La carità secondo don Giussani. Alla ricerca di un cristianesimo vissuto per davvero

Pubblichiamo la postfazione di Lucetta Scaraffia del libro “Luigi Giussani. Il dono della carità” di Francesco Ventorino (Torino, Marietti, 2013, pagine 120, euro 15)

tratto dall’Osservatore Romano – Caro don Ciccio [Francesco Ventorino], mi riesce veramente difficile scrivere una postfazione al tuo libro sulla carità che non sia una lettera personale. Perché leggendo le tue parole mi viene in mente come sei tu, capace di mettere tutto da parte per ascoltare, per accogliere, per amare chi ti sta davanti e ti chiede ascolto e consiglio. Anche se questo non significa facile indulgenza; ma tu puoi dare risposte severe, dire anche cose difficili da ascoltare, proprio perché riesci a far sentire amato ogni tuo interlocutore, amato veramente e accettato per come è. Per questo capisco quando scrivi che «in ogni atto d’amore c’è, dunque, il riconoscimento e l’affermazione di un destino buono nostro e dell’altro che amiamo». Oppure, «l’amore si riferisce alla persona come essa è, anche con le sue debolezze, e pertanto include una disponibilità inesauribile al perdono». Perché l’ho provato parlandoti, aprendoti il mio cuore.

Questo libro fa parte di un percorso intellettuale, di scrittore, che stai costruendo con pazienza per spiegare che cos’è l’insegnamento di don Giussani, che cosa significa far parte del popolo di Comunione e Liberazione. E anche in questo libro, come in quelli che lo hanno preceduto, la parte più appassionante e chiara, quella più coinvolgente, sono le testimonianze di vita.

Devo dirti la verità, che ti ho già detto e ho scritto altre volte: le parole scritte di don Giussani risultano veramente difficili da capire a chi non l’ha conosciuto, a coloro a cui non riecheggia nella memoria il suo volto e il suo modo particolare di parlare. Cosa significasse ascoltare don Giussani si capisce bene dalle parole di Silvana Levi: «Poi don Giussani cominciò a parlare (…) Non ricordo altri particolari, ma l’esperienza che vivevo ascoltandolo doveva essere molto simile a quella di chi sentiva parlare Gesù: il fascino irresistibile della verità che raggiunge il fondo nascosto del cuore, come se parlasse proprio per me, come se rispondesse al desiderio più segreto, più profondo, che mi costituiva. Era l’esperienza di un altro mondo che mi si era spalancato davanti.

Era un uomo carismatico, che illuminava gli animi e scaldava i cuori. Le sue parole scritte no, invece, non hanno quella meravigliosa chiarezza degli scritti di Romano Guardini, a cui tanto don Gius si è ispirato. Ma Guardini non è il fondatore di un movimento, i loro ruoli erano molto diversi.

Del resto, don Giussani l’ha detto più volte che il cristianesimo è un’esperienza, un incontro. E poi i lettori sono pochi, mentre chi è aperto alle esperienze è sicuramente un numero maggiore di persone, quindi è bene sia così. Lo scrivi anche tu, in questo libro: «L’incontro con il mistero è sempre l’imbattersi in qualcuno», e tu hai saputo essere questo «qualcuno» per tanti.

Tant’è vero che Comunione e Liberazione è segnata da questa mission, speriamo non impossibile, di trasmettere la novità cristiana attraverso i rapporti umani, la concretezza dell’esperienza di carità, come ben spiega il libro. Proprio per questo, immagino, non ci sono mai stati dibattiti o confutazioni degli scritti di don Giussani, o almeno non ne ho mai sentito parlare, mentre lo sguardo dall’esterno è sempre stato puntato sulla vita, sui comportamenti dei ciellini, intesi come testimoni viventi dello spirito di Comunione e Liberazione. E proprio per questo è stato così grave il caso Formigoni: le responsabilità penali sono ancora da verificare, ma certo i comportamenti che i documenti hanno rivelato non testimoniano la realizzazione del progetto originario. E colpisce Comunione e Liberazione proprio su quello che ha di centrale: la testimonianza personale.

Le testimonianze raccolte alla fine del libro, ancora fresche anche se parlano di cose accadute decenni fa, raccontano di come è nata questa esperienza nuova, questa ricerca di un cristianesimo vissuto veramente, nella storia di alcuni ciellini. La più toccante è quella che narra la «caritativa» nella «Bassa» milanese, voluta da Montini arcivescovo. Un’obbedienza alla gerarchia che ha aperto infiniti spunti di crescita spirituale per i giovani che l’hanno vissuta, che è diventata alimento primario per quella strada di testimonianza che don Giussani proponeva. Un’esperienza in cui parole che oggi, per il loro abuso, sono diventate quasi irritanti, hanno trovato il loro senso più profondo: «Partendo dall’esperienza della “condivisione”, tutto diventa amico, tutto diventa vivibile». Sono parole che fanno respirare l’entusiasmo creativo delle origini, di un momento in cui i giovani avevano la sensazione di creare il futuro sotto la guida di don Giussani.

Questa esperienza, come le altre narrate, proponeva un percorso praticabile per tutti, perché sostenuta da una trama di rapporti, da una rete amicale che aiuta a percorrere un cammino di «verità umana». Una comunità, in sostanza, che sa praticare l’accoglienza. La carità deve essere vissuta come «accoglienza», scrivi infatti, pratica che don Giussani proponeva come ideale del rapporto umano, che è un «amore vero, un misterioso possesso dell’altro con un «distacco» dentro».

Ma sei ben consapevole che questo è difficile perché «quello che manca all’uomo di oggi è questo amore a se stesso, la ragione per cui amare se stesso»: mi viene in mente quella che sta diventando l’opinione dominante sull’essere umano, cioè pensarlo come un animale appena più evoluto, basandosi su un darwinismo rozzo e materialista che rinnega la specificità spirituale dell’uomo. Quell’uomo che ha cominciato a concepirsi come «figlio del niente, del caso o della necessità naturale» e che quindi «ha perso la stima verso se stesso e la capacità di volersi bene». Perché — scrivi — «il sentimento supremo, diceva ancora don Giussani, è quello di “essere voluti”, cioè amati e desiderati».

E oggi proprio questa immagine d’amore assoluto rappresentata dall’essere figli desiderati è diventata, nella vita di quasi tutti, una caricatura: il figlio «desiderato», oggi, presuppone il figlio rifiutato. Non è più il simbolo dell’accoglienza più piena, ma quello della confusione fra il nostro desiderio e la capacità di amare, fra l’idea che sia possibile controllare la nostra vita e la vita degli altri e l’incapacità di decifrare nel destino la volontà di Dio.

Caro don Ciccio, come vedi il libro mi è piaciuto, ma, se devo dire proprio la verità, si capisce meglio cosa sia la carità, l’accoglienza, la condivisione dell’amore di Dio incontrandoti piuttosto che leggendo questo libro. Anche se capisco che è difficile, auguro a tutti i tuoi lettori di poterlo fare.