«L’io rinasce in un incontro». Il titolo del Meeting spiegato con Giussani, Camus e Almodovar

La docente spagnola Guadalupe Arbona Abascal spiega il significato del verso di san Giovanni Paolo II: «Nacque il tuo nome da ciò che fissavi»

È possibile vivere tutta la vita come i bambini, felici perché certi dell’amore dei genitori, senza vergognarsi di dipendere da una tenerezza e da una gioia presente. È possibile riscoprirsi figli e non orfani persi nel mondo digitale dei social network. È possibile uscire dalla paura e dalla solitudine e rinascere, riscoprendo il proprio vero nome. Tutti cioè possono vivere l’esperienza della Veronica del Vangelo, protagonista del verso di Karol Wojtyla che ha dato il titolo alla XL edizione del Meeting di Rimini: «Nacque il tuo nome da ciò che fissavi».

Per spiegare il senso della poesia del santo papa polacco, Guadalupe Arbona Abascal, docente di Letteratura comparata all’Università Complutense di Madrid, nell’incontro di presentazione del titolo della manifestazione, ha chiamato in aiuto gli autori che l’hanno segnata con la loro inquietudine e le loro intuizioni: Albert Camus, Federico Garcia Lorca, Pedro Almodovar, Giovanni Testori, Luigi Giussani e Julian Carron.

«STORIA DI UNA SECONDA NASCITA»

Nessuno sa quale sia il vero nome della Veronica, la donna che come racconta il Vangelo di Luca ha avuto pietà di Gesù mentre saliva al calvario e ha asciugato il suo volto sporco di sangue e sudore con un panno di lino, conservandone l’immagine. «La storia di Veronica è quella di una seconda nascita», spiega Abascal, «lei che è diventata un tutt’uno con l’uomo di cui aveva avuto pietà».

Mai, spiega la docente spagnola, l’uomo ha sentito tanto il desiderio di rinascere come oggi. «Tutti abbiamo ricevuto alla nascita un nome unico e irripetibile, il nostro», vivendo felicemente da piccoli la dipendenza dall’amore dei genitori. Ma soprattutto oggi è come se crescendo, «vivendo, avessimo perso qualcosa per strada». Come diceva Giussani, «il sentimento supremo è quello di essere voluti», ma oggi, continua Abascal citando le opere di Camus, Garcia Lorca e Almodovar, «non sappiamo più di chi siamo figli: ci “sentiamo in prestito”».

ALLA FRENETICA RICERCA DI UNA IDENTITÀ

Da qui proviene il desiderio di rinascere, di cercare cioè la nostra identità smarrita, che spesso si traduce in una «ricerca frenetica, furiosa e vorace. Si cerca di rinascere ogni giorno, diventando come profetizzava il vostro Pirandello “uno, nessuno, centomila”. La ricerca si sposta fuori dall’io, nei social network, nella realtà virtuale, che attraverso i “like” ci offre quel surrogato della preferenza di cui sentiamo nostalgia. Tutti desideriamo essere voluti, ma può bastare un pixel a farci rinascere e a dirci chi siamo veramente?».

Abascal chiama ancora in soccorso il prete di Desio, citando il decimo capitolo del Senso religioso:

«Supponete di nascere, di uscire dal ventre di vostra madre all’età che avete in questo momento, nel senso di sviluppo e di coscienza cosi come vi è possibile averli adesso. Quale sarebbe il primo, l’assolutamente primo sentimento, cioè il primo fattore della reazione di fronte al reale? Sarei dominato dalla meraviglia e dallo stupore delle cose come di una “presenza”. Sarei investito dal contraccolpo stupefatto di una presenza che viene espressa nel vocabolario corrente della parola “cosa”. Le cose! Che “cosa”! Il che è una versione concreta e, se volete, banale, della parola “essere”. L’essere: non come entità astratta, ma come presenza, presenza che non faccio io, che trovo, una presenza che mi si impone».

«L’IO RINASCE IN UN INCONTRO»

Commenta Abascal:

«In altre parole, per scoprire il vero io, ossia quell’insieme di esigenze e di certezze che siamo noi, per le quali ci muoviamo, è necessario vivere intensamente il reale. Le cose sono qui e sono una presenza di cui occuparsi. Questo è il primo fattore, e viene prima della possibilità di dire “io”. Per molto tempo, leggendo questo capitolo, mi sono detta: “Ma perché dice così?”. Io quando mi sveglio penso a me, alle mie cose, a quello che devo fare, e cioè ancora una volta a me. In quanto donna moderna, mi ribellavo contro quest’ordine. Tuttavia cominciavo a rendermi conto delle occasioni in cui quello che avevo davanti diceva di me molto più di qualsiasi pensiero. Incominciai a guardare in faccia le cose che riuscivano ad affascinarmi, si trattava di verificare l’ipotesi proposta da don Giussani con lealtà. Mi rendevo conto che ciò che propone Giussani rappresenta una svolta antropologica di tale levatura da meritare di essere esaminata seriamente. In realtà, Giussani, oggi posso dirlo per esperienza personale, proponeva questo lavoro per arrivare a quel Fattore che rivela l’unità tra i pixel. Una Presenza che rende le cose vive e attraenti. Una grazia che esalta l’umano e permette che l’io si conosca in un incontro».

LA RINASCITA DI ZACCHEO

È quello che è successo a Zaccheo, un «reietto» che tutti evitavano e la cui vita è stata cambiata quando Gesù l’ha chiamato per nome, l’ha guardato negli occhi e gli ha detto: «Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Zaccheo, commenta la docente spagnola, «non ricordava il giorno in cui qualcuno lo aveva guardato così. Allora scese, lasciandosi vedere e scostando la stoffa che gli copriva la faccia per non essere riconosciuto. Notava di avere un’energia insolita,  una voglia di vedere più da vicino, di andare verso di lui. Prese a camminare eretto, sciolto, non si nascondeva, sorrideva perfino. Andava dritto a casa per preparare il pranzo in onore del suo ospite. Che cosa era cambiato? Tutto e niente. Portava qualcosa dentro di sé, camminava con un tesoro che non si poteva calcolare né accumulare. Portava dentro di sé la “faccia e il cuore di quello sguardo”. Così Luca racconta come Zaccheo nacque di nuovo. Quel pizzico di curiosità lo condusse verso qualcosa che superò ampiamente ciò che sperava. Guardato da qualcuno che gli restituì il modo di vedere tutto il resto». «Nacque il tuo nome da ciò che fissavi», direbbe san Giovanni Paolo II.

Foto Meeting