata a caro prezzo anche se non scelta; un’altra scuola, ugualmente pubblica, gestita da Enti, inserita nello stesso Sistema, è pagata dal cittadino due volte, a) come contribuente dello Stato e b) come fruitore di un servizio pubblico, che non solo allo Stato non costa nulla, ma che gli consente l’utilizzo di denaro “pulito” a spese del cittadino stesso.

«Garantire la Costituzione» dice il Presidente «significa anche garantire il diritto allo studio dei nostri ragazzi in una scuola moderna, in ambienti sicuri, garantire il loro diritto al futuro; significa sostenere la famiglia, risorsa della società; significa rimuovere ogni barriera che limiti i diritti delle persone con disabilità».

Certamente il presidente saprà bene che in Italia esiste una ingiustizia di fondo avallata dallo Stato, che riconosce ma non garantisce la libertà di scelta educativa in un contesto di pluralità di offerta formativa. Chi non se ne accorge, si trova nella triste condizione di chi è cieco, sordo e muto.

Dal 1948 ad oggi, infatti, lo Stato di diritto non ha saputo garantire il più naturale dei diritti riconosciuti e cioè che un padre e una madre possano decidere liberamente (leggasi: senza condizionamenti economici e in un ventaglio di proposte civili) sulla questione-principe che compete loro: come e dove educare il proprio pargolo. Publicum est pro populo.

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