Lo spettacolo è finito. Inizia lo spettacolo. Ma c’è un protagonista nuovo

Mentre a Palermo un comico celebra il funerale della Seconda Repubblica, a Milano si prepara la scena per la Terza. Nel teatro della politica come sempre il popolo affronta l’oligarchia.

La politica, si sa, non la si comprende se non si ha un certo senso del teatro. E quella italiana in particolar modo. Da sempre sul suolo italico la politica ha dato il meglio di questa vocazione teatrale che la anima fin dai tempi in cui Roma divenne erede – nel convulso e sanguinoso senatus romanorum – dell’antica Grecia delle polis (altra patria del teatro). E dunque le recenti convulsioni, colpi di scena e salamelecchi si possono comprendere tenendo in mente la loro natura teatrale, il loro essere azioni che si compiono su un palco. E il terribile magnifico teatro è il potere. La politica la commedia che ci va in scena dentro. E lo spettatore se dimentica d’essere a teatro rischia di non capire nulla. E soprattutto se dimentica in che genere di teatro si trova, il più terribile e pericoloso. La scena offre uno spettacolo spesso oscuro e spesso mediocre. Ma uscire dal teatro – come ha fatto il 53 per cento dei siciliani, astenendosi dal voto – è un’illusione. Perché è in quel maledetto teatro che si gioca la pièce del potere. E chi pensa di starne fuori in realtà viene proiettato in scena come un burattino nelle mani dei registi.

Sul palco italiano vedo due scene principali. La fine della Seconda Repubblica in Sicilia e l’inizio della Terza in Lombardia. Entrambe non sono davvero né la fine né l’inizio di niente di preciso, se non nuove scene di una lotta che in Italia procede fin dalla sua nascita, quella tra una oligarchia e le forze popolari. Essendo stata progettata fin dall’inizio da oligarchie, l’Italia, che in realtà non esiste ma è sempre stata un desiderio – perciò vitale e sublime anche quando appare in tutto il suo disastro –, patisce questo esser riottosa a farsi governare da quella che Leopardi chiamava una “società stretta”, ovvero un gruppo di gentiluomini o tecnici che sanno cosa, loro sì, è il suo bene. Malmostosi partiti popolari governati da forze ctonie come una idea religiosa di libertà o la fame di eguaglianza si sono sempre frapposti al luminoso progetto dell’Italia nata tra Torino e Londra. Impresentabili leader capaci di raccoglier voti tra masse ignoranti e poco inclini a farsi guidare dagli editoriali di Repubblica o del Corriere hanno governato l’Italia scendendo a patti ma non soccombendo mai finora del tutto con le oligarchie che hanno emissari in ogni segreteria e redazione e sacrestia. Ma tali oligarchie a un certo punto li hanno ritenuti ingombranti e fatti sparire, iniziando – sul giornale delle oligarchie, si badi, non del popolo – a battere il tasto delle “mani pulite”, “casta” (realissima e orrenda, ma infinitamente meno dannosa di quella che invece ha governato la finanza, le agenzie di rating e le banche padrone di quei medesimi organi che fustigano la fustigabile casta). Facendo leva dunque sulla pancia del popolo/pubblico, che in Italia è fortissimo fin dai tempi di Imperi, Comuni e Signorie a non sopportare le ruberie (altrui). E dunque in Sicilia – complice il comico che urla le stesse cose dell’organo dei padroni e dunque utile idiota, almeno per ora – cadono i partiti e vince un non partito, la più antidemocratica delle formazioni politiche, che ha svuotato l’unico partito popolare rimasto (il Pd) grazie alla dabbenaggine culturale di leader che pensavano che Grillo fosse roba di sinistra. E la maggioranza non va a votare, battendo pure il grillismo ormai appartenente al consesso dei partiti (ma piccoli). Un successo per le oligarchie. Un Pd corretto con l’Udc è un buon partner (debole) per le oligarchie che esultano per la vittoria, anche se sanno che qualcosa non torna, il lavoro dev’essere ultimato.

Se nascesse il Ppe italiano
La Seconda Repubblica finisce o di certo agonizza a Palermo. Ma la scena si sposta a Milano, dove il partito delle oligarchie, fatto di tribunali e redazioni, ha soffiato il suo tsunami sugli ultimi leader dei partitacci popolari. Qui dove tra feriti e azzoppati la classe politica non ne ha più uno sano né a destra né a sinistra – e dove non a caso ha avuto successo l’anodino chierico sindaco, vacuo luogocomunista –, germina un nuovo soggetto politico. Temuto dalle oligarchie: è il Partito popolare italiano europeo. Che potrebbe segnare la fine di partiti finti e piccolini e dei personalismi. E dare nuovo slancio e bandiera a gente stufa di stare prona. Se nasce il Ppe italiano si fa il paio con l’altra unica novità nel teatro attuale: la nascita di un nuovo Pd non più post-sessantottino e non più cattocomunista intorno al ribaldo fiorentino Renzi, un Pd non ricattabile da mandarini dell’excomunismo, da presunzioni cattocomuniste. Non a caso i più arrabbiati con il nuovo Pd sono gli orfani del comunismo e coloro che godono di posizioni di rendita “religiosa” all’interno del vecchio Pd. Se nasce il Partito popolare in Lombardia e la rivoluzione di Renzi vince (a questo o al prossimo giro), avremo di nuovo sul palco non più l’Italia “finta”, governata da una oligarchia che nessuno vota – e vince per non voto. Un’Italia dove la società prova a contare più dello Stato, e dove la politica non è di certo tutto, ma è qualcosa di significativo, invece che la desolata terra del lamento dove chi detiene il potere non viene messo in discussione da nessuno e si svuota il teatro perché il Potere possa recitare da solo.