Omicidio Lidia Macchi, Stefano Binda assolto in appello. La svolta del processo spiegata bene

Il colpo di scena in aula sulla lettera che ha incastrato il presunto omicida Stefano Binda. E un altro colpo di scena, qui su Tempi, riguardo alla grafologa che gliel’ha attribuita. L’assoluzione dell’imputato

Stefano Binda al processo per l'omicidio di Lidia Macchi

Aggiornamento (mercoledì 24 luglio 2019, ore 19.30)
Assolto «per non aver commesso il fatto». La Corte d’assise di appello di Milano ha stabilito l’immediata scarcerazione di Stefano Binda,
imputato nel processo sull’omicidio di Lidia Macchi e condannato all’ergastolo in primo grado dalla Corte d’assise di Varese.

Questa mattina, in apertura d’udienza, voltandosi verso la sorella della vittima, parte civile nel processo, guardandola negli occhi e soppesando ogni parola, aveva detto: «Stefania, sono innocente. Non ho ucciso io Lidia. Dall’1 a 6 gennaio 1987 ero a Pragelato, non so niente di quella notte e non ho scritto niente di tutto quello che mi viene addebitato. Non ho mai scritto lettere anonime e mai scritti anonimi. Sono innocente».

Quella che segue è la maxi-ricostruzione di Luigi Amicone, che era in aula al processo

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Caso Lidia Macchi. Domani, mercoledì 24 luglio, già nella seconda udienza davanti alla Corte d’assise di appello di Milano, potrebbe confermarsi parzialmente o vacillare definitivamente l’impalcatura del processo che lo scorso anno ha condannato all’ergastolo Stefano Binda, 52 anni il prossimo 12 agosto, ex compagno di liceo e di comunità religiosa (Cl) della vittima, Lidia Macchi, violentata e uccisa con 29 coltellate, a 21 anni, al principiare dell’anno 1987.

Le prime crepe nella sentenza di primo grado emessa dai giudici della Corte di Varese si sono manifestate l’11 luglio scorso. Bastando la notizia che la Corte d’assise di appello di Milano aveva deciso di riaprire l’struttoria. Cioè il confronto dibattimentale nel merito. E in particolare, sulla lettera “In morte di un’amica”, ritenuta in prima istanza una sorta di “firma” dall’assassino. Ricevuta dai genitori il giorno dei funerali della figlia, cinque giorni dopo l’omicidio, avvenuto la sera del 5 gennaio ma scoperto soltanto la mattina del 7.

In questa lettera, che aveva già avuto modo di visionare ai tempi immediatamente successivi all’omicidio e che per caso le capita di rivedere nel 2014 in un talk televisivo, Patrizia Bianchi, anch’essa di Cl, amica e spasimante liceale di Binda, crede di riconoscere con assoluta certezza la grafia della sua antica fiamma.

Lidia Macchi

La notizia arriva a Carmen Manfredda, che per la Procura generale di Milano, fin dal novembre 2013, ha avocato da Varese il cold case. Il 15 gennaio 2016, Manfredda ordina l’arresto di Stefano Binda e condivide con il procuratore generale presso la Corte di appello di Milano Roberto Alfonso un comunicato che contiene un assoluto convincimento, lo stesso che uscirà confermato dalla sentenza di colpevolezza pronunciata il 24 aprile 2018 dalla Corte di appello del tribunale di Varese. E cioè questo:

«A oggi 15.1.2016 si può affermare che è stata raggiunta la prova che l’odierno arrestato, Stefano Binda, nato a Varese il 12.08.1967, indagato per l’omicidio di Lidia Macchi verificatosi in Cittiglio il 5.01.1987, è l’autore dello scritto anonimo “In morte di un’amica” ricevuto dalla famiglia Macchi il 10.01.1987. Tale scritto ha sempre rivestito una posizione di centralità nell’ambito delle indagini sin dall’immediatezza dei fatti per il tenore letterale con cui si descrive il grave fatto di sangue».

Da quel 15 gennaio 2016 Binda non ha più lasciato il carcere, dove ogni settimana riceve la visita degli avvocati Sergio Martelli e Patrizia Esposito

È molto raro che una un Corte di appello decida di riaprire un’istruttoria processuale. È accaduto in questo caso. Con decisione presa dai giudici l’11 luglio scorso e immediatamente resa fruibile alle parti in processo con date di udienza fissate per la mattina, ore 9.15, presso la Corte d’assise di appello di Milano, sezione prima, dei giorni 11, 18 e il 24 dello stesso mese. Perciò, giustamente, la cronaca giudiziaria ha riferito di un “colpo di scena”. I giudici milanesi vogliono capire di più e vederci chiaro su questo scritto anonimo. Anche perché, come scriveva la Procura generale e ribadito la sentenza di primo grado, esso «ha sempre rivestito una posizione di centralità nell’ambito delle indagini».

