Io di Renzi non posso fidarmi più. Siamo virtuosi e il governo ci penalizza. Adesso basta

I 500 milioni cancellati con un decreto, Salvini, la Lega e la difesa della famiglia per difendere la comunità all’Expo. Intervista al governatore lombardo Roberto Maroni

maroni-sh-195230933«Ma le sembra normale che dopo il lavoro da sherpa che Regione Lombardia ha fatto a Berna per portare a casa il protocollo di intesa fiscale tra Italia e Svizzera, il ministro Padoan viene a Milano per siglare l’accordo (lunedì 23 febbraio, ndr) e Regione Lombardia non sa nulla?». Sgarbo o svista del cerimoniale. Poco importa. Roberto Maroni alza la cornetta e, fortunatamente per lui, «il ministro è in volo». Ma non c’è tempo per approfondire, perché il governatore ha qualcosa di urgente da mostrarci sul suo iPhone. «Ho visto questa fotonotizia che mi ha un po’ sconvolto: “Il presentatore degli Oscar 2015 con suo marito e i due figli nati da madre surrogata”. Siamo a Bisanzio. Ha presente come è caduta?». Sì. C’è un russo, lo storico Solov’ev, che descrive quella caduta come frutto di una debolezza endogena più che di una conquista esterna. «È così. Sono arrivati gli altri, hanno bussato ed è venuto giù tutto. Perché? Perché Bisanzio era già collassata nel proprio vuoto. Non c’erano più valori, radici, cultura. Non c’era più una vita né una visione della vita da difendere. Ci danno dei reazionari e retrogradi. Io invece dico che noi siamo il futuro, loro il tramontante passato. Per questo voglio una giornata a Expo in cui si parli di famiglia. Papà e mamma, naturalmente. Perché il resto è propaganda, multinazionali, produzione di umanità in laboratorio. Appunto, paternità e maternità “surrogata”, “colonialismo” come ha detto papa Francesco. Non c’entra nulla la libertà. C’entra la mercificazione. Mi interessa niente essere additato come uno che fa battaglie di retroguardia, perché non è così. Sono loro che stanno andando verso il baratro. E comunque io non ho paura. Voglio andare avanti sul tema della difesa della famiglia per difendere la comunità e, tra fine settembre e ottobre, voglio un grande evento internazionale su questo tema all’Expo».

tempi-maroni-renzi«E i giornali se la prendono con me»
Cosa invece ha fatto imbufalire il prealpino e serafico Maroni nelle relazioni con Renzi, è presto detto. «Niente di personale. È una questione istituzionale. Se il premier o il sindaco sono di un altro colore politico, a me non interessa. Il problema è che ci sia collaborazione istituzionale tra chi è stato eletto dal popolo a rappresentare il popolo. Con Renzi, purtroppo, questa collaborazione non c’è».
Sia concreto. Può esemplificare? «Le faccio solo due esempi. Il primo è l’accordo scritto e sottoscritto tra governo e regioni che applicava per la prima volta i costi standard in sanità. Una battaglia storica delle regioni e della Lega che nel luglio 2014 trova finalmente una sua prima applicazione. Ed è così straordinaria la cosa che porta alla Lombardia un beneficio di 500 milioni di euro. Ripeto, stiamo parlando di un accordo firmato, non dell’elaborazione di un centro studi. Dunque, budget 2015: quello del 2014 più 500 milioni. Quant’è il costo di tutti i ticket in Lombardia? Poco meno di 500 milioni. Quindi, a ragion veduta, sulla base dell’accordo siglato col governo, comunico ai cittadini che nel 2015 la Lombardia sarà la prima regione ad abolire i ticket. Possiamo farlo. Perché? Perché la nostra regione è virtuosa, i dati parlano chiaro e il governo lo ha finalmente riconosciuto. Abbiamo 500 milioni da utilizzare. Poi arriva la legge di stabilità e cosa succede? Succede semplicemente che l’accordo viene stracciato. Così. Con un emendamento che ci toglie 500 milioni per legge. Cosa ne devo dedurre io, se non che Renzi è inaffidabile e che non puoi fare accordi con questo governo? Morale, non possiamo cancellare i ticket. E oltre al danno, dobbiamo pure subire la beffa del Corriere della Sera che se la prende con me perché non mantengo le promesse».

