L’uomo del secolo

Jaruzelski: Mi insegnò a perdonare.
Le testimonianze inedite del processo
di beatificazione di Giovanni Paolo II.
Le preghiere, i viaggi, i comunisti, le esequie

Continua la pubblicazione delle testimonianze polacche raccolte dal tribunale di Cracovia per la prima fase del processo di beatificazione di Giovanni Paolo II. La documentazione è frutto di colloqui con Annalia Guglielmi.

Karol Wojtyla salì al soglio pontificio il 16 ottobre 1978. Racconta un testimone che «dopo l’elezione ci fu chiesto di portare in Vaticano le sue cose, ma non c’era niente da portare. Non possedeva nulla». Primo Papa non italiano dopo 455 anni, fece del motto “Totus tuus” l’insegna del suo pontificato: «”Totus tuus” non lo ha mai abbandonato. Desiderava solo approfondirlo. Questa speranza certa trovava la sua forza nella carità».
Celebre la sua prima esortazione: «Durante la prima omelia disse: “Non abbiate paura!”. Quello rimane il suo primo potente gesto di evangelizzazione, la prima proclamazione della sua speranza. Fu l’annuncio della potenza di Cristo. È la risposta dell’uomo: “Signore, tu puoi tutto, tu sai tutto”. Si fonda sulla fede. Senza questa certezza il Papa non sarebbe quello che è. In tutto quello che Giovanni Paolo II ha fatto c’erano questa fiducia, che racchiude fede e amore, e questa certezza nell’attesa e nell’azione. Tutto ciò che ha fatto si fonda sulla certezza che Cristo non abbandona la sua Chiesa». Durante il suo pontificato, Giovanni Paolo II ha compiuto 104 viaggi, ha visitato 129 nazioni, ha percorso in aereo 1.163.865 chilometri, pari a tre volte la distanza tra la Terra e la Luna. «Voleva portare il Vangelo a tutto il mondo seguendo il modello del suo patrono: san Paolo. Si preparava con cura. Studiava la lingua perché voleva parlare alle persone nel loro idioma. Teneva sulla scrivania i libri di grammatica e, di tanto in tanto, li consultava». Si ricorda che «è stato il primo Papa ad oltrepassare la soglia della Sinagoga di Roma. Durante i suoi viaggi è entrato nei templi anglicani e luterani, nelle moschee, si è recato al Muro del Pianto. Ha mantenuto fino alla fine un rapporto di amicizia con Jerzy Kluger, di fede ebraica. Ha sofferto molto per l’atteggiamento ostile del patriarca ortodosso Alessio II. Ha pregato per lui la Madonna di Kazan secondo l’intenzione della Chiesa russa». Ha visitato 697 città, ha incontrato 738 capi di Stato. è stato il Papa degli incontri di Assisi, il Pontefice ecumenico, deciso e maturo. «Il Dalai Lama mi disse di essergli grato non solo perché capiva la tragedia dei tibetani, ma anche perché “sa come essere contento”».
Il Papa pellegrino non ha mai dimenticato chi si trovava nelle sue prossimità. Celebre il suo “volemose bene” pronunciato in romanesco, sigillo di una simpatetica attenzione agli abitanti della capitale: «In quanto Vescovo di Roma, ha cercato di conoscere da vicino la vita dei fedeli della propria diocesi. Per questo è andato nelle parrocchie in visita pastorale. Ad una parete della camera da letto era appesa una grande carta dell’arcidiocesi e aveva chiesto di evidenziare le parrocchie già visitate per potersi orientare su dove si trovavano e vedere quali ancora aspettavano la sua visita. Guardava spesso la mappa. Prima di ogni visita invitava a pranzo il cardinale Camillo Ruini con il parroco e i cappellani della parrocchia in questione, in modo da conoscerne i problemi pastorali». Prestava grande attenzione a tutti i collaboratori: «So che pregava tutti i giorni per la curia romana. Aveva chiesto una fotocopia dell’Osservatore romano con l’elenco nominativo dei dipendenti della Curia e teneva questo biglietto sull’inginocchiatoio. Tutti i giorni, dopo la Messa, lo prendeva e pregava per ognuno di loro». Sono in molti a spiegare che «donava tutto se stesso. Trattava seriamente ogni persona. Nonostante gli impegni, si occupava totalmente della persona che aveva davanti, come se non esistesse più nient’altro al mondo se non quella persona»; «Viveva nella coscienza del dono e Dio era per lui Colui che dice a ciascun uomo: “Senza di te il mondo non sarebbe lo stesso”»; «Aiutava a trovare un appartamento, il lavoro, un posto in ospedale, all’asilo o, più semplicemente, il proprio posto nella vita»; «Non ha mai allontanato nessuno»; «Era un ottimista. Riteneva che non ci fossero situazioni perse, pensava che abbiamo sempre un compito e una possibilità, e che vale la pena affrontare la fatica. Amava il mondo perché il mondo è l’opera del Creatore, e voleva rendere migliore la realtà»; «Diceva che è meglio dare a dieci profittatori, piuttosto che non dare a quell’uno che ha davvero bisogno»; «Si lamentava perché, in quanto Papa, possedeva molte tonache che doveva avere per ragioni pratiche. Ripeteva: “Gesù ha detto che dobbiamo avere solo due tuniche”». Molte le annotazioni sulla sua fede: «Era evidente che viveva la fede nel quotidiano». «Parlava con Dio affettuosamente, come un bambino con il padre». «Era un asceta con una grande freschezza d’animo».