Così, il 18 luglio scorso, i due giudici togati e i sei popolari dell’appello hanno anzitutto ascoltato attentamente la testimonianza dell’avvocato bresciano Pier Giorgio Vittorini. Testimonianza che la Corte di primo grado si era rifiutata di ammettere in quanto l’avvocato non aveva voluto violare il segreto professionale e rivelare il nome dell’anonimo che gli avrebbe confidato di essere lui l’autore della lettera summenzionata, scagionando così Stefano Binda. Vittorini ha così potuto ribadire davanti alla Corte di Milano che l’autore della lettera non è Binda ma bensì un suo assistito, professionista, sposato, con la coscienza in subbuglio ma la ferma decisione di rimanere nell’anonimato per non rischiare di essere travolto dalla “pubblicità” e, soprattutto, da eventuali indagini a suo carico.

«Il segreto mi sta lacerando l’anima, ho una famiglia, ho dei figli. Ho scritto io la lettera inviata alla famiglia di Lidia Macchi», avrebbe appunto confessato al legale bresciano l’anonimo autore, anch’egli all’epoca membro di Cl, della zona di Varese. «Non sono io l’assassino, ma non saprei dire dove mi trovavo la sera del 5 gennaio 1987». In seconda battuta la Corte ha audito le due grafologhe e riesaminato le due diverse perizie intervenute in primo grado sulla medesima lettera. La perizia dell’accusa, che con Susanna Contessini ha confermato l’attribuzione al Binda. E quella della difesa, Cinzia Altieri, che l’ha di nuovo categoricamente esclusa. Risultato di “parità” secondo la battuta carpita da Tempi da un noto avvocato milanese presente in aula come semplice uditore.

D’altra parte, chi come noi era in aula il 18 luglio scorso ha potuto apprezzare la testimonianza e l’interrogatorio del teste bresciano, sia da parte dei giudici della Corte sia da parte dell’accusa. Nessuno ha dubitato dell’affidabilità del  professionista che si è preso la briga (il fastidio, ammettiamolo) di intromettersi in un processo per omicidio dove c’è già un condannato (un personaggio con una immagine da “sfigato”, ammettiamolo).

Vittorini è per altro un noto avvocato che pare nulla abbia a che vedere con Cl. Eppure, per ragioni “professionali” oltre che di “coscienza”, riferisce in un’aula giudiziaria l’interpretazione religiosa fornitagli dal (presunto) vero autore della lettera. Una lunga e articolata esegesi ispirata a testi di Giovanni Testori, alla Bibbia, alla teologia cattolica. Completamente altro rispetto al quadro interpretativo proposto dall’accusa e accolto in sentenza come movente psicologico (e psichiatrico) dell’omicidio.

Solo per fare un esempio, per la psicoterapeuta Vera Slepoj, altro perito dell’accusa, “In morte di un’amica” è «un atto liberatorio, un gesto dovuto dall’omicida entro il meccanismo complesso della verità e del desiderio di dare una spiegazione inconsapevole della vicenda e forse una simbolica assoluzione a se stesso. È una sorta di tentativo di coprire i rimorsi e un bisogno simbolico di sepoltura per rimuovere le proprie responsabilità».

Rispondendo a tutte le domande dei giudici e dell’accusa, Vittorini ha invece dimostrato che per lo meno un ragionevole dubbio sull’attribuzione e, quindi, sull’interpretazione della lettera non è da escludere. Anzi. Anche a una valutazione minimalista, come riferiscono le cronache giudiziarie sull’udienza del 18 luglio, il teste bresciano è apparso convincente. La sentenza, oltre ogni ragionevole dubbio, al “fine pena mai”, è sembrata uscirne per lo meno scalfita. E sarà forse un caso se, verosimilmente sorpresa dalla riapertura dell’istruttoria, e magari prevedendo che la riammissione a processo della testimonianza di Vittorini espunta a Varese potesse far vacillare il quadro probatorio fondato sull’attribuzione della lettera “In morte di una amica” al Binda, in apertura di udienza del 18 luglio scorso (quindi prima che venisse sentito l’avvocato bresciano) il pubblico ministero ha ventilato l’opportunità di sottoporre l’imputato a perizia psichiatrica?