«Noi virtuosi, quindi tartassati»
«Altro esempio. Il governo ha approvato una misura che penalizza fortemente la Lombardia. Dal 2015 in avanti, impone la legge di stabilità, le regioni non potranno più fare investimenti finanziati “a debito”. Cosa vuol dire? Se io faccio un investimento (una strada, un intervento ambientale, quel che vuoi) e non ho risorse in bilancio, mi rivolgo alle banche e faccio un mutuo; ora, è chiaro che il divieto per questo tipo di finanziamento funziona per gli enti locali che producono buchi nelle casse dello Stato, ma funziona anche al contrario, cioè impedisce un sano sviluppo a una regione come la Lombardia che ha un rating superiore a quello dell’Italia, ha i conti a posto e paga puntualmente le banche e gli altri creditori».
All’atto pratico, perché questo divieto vi penalizza? «Semplice, avevamo un miliardo e cento milioni di investimenti previsti nel 2015, tutti già finanziati. Un miliardo e cento milioni. Con la legge di stabilità cosa ti dice il governo? Ti dice: “No, tu queste risorse le cancelli e fai gli investimenti che ti consente il prelievo delle tasse regionali. Quanto valgono le tasse in Lombardia? 330 milioni? Bene, investi 330 milioni”. Conclusione, io Lombardia devo cancellare 800 milioni di investimenti, anche se quelle risorse le ho già in cassa. Ripeto: il provvedimento doveva servire a evitare danni nelle regioni canaglia, ma penalizza ingiustamente noi. Una follia. Questo è il governo Renzi in rapporto alla Lombardia. Ci rende la vita impossibile, ci taglia le risorse e, in aggiunta, ci chiede di alzare le tasse se vogliamo fare investimenti. Adesso capisce perché, con l’approvazione del referendum popolare, abbiamo messo in moto un processo che porterà alla definizione della Lombardia come regione a statuto speciale. Altrimenti noi continueremo a pagare per tutti. Il cittadino lombardo è quello che versa più tasse e risorse in solidarietà per le altre regioni. Al tempo stesso siamo la regione in cui l’amministrazione pubblica costa meno e i servizi sono più efficienti. Insomma, siamo virtuosi e il governo ci penalizza. Bene, adesso diciamo basta. O meglio, invitiamo i cittadini lombardi a decidere del loro destino di virtuosi e, perciò, tartassati dallo Stato centrale».

In effetti, è appena uscito un report della Cgia di Mestre: dal calcolo del residuo fiscale risulta che la Lombardia è la regione che versa di più in solidarietà al resto del paese. Il residuo fiscale corrisponde alla differenza tra le entrate complessive regionalizzate (fiscali e contributive) e le spese complessive regionalizzate (al netto di quelle per interessi) delle amministrazioni pubbliche. Bene, la Lombardia registra un residuo fiscale annuo positivo per 53,9 miliardi di euro, il più alto di tutti. «Vuol dire – commentano i ricercatori della Cgia – che ogni cittadino lombardo (neonati e ultracentenari compresi) dà in solidarietà al resto del paese oltre 5.500 euro all’anno» (nota bene che la Sicilia, ad esempio, che pure è una regione a statuto speciale, cioè che già gode di autonomia finanziaria, ha il peggior saldo tra tutte, con un residuo fiscale pari a -8,9 miliardi di euro).

L’altro Matteo, Alfano e Tosi
«Ecco, capisce perché la Lombardia sia indigesta a Roma, perché sia sotto costante attacco e perché la sinistra sogni di conquistarla da sempre». Si capisce perlomeno perché Salvini sia così frontalmente all’opposizione di Renzi. «Esatto. Per questo io penso che la sua scommessa sarà complicata se punta ad assorbire tutto il centrodestra nella Lega. Mentre se va oltre la Lega e si basa proprio sul modello Lombardia, sarà più facilmente vincente». Salvini non vuole sentir parlare di Alfano, mentre Maroni dice che l’alleanza funziona. Come uscite da questa impasse? «Semplice, vediamo cosa succede». E con la spina Tosi, come la mettete? «Anche lì: io sono con Tosi quando dice che lo statuto prevede che sia il segretario confederale, cioè lui, a stilare le liste. Non sono d’accordo invece quando minaccia di correre contro Zaia e quindi di mettersi fuori dalla Lega. Dalla Pivetti a Comino, nessuno di quelli che sono stati leader e sono fuoriusciti ha mai conosciuto un destino diverso dall’insignificanza politica».

Foto Roberto Maroni da Shutterstock