Quando portò Casaroli a Messa
Chi lo conobbe racconta che «desiderava che Cristo presente nell’eucarestia fosse presente anche nella vita pubblica». Per questo rimaneva «un uomo aperto, ma che non accettava alcun compromesso col potere comunista». Ripeteva spesso che «è più importante la lotta “per qualcosa” e non “contro qualcuno”». Sapeva essere intransigente nei giudizi e comprensivo coi giudicati: «Non ci ha mai chiesto se appartenevamo a un partito e a quale. Ci faceva soltanto vedere la menzogna nel comunismo e nel marxismo». In quel potere «vedeva lo sviluppo dell’ateismo, lo sradicamento delle persone dalle loro tradizioni cristiane e le persecuzioni palesi e nascoste. Ne soffriva». Da cardinale, Wojtyla sapeva come trattare con le autorità dello Stato, ma anche con quelle vaticane. Un curioso aneddoto riguarda una visita del cardinale segretario di Stato Agostino Casaroli: «Quando fu ospite a Cracovia Casaroli disse al cardinale Wojtyla che in Polonia le cose non andavano poi così male, che era stato da Edward Gierek (primo segretario del Comitato centrale del Partito operaio unificato polacco, ndr) e questi gli aveva parlato delle tante chiese che si costruivano in Polonia. L’arcivescovo Casaroli aggiunse che neanche in Italia si costruivano così tante chiese. Allora il cardinal Wojtyla lo invitò a dire Messa nella parrocchia di santa Edvige Regina a Krowodrze, dove non c’era la chiesa e si diceva Messa all’aperto, sotto una tettoia. Era autunno, faceva freddo. Quando l’arcivescovo Casaroli fu tutto intirizzito, capì che le cose stavano diversamente da come gliele avevano riferite a Varsavia e tornò a parlare con Gierek».

Il generale, “grande peccatore”
La figura di Wojtyla ha portato a profondi ripensamenti anche un importante esponente della nomenklatura polacca come il generale Wojciech Jaruzelski, colui che proclamò lo stato di guerra il 13 dicembre 1981. Ripensando quegli anni ha detto in diverse occasioni Jaruzelski: «Quegli episodi tornano alla mia mente. Oggi posso vedere quale straordinaria influenza ha avuto quest’uomo sul mondo e sugli uomini». Ricorda in particolare «l’ultimo incontro che avvenne in Vaticano il 27 novembre 2001. Il Papa, che era già malato, aveva trovato mezz’ora per me, “grande peccatore”». Si è fissata nella memoria un’impressione: «Il Papa aveva tutte le ragioni per essere duro con me. Già allora era stato severo con le mie decisioni, soprattutto per lo stato di guerra». Eppure «sapeva ascoltare, sempre. Sapeva aver rispetto per chi aveva di fronte, sempre. Quando parlava con me, anche quando sapevo che era in disaccordo, non esprimeva mai il suo disappunto sotto forma di recriminazione, ma spronandomi a dei ripensamenti: “Generale – mi chiamava sempre così – sono importanti le libertà civili, l’identità della società, i diritti dell’uomo”». Jaruzelski si proclama sconfitto da questo atteggiamento, fermo nel giudizio, caritatevole nel tono: «Un tale modo di trattare penetra nella coscienza più profondamente delle più dure parole di critica e di condanna». L’ex gerarca comunista si spinge fino ad ammettere di aver voluto imitarlo: «Non dimenticherò la sua visita in carcere ad Ali Agca. Anch’io fui gravemente ferito nel 1994 in un attentato e feci di tutto per perdonare chi lo commise. Chiesi che non fosse punito». Jaruzelski chiede che le sue parole non appaiano inopportune: «Voglio dire che sapeva lasciare delle tracce in tutti. Sapeva perdonare in modo autentico».
Il 13 maggio 1981, anniversario dell’apparizione della Madonna di Fatima, Mehmet Ali Agca lo colpì con un colpo di pistola in una Piazza San Pietro gremita di fedeli. Afferma un testimone: «La sera del 14 maggio mi recai al Policlinico Gemelli. Soffriva molto. Gli dissi: “La Vergine sosterrà sua santità nella sofferenza”. Mi rispose: “Ella ha vegliato su tutto questo, totus tuus”. Ricordo che quando si era svegliato il 14 mattina dopo l’operazione aveva detto: “Non abbiamo recitato compieta”».

