Malagiustizia. Marco, accusato di essere “l’orco” senza una prova

Marco Matteucci a Foggia era stato accusato di aver abusato della figlia. Oggi, assolto in via definitiva, ha scelto di raccontare la sua kafkiana storia

Marco Matteucci ha amato moltissimo la Puglia, in quei primi tempi del 2004 in cui vi si è trasferito dalla Toscana. Non sapeva, allora, che dopo quel trasloco sarebbe iniziata una terribile odissea giudiziaria che ancora oggi lascia pesanti strascichi. «Io oggi sono una persona innocente condannata ad una pena severa: non vedere più sua figlia. Ancora oggi, dopo sette anni e mezzo. Non vedere la figlia per tutti questi anni, senza un motivo, «è una tortura atroce» ha raccontato Marco alla trasmissione Presunto colpevole di Rai2, che ha ripreso la sua vicenda tra altri casi di malagiustizia italiana. La storia di Marco è tornata in questi giorni alla ribalta anche sui giornali pugliesi, che all’inizio hanno contribuito a descriverlo come un mostro. Ci sono volute due assoluzioni, in primo e secondo grado, oggi divenute definitive, per dimostrare che Marco è innocente dall’accusa di pedofilia che si è portato sul capo per anni.

IL “MOSTRO”. Tutto inizia nel maggio ’97, quando Marco conosce Giulia, una ragazza pugliese: un amore che porta prima al matrimonio, e due anni dopo alla nascita di Francesca. Poi Giulia e Marco si lasciano, lei torna a Foggia con la figlia. Poco tempo dopo, è il 2003, anche Marco decide di cancellare i 600 chilometri di distanza tra lui e Francesca, e si trasferisce in Puglia. «Era un sogno», ha ricordato durante la trasmissione. Tutto questo è però accaduto solo in cinque occasioni. All’improvviso fu sospesa l’ordinanza del tribunale che permette gli incontri: la motivazione Marco la scoprì solo parlando con i giudici, dai quali apprese che l’ex moglie e la suocera lo avevano accusato di aver abusato della bambina.

Ha racconta Marco: «Sono stato accusato di aver fatto un bagno con la bambina in una vasca arancione, in mezzo a tante candele accese e tanti palloncini». Da quel momento l’uomo fu messo sotto osservazione. All’inizio all’uomo gli fu consentito di continuare gli incontri con la figlia, ma solo in un consultorio alla presenza di terze persone. Così fino al 4 maggio 2004, quando all’uomo fu proibito definitivamente di vedere Francesca: quel giorno Marco fu convocato in questura. «Ero in sala d’attesa, con un libro – ha ricordato – e dopo un quarto d’ora mi chiamano in una stanzetta e mi dicono che sono agli arresti domiciliari. Mi danno in mano un foglio da leggere, mi dicono che posso chiamare un avvocato, e che posso scegliere dove andare agli arresti. Mi dicono che devo stare calmo se no mi mettono subito in galera. Io non capisco più niente. Chiedo il permesso di telefonare alla mia compagna: mi chiedono il numero di telefono e loro lo trascrivono dicendo che forse siamo complici. Una situazione kafkiana, un giorno ti svegli Marco e ti addormenti accusato di essere il pedofilo di Foggia».

PROVE INESISTENTI. Eppure nella casa di Marco non c’è alcuna vasca da bagno arancione. E i medici che visitarono la piccola esclusero segni di abusi. Ma di fronte alla contro-denuncia di Marco, che urlava l’inesistenza della vasca, i magistrati non controllarono se esistevano effettivi riscontri alla denuncia dell’ex moglie e della suocera.

Tra il maggio e il giugno 2003, invece, il pm Lidia Giorgio (all’epoca presso la procura di Foggia) interrogò la bambina. L’interrogatorio fu ripreso con una telecamera: nella ripresa si vede e sente distintamente il pm chiedere con insistenza «Ma il babbo ti ha fatto una carezza, ti ha dato un bacio?». Si sente la bimba rispondere: «Non ha fatto niente». La piccola Francesca lo ribadisce per tutto l’interrogatorio, persino davanti alle domande del pm definite poi dalla sentenza di assoluzione “reiterate e suggestive”: «La nonna mi ha detto che tu le hai detto il segreto… Eh rispondimi, dai ti prego. Tu questo segreto alla nonna l’hai detto? Perché se no io devo dire che la nonna è cattiva, la nonna dice un sacco di bugie». Francesca non mosse la minima accusa al padre. Per rinviare a giudizio Marco, dunque, al pm, ai gip e al gup bastarono le accuse de relato.

Dopo l’assoluzione, Marco ha raccontato: «Quello che mi ha ferito di più è l’atteggiamento del pm, un’impressionante determinazione che ad un certo punto sembra quasi accanimento. Senza mai farsi sfiorare dall’eventualità che poteva sbagliarsi sul mio conto». Marco Matteucci oggi si commuove ricordando la vera prova che più di altre lo ha scagionato: «Una bambina ha tenuto testa ad un’armata di lanzichenecchi che volevano solo dimostrare che il babbo era un pedofilo». Eppure, sette anni e mezzo dopo, e in attesa di un risarcimento dello Stato italiano per cui Marco ha presentato ricorso, questo padre non può ancora riabbracciare la figlia.