Proposta evidentemente molto singolare. «Che andava fatta nel processo di merito», ha replicato candidamente la presidente della Corte d’assise di appello. Ma che è sembrata rivelare un accento di strategia accusatoria diversa rispetto a Varese. Dove il rappresentante della Procura aveva addirittura richiesto un aggravio alla pena dell’ergastolo, con condizioni di isolamento in carcere per il Binda, a motivo della crudeltà e dei futili motivi dell’omicidio. Posizione che non si concilia per nulla con la proposta adombrata dall’accusa in apertura del processo di seconda istanza a Milano, non condivisa dalla difesa che invece è soddisfatta della decisione della Corte di tornare a esaminare nel merito la “prova” della lettera. La perizia psichiatrica metterebbe infatti in campo l’ipotesi di una incapacità di intendere e di volere da parte dell’imputato. Il che, nel caso, farebbe immediatamente decadere ogni ipotesi di conferma della condanna all’ergastolo. Ma farebbe anche decadere l’esame del merito richiesto dalla difesa e accettato dalla Corte di secondo grado. Dunque sembrerebbe che anche la Procura, alla notizia della riapertura dell’istruttoria, abbia inizialmente saggiato la possibilità di esperire la via della perizia psichiatrica piuttosto che rischiare una messa in discussione della supposta “prova regina” contro Binda.

Tutto ciò sembra spiegare anche perché, dopo un avvio di processo un po’ nervoso da parte del rappresentante della Procura (un certo lamento riguardo ai giornalisti, apparso privo di fondamento a chi come il sottoscritto era in aula mezz’ora prima che iniziasse il dibattimento e nessun giornalista si era visto disturbare chicchesia) e insistente sui  problemi psichiatrici dell’imputato, l’accusa abbia poi accettato le determinazioni della Corte e si sia concentrata su un puntiglioso e garbato interrogatorio dei testi.

Completamente diverso è stato invece l’atteggiamento della parte civile. Che il 18 luglio si è presentata in udienza mostrandosi subito riluttante ad accettare le decisioni di giudici, opponendosi in vario modo all’escussione dei testi e infine prendendo la decisione, probabilmente avventata e comunque segno di debolezza, di ricusare la Corte. Il 22 luglio, vigilia della seconda udienza, arriva a Tempi la notizia ufficiale: il Tribunale di Milano ha respinto tale richiesta di ricusazione della Corte di appello inoltrata dalla parte civile al processo Macchi-Binda.

Ma come si è giunti al riesame di una sentenza che riguarda il caso di un omicidio rimasto irrisolto per oltre trent’anni? In principio c’e un caso di malagiustizia da manuale. L’intestardirsi di magistrati che verranno in seguito severamente biasimati e pesantemente condannati dal Csm per aver indagato non rispettando la legge, male e in un’unica direzione (preti e amici di Cl della vittima). Mancando di conservare i reperti della scena del delitto (che andranno quasi tutti irrimediabilmente perduti o distrutti, alcuni rinchiusi addirittura nella cassaforte personale del pm) e violando ripetutamente le norme: persone indagate per quasi vent’anni e fatte oggetto di analisi del Dna a loro insaputa (come nel caso di un sacerdote) e mai iscritte nell’apposito albo delle indagini. Per questo, come atto preliminare, in sede di avocazione dell’inchiesta, nel 2013, la Procura generale di Milano dovrà compiere l’atto ufficiale di aprire formalmente l’inchiesta a carico del sacerdote e, contestualmente, chiuderla immediatamente e con tante scuse.

Quindi il colpo di scena, a ventisette anni dal delitto, documentato da Tempi a colloquio col procuratore Carmen Manfredda che avoca a Milano il caso, anche perché letteralmente folgorata dal fascino di questa ragazza morta a 21 anni, quasi trent’anni prima, eppure ancora così viva nei documenti e in particolare in una lettera a un’amica che Manfredda aveva ereditato da un vecchio faldone della Procura di varese e che Tempi pubblicò in anteprima. Cosa l’ha colpita, chiedemmo infine alla Manfredda, della personalità di questa ragazza? «La sua libertà, la sua autonomia di pensiero, direi la sua laicità. Un pensiero di una acutezza superiore. Lidia era una ragazza veramente libera. Libera mentalmente. Completamente estranea ad ogni schema». Cosa le rimane di questa storia? «Ancora una volta Lidia, un fascino intellettuale senza limiti».

