“L’uomo che voleva essere colpevole”, profetica distopia di una società talmente perfetta che non c’è più bisogno di essere buoni. E non si può nemmeno essere cattivi
Auguste Rodin, Il pensatore, Musée Rodin, Parigi (foto Depositphotos)
C’è del marcio in Danimarca. E c’è anche un romanzo profetico, anzi, attuale: L’uomo che voleva essere colpevole (Manden der ville være skyldig, 1973) di Henrik Stangerup, portato in Italia già nel 1990 da Iperborea, con una bella Postfazione di Anthony Burgess (l’autore, cattolico, di Arancia meccanica). Un piccolo capolavoro di neanche 200 pagine, immancabile.
Il percorso distopico seminato da Noi di Zamjatin e dal Mondo nuovo di Huxley, fiorito in pieno Novecento con 1984 di Orwell e Fahrenheit 451 di Bradbury, trova nel romanzo di Stangerup il degno compimento. La Danimarca dove si muove Torben, l’assassino protagonista del romanzo, è una distopia umana, troppo umana: e perciò diabolica. Uno Stato dove un socialismo impazzito «ha per motto: “Il bene comune dalla Culla alla Tomba”. E allora perché nessuno è felice?», si domanda il protagonista. «Ma cos’è poi la felicità?».
Questa domanda («Sei felice?») è la medesima che Clarisse grida a Montag, sotto il chiaro di luna che apre Fahr...
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