L’io non basta

AL MEETING, TRENT’ANNI DOPO, PER PARLARE DI UNA RIVOLUZIONE FALLITA, DI ERRORI E CRIMINI MA ANCHE DELL’AMORE, NECESSARIO, PER L’IMPERFEZIONE E IL BISOGNO DELL’ALTRO

Per scrivere queste righe ho chiesto a mio marito di portar fuori la bambina. Ho bisogno di almeno due ore libere, e con lei intorno, tre anni e tre mesi, e l’entusiasmo che mette nel fatto che sta velocissimamente e buffamente imparando a parlare, non riuscirei a combinare nulla. La ragazzina annuncia il suo programma pomeridiano: vuole andare ai “ttini”, che sono i burattini, gioco antichissimo, e poi agli “abili”, che sono i gonfiabili, gioco moderno, che ai miei tempi non esisteva. Loro sono usciti, e io rileggo la frase di san Bernardo sulla quale devo riflettere: «Il nostro progresso non consiste nel presumere di essere arrivati, ma nel tendere continuamente alla meta». Mia figlia è diversa da me, più bella, più buona. Forse la spiegazione è nel fatto che ha giochi migliori di quelli che ho avuto io. Ma forse no, la vera spiegazione potrebbe essere che io mi sono impegnata perché lei fosse diversa da me, migliore. Se così fosse, san Bernardo direbbe che ho fatto quello che era giusto fare. Non sono una grande esperta di teologia, anzi in materia ho solo reminescenze d’oratorio e qualche rudimento universitario, eppure la frase di Bernardo la sento in qualche misura “familiare”. Qualche anno fa mi capitava spesso di citarne una simile: «Non importa quanto siano lontane le posizioni iniziali, prima o poi ci si può incontrare». Sembrava un proverbio o una citazione latina, in realtà era una frase che avevo inventato io, quando venivo chiamata a spiegare il fatto che avevo amiche e amici molto diversi tra loro, e spesso molto diversi da me. san Bernardo dice che bisogna sempre migliorarsi, io dicevo che si deve essere sempre disponibili a nuovi incontri. Spesso si migliora facendo nuovi incontri. Io scrissi l’anno scorso al Meeting, ricordando quando, trent’anni fa, ero una giovane attivista del Msi e mi capitava di incontrare all’università i ciellini che facevano volantinaggio e nessuno sembrava degnarli di uno sguardo. I giovani, sia di destra che di sinistra, amavano le parole altisonanti, i discorsi “rivoluzionari”, e i miti ragazzi di Comunione e Liberazione invece non volevano distruggere niente, quindi non si capiva cosa volessero. Negli anni successivi io feci la mia strada, parlai anch’io di rivoluzione e mondo migliore da ottenere in tempi rapidi, feci i miei errori, commisi i miei crimini. Ma, come avrebbe detto san Tommaso, non sono mai stata soddisfatta di quello che stavo facendo, mai convinta che fosse davvero la cosa giusta. Scrissi l’anno scorso al Meeting ricordando il piccolo ma felice paradosso della storia: trent’anni prima ero una delle poche “rivoluzionarie” che si fermava a parlare con i ragazzi di Cl, trent’anni dopo i ragazzi di Cl sono tra i pochi che ancora mostrano interesse per una parte della mia storia, quella parte in cui io accetto di parlare dei miei crimini veri, a patto che mi si stia ad ascoltare quando voglio parlare anche di un crimine falso, inventato, aggiunto alla mia storia come una pezza di colore sbagliato. Quest’anno sarò ospite del Meeting assieme a una mia vecchia e cara amica, una delle fondatrici delle Brigate Rosse. Dovrò così spiegare come ho fatto negli anni a fare amicizia con gente tanto diversa da me. E dirò che, come raccomandava Bernardo, alla base di tutto c’è sempre stato il fatto che per accettare un nuovo amico bisogna prima esser convinti di averne bisogno, e cioè della propria imperfezione. Amare questa imperfezione, e però cercare sempre qualcosa, anche piccola, in più.