Arriva l’incriminazione di Giuseppe Piccolomo, già in carcere con sentenze definitive per l’omicidio della pensionata Carla Molinari. Anche per il caso di Lidia, sull’ex imbianchino si addensano molti e seri indizi. Piccolomo era stato denunciato dalle figlie («ci minacciava che ci avrebbe fatto fare la fine di Lidia Macchi»), aveva una somiglianza impressionante con l’identikit di un maniaco molestatore di donne che si aggirava nella zona dell’omicidio, abitava a poche centinaia di metri da dove venne ritrovato il corpo della ragazza, i cartoni con cui era stato coperto il cadavere erano compatibili con i cartoni di imballaggio di mobili che il Piccolomo aveva appena acquistato per la cameretta delle figlie… Ma alla fine mancherà la prova decisiva, il dna. A dire il vero, Piccolomo rifiutò di sottoporsi al tampone salivare per l’estrazione del dna appellandosi alla sua nuova condizione di convertito all’islam. «Sono diventato musulmano. Sto osservando il Ramadan. Non posso fare questa cosa». Tuttavia, un tampone di Piccolomo, rilasciato all’epoca dell’omicidio Molinari, fu rintracciato nel laboratorio di biologia della polizia scientifica di Torino e i test accertarono che il codice genetico non coincideva con la traccia rimasta su un bavero della giacca di Lidia e neppure con il dna estratto dalla «linguetta» della busta della lettera “In morte di un’amica” recapitata alla famiglia.

Nel frattempo si era fatta avanti Patrizia Bianchi, che dopo 27 anni rivede in tv la famosa lettera e crede finalmente di riconoscere con certezza la grafia del suo “amico” Stefano Binda. Carmen Manfredda archivia Piccolomo e in breve si convince della pista indicata dalla Bianchi. Il 15 gennaio 2016, Manfredda firma con il procuratore generale Alfonso il mandato di arresto per Stefano Binda. Seguono la riesumazione del cadavere di Lidia e un complicatissimo lavoro di ricerca, svolto dai migliori specialisti della medicina legale, biologi, chimici eccetera, su quanto resta del corpo della ragazza e dei reperti della scena del delitto. Nel frattempo la Manfredda raggiunge il pensionamento e lascia il testimone dell’accusa in dibattimento a una collega di chiara fama: l’affascinante è agguerrita Gemma Gualdi. Il cui temperamento severo e assertivo peserà molto nel processo di primo grado. Dove testimoni della difesa vengono redarguiti o addirittura minacciati di azione penale. È il caso del testimone che sostiene che il Binda fosse con lui in vacanza a Pragelato il giorno dell’omicidio e che si lascia andare a strizzare l’occhiolino all’imputato proprio davanti alle telecamere (benché lui stesso avesse accettato di farsi riprendere dalle telecamere, dunque difficile comprendere il sospetto dell’accusa) venendo subito accusato dalla Gualdi di falsa testimonianza.

Fatto sta che quel comunicato di arresto del gennaio 2016 non sarà poi corroborato da altri importanti riscontri fattuali. Eccetto la famosa lettera, infatti, che la Corte di primo grado si convince ad attribuire a Binda, nessuna traccia del dna dell’imputato viene trovata. Né sulla linguetta della busta che contiene la lettera “In morte di un’amica”. Né sui resti della povera vittima. Viene chiamata Cristina Cattaneo, probabilmente il top delle esperte di medicina legale (sue anche le perizie nei casi Yara e Cucchi). E anche l’esame del dna effettuato sui peli maschili ritrovati aggrovigliati a quelli del pube di Lidia, esclude ogni possibilità che appartengano a Stefano Binda. Altre consulenze vedono impegnati Carlo Previderè, responsabile del laboratorio di genetica forense dell’università di Pavia, l’assistente Pierangela Grignani, il biologo Roberto Giuffrida, responsabile del gabinetto regionale di polizia scientifica di Milano. Passano al loro vaglio, secondo le ricostruzioni giornalistiche dell’epoca del primo processo, anche un bavaglino, alcuni fazzoletti, un sacchetto, tutti reperti rinvenuti sulla Fiat Panda di Lidia, frammenti di terriccio sporchi di sangue, due siringhe, giornali, riviste pornografiche, trovati sul luogo dell’omicidio. Da tutto questo lavorìo non emerge nulla che possa anche solo lontanamente ricondurre all’imputato Stefano Binda.