Il rosario virile e la malattia
Il Papa pregava molto. «La preghiera è il primo elemento che può descrivere la sua personalità». Uno degli autisti narra che «in automobile recitava il breviario o il rosario. Gli avevo montato in auto una lampada». Si rammentava di tutti: «Una volta disse che pregava per ogni persona che incontrava»; «Sull’inginocchiatoio del Papa venivano posate le lettere di quanti chiedevano di pregare per problemi particolari»; «Tutti i giorni con la preghiera rivisitava tutti i continenti e le nazioni, le città e i paesi. Visitava le nunziature, le sedi vescovili e i seminari, le prigioni, gli ospedali e gli orfanotrofi, i dicasteri della Curia romana e tutte le famiglie. A volte durante la preghiera chiedeva di ricordargli il nome di una nazione o di una città». Pregava sempre. «Si accostava ad ogni gesto della fede, anche il più piccolo, con un impegno totale, come se fosse stata l’ultima preghiera della sera, l’ultima stretta di mano con Dio». «Viveva di preghiera, fin dalla mattina presto e, si può dire, anche nelle notti insonni. La sera tardi, dopo aver finito di lavorare, andava in cappella. Quando di notte si svegliava andava a far visita al Signore Gesù. La porta della Cappella era sempre aperta. Il Signore era il padrone della casa del Papa. Andava da lui prima delle udienze e dopo tornava da lui e gli affidava i problemi emersi durante gli incontri». «Di notte, quando non riusciva a dormire, pregava e, quando ancora poteva camminare da solo, usciva sul balcone, si inginocchiava sul pavimento, si appoggiava al muretto e rimaneva là immerso nella preghiera». Viveva in unità con Cristo. «Una volta ero sola al suo capezzale in ospedale e vidi che soffriva. Mi chiese: “Che ora è?”. Gli risposi: “Le tre”. E lui mormorò: “Il Signore Gesù è già morto sulla croce, non soffre più”. E si rasserenò». Un testimone ricorda che una volta gli spiegò che «il rosario è la preghiera più virile». Un altro che «fin quando ha potuto ha cercato di recitare il breviario in ginocchio». Tutto questo perché «percepiva che oltre la propria persona c’era qualcosa di più».
Wojtyla è stato il Papa col Parkinson, il Papa malato, il Pontefice della sofferenza. A differenza di una certa lettura che ha voluto evidenziarne soprattutto le difficoltà – tanto da paventarne addirittura le dimissioni – i testimoni ne sottolineano la serena accettazione («Nella malattia il Signore gli ha portato via tutto poco a poco, preparandolo all’ultimo giorno. Ha sofferto ma non si è mai lamentato, accogliendo in tutto la volontà del Signore»), l’ironia («Sul Parkinson ci scherzava sopra. Una volta mi disse: “Meno male che la malattia è cominciata dalle gambe e non dalla testa”»), lo sguardo («Quando era a letto teneva lo sguardo fisso al quadro di Cristo “Ecce Homo”, appeso alla parete di fronte al letto»).

«è finita un’epoca»
Giovanni Paolo II si è spento il 2 aprile 2005 alle ore 21.37. I funerali sono stati celebrati da quello che sarà il suo successore, il cardinale Joseph Ratzinger, futuro Benedetto XVI. Tre milioni di persone si sono messe pazientemente in fila per l’ultimo saluto. Ricordando le esequie l’ex presidente polacco Aleksander Kwasniewski ha rivelato che «al funerale, tra i politici, piangevano tutti, e io piansi quando il vento chiuse il Vangelo sulla bara del Santo Padre. Era una cosa di cui nessuno avrebbe potuto fare la regia. Di fronte a un’immagine come quella, un uomo non può che diventare umile».
Rimembrando quelle ore, il suo “nemico” storico, il generale Jaruzeslki ha riconosciuto che «la sua morte non è stata una sorpresa. Ci eravamo tutti abituati all’idea che potesse accadere da un momento all’altro, il che, però, non significa che l’abbiamo presa con serenità. In quei giorni non mi sono mai staccato dal televisore. L’impressione più forte l’ho ricevuta dal funerale: una bara semplice, il Vangelo e la fotografia del Papa. è finita un’epoca. Mi colpivano sempre al cuore le sue parole, pronunciate dalla finestra del palazzo apostolico: “Saluto i miei connazionali”. Sono parole significative: egli tendeva la mano anche a me. E con ciò stesso a molti, molti altri come me. Quanto più passerà il tempo, tanto più crescerà la sua grandezza di uomo buono, di uomo santo».

(2. fine)