Marò a casa, ma i problemi non sono finiti. “Tenere sempre un basso profilo è strategia perdente”

«I giudici indiani potrebbero usare le garanzie concesse dal governo italiano per sottrarci la giurisdizione», avverte Andrea Gaiani, direttore di AnalisiDifesa.

I due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di aver ucciso due marinai indiani il 15 febbraio scorso, entro Natale torneranno in Italia. La concessione di una licenza di due settimane, chiesta dagli avvocati dei due militari, è stata approvata dall’Alta Corte del Kerala. Le garanzie chieste dai giudici prevedono il pagamento di una cauzione di 800 mila euro e un impegno scritto da parte del ministro degli Esteri Giulio Terzi per garantire il rientro in India.«Una prova di sensibilità indiana» l’ha definita Terzi. «Una bella notizia», la definisce Gianandrea Gaiani, direttore di AnalisiDifesa, «che però rischia di dare implicitamente un riconoscimento alla giurisdizione indiana».

Bisogna mettere in dubbio la buona fede dei magistrati indiani?
Il sospetto è lecito. C’è un precedente come quello sugli indennizzi ai famigliari delle vittime, una libera concessione del governo italiano, che poi è stata trasformata dall’accusa in implicita ammissione di colpa. Sulla giurisdizione del caso deve ancora pronunciarsi la Corte Suprema indiana, che però ha continuato a rinviare la sentenza, segno della difficoltà di pronunciarsi a favore dell’Italia, secondo i dettami del diritto internazionale. Nulla proibisce di pensare che, per liberarsi dei problemi, i giudici usino le garanzie concesse dal governo italiano per il rientro in patria dei militari, e il loro rispetto, come un implicito riconoscimento della sovranità indiana.

Come è tecnicamente possibile?
Se la Procura di Roma, che sulla vicenda ha aperto un’inchiesta, rinunciasse a perseguire i due Marò una volta tornati in patria, la Corte Suprema indiana potrebbe affermare che l’Italia, di fatto, ha rinunciato alla sovranità giuridica, che dunque apparterrebbe all’India.

Per questo motivo la corte ha continuato a rimandare?
Non solo. Un pronunciamento in favore della giurisdizione italiana da parte della Corte Suprema, che è organo federale, creerebbe un caso politico fra Nuova Dehli e lo stato del Kerala. E poi c’è da dire che le pressioni fatte dall’Italia hanno avuto scarso o nessun impatto.

La posizione dell’Italia non è stata vincente?
Come in altri casi internazionali, il governo italiano preferisce optare per un basso profilo. Questo ha dei vantaggi molto relativi. Si forma l’opinione internazionale che quello italiano sia uno Stato che cala le brache. Non è molto conveniente per far rispettare i propri diritti e i diritti dei propri cittadini.

In questo caso, l’Italia ha mantenuto una linea soft perché non poteva fare altrimenti?
Non direi. Il governo ha scelto di puntare non sull’innocenza dei propri militari ma soltanto sulla giurisdizione. Nonostante le evidenti contraddizioni processuali e dell’accusa, solo dopo mesi, il governo aveva iniziato a parlare dei propri militari come “ingiustamente trattenuti”.

Questa vicenda ha portato a ridiscutere l’uso dei militari sulle navi in funzione anti-pirateria.
Una forma di protezione dalla pirateria è ovviamente necessaria. La legge italiana prevederebbe anche la possibilità, per gli armatori, di assumere contractors, peccato che in assenza di decreto attuativo si è obbligati a usare soltanto i militari. E così ora molti armatori registrano le loro navi a Malta, dove oltre a pagare meno tasse possono imbarcare chi pare a loro.