Quanto al principale testimone d’accusa, Patrizia Bianchi, l’ex fidanzato Pietro Catania il 24 giugno 2017 testimonierà a processo quanto segue. Citiamo sempre i virgolettati delle cronache giudiziarie del processo di primo grado. «Patrizia era ossessionata da Binda. Oggi ho molti elementi per dubitare della sua sincerità. Moltissime delle cose che mi disse durante la nostra relazione non erano vere». Secondo la Bianchi, Binda si drogava per sopportare l’orrore che aveva compiuto. In realtà Binda era caduto nella tossicodipendenza tempo prima dell’omicidio. Di Binda la Bianchi, innamorata respinta dall’imputato, «parlava in continuazione. Aveva avuto altre due relazioni di cui non faceva parola ma Binda era molto presente nei suoi discorsi. Direi che ne fosse ossessionata». E sul perché Catania definisca in sintesi Patrizia Bianchi una donna non sincera il teste risponde: «Stavo scrivendo la mia tesi e imbiancando la casa dove avremmo dovuto andare a vivere sposandoci quando lei un giorno mi disse che un uomo le aveva chiesto di sposarla. E alla mia domanda su come fosse possibile che un perfetto estraneo la chiedesse in moglie diede spiegazioni confuse. Emerse che parallelamente aveva una relazione con il suo attuale marito. Nei giorni successivi Patrizia si presentò a casa mia dicendo ai miei genitori che non aveva la più pallida idea del perché io l’avessi lasciata».

Si può incardinare una condanna all’ergastolo sugli indizi legati alla supposta paternità di uno scritto e all’interpretazione psicologica dello stesso, anche solo davanti a testimonianze processuali come quella di Pietro Catania, che nessuno pare abbia contestato? Di certo c’è che l’accusa ha accuratamente evitato il ricorso all’incidente probatorio tra Patrizia Bianchi e Pietro Catania.

Comunque sia, con una Corte forse un po’ troppo remissiva, la Procura generale perviene al trionfo. Riuscire a far condannare all’ergastolo Stefano Binda, anche sull’onda di un coro mediatico innamorato (è una novità?) della tesi colpevolista e per di più col retroterra dello storytelling giornalistico su Cl come “setta” e come “omertà”, non è poi proprio una grandissima impresa. Come spesso accade, sembra che se non sei una suora che si fa arrestare per difendere i diritti dei migranti, quel Gesù Cristo che è ragione, umanità e mette insieme della gente è semplicemente – per dirla col poeta Paul Claudel – «una cosa che manca di senso». Perciò, o galeotti, perché per i “puri” devi chiedere gli indirizzi ai gesuiti di Palermo. Oppure di Comunione e Liberazione sono meravigliosi solo i morti.

Tremenda a questo proposito la testimonianza agli atti del processo di un’amica di Lidia, Mariapia Telmon, che al dibattimento di primo grado a Varese, interrogata, ricorda in lacrime il pm dell’epoca. Quel pm che verrà poi censurato e condannato dal Csm per incapacità a far bene il proprio mestiere, ma bravo a umiliare una ragazzina e a disprezzare il valore di una certa educazione. Il pm che mostrò alla Telmon le fotografie delle ferite sul cadavere di Lidia.

E le disse: «Ecco come l’hanno ridotta i vostri princìpi».

Veniamo quindi ai dati processuali in gioco in questa seconda fase di giudizio. Partiamo da una curiosità. Perché nel corso del processo di primo grado la rappresentante della Procura generale ha scelto la strategia di attaccare frontalmente, anche sul piano personale, il perito grafologo della difesa? Naturalmente perché “la centralità” della lettera è stata messa in discussione dalla perizia di Cinzia Altieri. E il rappresentante della Procura generale di Milano era talmente convinta delle conclusioni raggiunte dal proprio perito, Susanna Contessini, che nonostante il “trionfo” in primo grado, ha infierito sulla parte sconfitta inoltrando addirittura un esposto al presidente del Tribunale chiedendo di valutare un’azione sanzionatoria e, addirittura, la possibilità di escludere dall’albo dei Consulenti (Ctu) il perito della difesa Cinzia Altieri. Testualmente, citiamo dall’atto protocollato presso il Tribunale di Milano, sentenza del Comitato per l’Albo dei Ctu e per l’Albo dei periti, che Tempi ha visionato e di cui possiede copia fotostatica.

