«Macron sia serio: l’unico separatismo in Francia è quello islamista»

Il grande filosofo e teologo Rémi Brague corregge il capo dello Stato: «Alcuni musulmani vogliono appropriarsi dei “territori perduti” della Repubblica»

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«La Repubblica, poiché è indivisibile, non ammette alcuna avventura separatista». Così ha parlato il capo dello Stato francese Emmanuel Macron in occasione del 150esimo anniversario dalla proclamazione della Terza Repubblica. Un discorso efficace ma anche «comodo» perché «evita di chiamare le cose con il loro vero nome», dichiara al Figaro il grande filosofo e teologo Rémi Brague.

«L’UNICO SEPARATISMO È QUELLO ISLAMICO»

Parlando di «separatismi» al plurale, Macron «cerca una volta di più di evitare il problema e di nominare il nemico. Siamo seri. Le province periferiche si sono chetate, i gilet gialli non invocano più la separazione». C’è ormai un solo separatismo che minaccia la Francia, continua Brague:

«La Repubblica ha creato dei “territori perduti” per negligenza, disprezzo, cinismo. Oggi sono delle persone che si definiscono islamiche che vogliono appropriarsi di questi territori per vivere secondo le proprie regole. Costoro riciclano in piccolo la vecchia distinzione tra “dimora dell’islam” e “dimora della guerra”, il mondo pagano, chiamato a sottomettersi».

I PROBLEMI DELL’ISLAM CON IL POTERE TEMPORALE

Il filosofo non ritiene che in Francia siano necessarie «nuove leggi» per affrontare il separatismo islamico, ma che piuttosto sia sufficiente «far rispettare quelle esistenti»: «Il problema si presenta quando alcune persone pretendono di obbedire a leggi diverse rispetto a quelle del paese in cui vivono. È questo il punto. In certi “quartieri” alcuni “giovani” dicono forte e chiaro che non vogliono sottomettersi alle leggi della Repubblica, mettendo al di sopra di queste quelle che loro considerano come parte della sharia islamica».

Brague risponde poi così alla domanda sul rapporto dell’islam con il potere temporale:

«Per quanto riguarda la dignità del messaggio di una religione, è possibile valutarla solo se si possiede un criterio del bene e del male indipendente dalla nostra sensibilità o dalle nostre opinioni e dunque se una religione si sottomette essa stesa alla morale comune e non pretende di disporre di altre norme. Le società musulmane non hanno mai smesso nella loro storia millenaria di oscillare tra le esigenze di una legge divina, l’unica legittima, e la necessità di un potere di fatto, spesso militare. I governanti ricoprivano d’onore gli uomini di religione, i giuristi, che però facevano a meno di consultare. E gli specialisti della legge divina insegnavano al popolo l’obbedienza e chiudevano gli occhi davanti alle sbandate morali e legislative dei capi. Liberati dal controllo della realtà, i giuristi elaboravano una legge raffinata per ogni situazione, ma impossibile da applicare nella vita concreta».

«LA PECULIARITÀ CRISTIANA»

Soffermandosi sul rapporto tra legge morale e legge civile, infine, spiega: «La legge comune deve rispettare una morale essa stessa comune. Non esiste una morale specificamente cristiana. I Dieci comandamenti nel cristianesimo contengono dei principi universali che discendono dalla ragione umana e che si ritrovano un po’ dappertutto, prima della Bibbia e altrove. Il cristianesimo apporta, semmai, una presa di coscienza maggiore della morale universale e la volontà più decisa di estenderne l’applicazione alla totalità dell’umanità. Per esempio, la schiavitù è stata praticata dappertutto e da tempo immemore. Ma solo in terra cristiana si è avuta l’idea di abolirla. Vedere l’umano là dove altri vedono solo una forza lavoro da sfruttare o un ammasso di cellule: ecco la peculiarità cristiana».

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