«Con provvedimento del 21 marzo 2019 la presidente delegata ha ravvisato nell’esposto della dr.ssa Gualdi (rappresentante della Procura generale al processo Binda, ndr) l’addebito di gravi incongruenze nell’espletamento dell’esperta grafologa manifestate dalla dr.ssa Altieri nel processo davanti alla Corte d’Assise di Varese quale Ctp dell’imputato, tali a imporre – a norma dell’art.18 disp att cpc ed art. 68 cpp – la verifica da parte del Comitato permanente in capo alla dr.ssa Cinzia Altieri del requisito oggettivo della “speciale competenza tecnica” richiesta per l’iscrizione all’Albo dei Ctu e dei Periti».

In pratica, una pesantissima messa in discussione delle capacità e specifiche competenze di grafologa della perita della difesa Cinzia Altieri. Bene. Una sorta di “ricusazione” in vista chiaramente del procedimento di appello. Ebbene, oggi Tempi è in grado rivelare in anteprima che il procedimento intentato contro Cinzia Altieri, assistita dall’avvocato Corrado Limentani, è stato sonoramente bocciato dal Comitato per l’Albo dei Ctu e per l’Albo dei Periti, organo del Tribunale di Milano, composto da due magistrati, un avvocato e un delegato Ccia, preposto alla valutazione di periti e consulenti. Le laconiche conclusioni di tale Comitato sembrano risuonare addirittura imbarazzanti per chi ha proposto un procedimento tanto grave nei riguardi di una seria professionista.

«Il Comitato dà atto che non è venuto meno in capo alla dr.ssa Cinzia Altieri il requisito oggettivo della “speciale competenza tecnica” richiesto per il permanere delle iscrizioni all’Albo dei Ctu e dei Periti e, pertanto, conferma tali iscrizioni; dà atto che dall’esposto del Sostituto Procuratore Generale dr.Gemma Gualdi datato 3,12.2018, trasmesso dalla presidente delegata in data 12.3.2019, non emergono a carico della dr.ssa Altieri profili disciplinari per i quali procedere. Così deciso in Milano, in data 19 giugno 2019».

Domanda: ma se anche la “sentenza” del Comitato ha incidentalmente preso atto che l’accusa considera la lettera “In morte di un’amica” la “prova regina” della colpevolezza di Stefano Binda, cosa ne conseguirebbe se emergesse che la perizia dell’Altieri è più affidabile di quella del perito dell’accusa?

Tanto per continuare l’esame dei periti.

Se si va sul sito web del Tribunale di Milano, all’Albo Consulenti (Ctu) si troverà regolarmente iscritta Cinzia Altieri. Numero 8820 nella sezione civile, come grafologa e calligrafa. E al numero 592 della sezione penale dell’ordine/categoria di periti esperti consulenti. Mentre nello stesso Albo non si trova né in sezione penale né in quella civile il nome di Susanna Contessini. Nell’Albo dei consulenti Tribunale di Milano, risulta sì presente un Contessini. Ma si tratta di Contessini Avesani Ettore, medico e specialista di Chirurgia generale, Chirurgia toracica e Chirurgia dell’infanzia. Ci siamo dunque recati al Tribunale di Milano per verificare per tabula, cioè sull’apposito registro cartaceo dei consulenti e periti, ammettendo un possibile errore nel caricamento dei dati sul sito del Tribunale di Milano. In Tribunale però siamo stati informati che quel registro non esiste più e fa fede il registro telematico. Dove, per l’appunto, il nome di Susanna Contessini non compare. Ancora una volta: possibile? Sarà un errore?

Ma c’è un’ulteriore curiosità che Tempi è riuscito a soddisfare. Si tratta di questo. Il caso vuole che settimana scorsa sia caduta l’ultima prova su Pacciani “Mostro di Firenze”. E caso vuole che oltre al bossolo di pistola ritrovato nell’orto del presunto Mostro e oggi dimostrato “artefatto”, falso, probabilmente messo a bella posta per incastrare Pacciani, vi era una perizia grafologica su una scritta che compariva sulla quarta di copertina di un quaderno che venne attribuito a una delle vittime.

Perizia che venne ritenuta dalla sentenza di primo grado una prova schiacciante contro Pietro Pacciani. Di chi era quella perizia? Anche qui spunta il nome di Susanna Contessini, la quale, chiamata a dirimere con altri due colleghi la controversia che opponeva due periti precedenti, scioglie ogni riserva dando un parere accusatorio.

Insomma, come nel presente dibattimento sul caso Macchi, anche al processo Pacciani, nel 1994, la signora Contessini aveva fornito una prova favorevole all’accusa. Ma che fu poi demolita in appello. In effetti, sostenere di avere identificato sulla base di sei cifre sbiadite – le cifre 424 e 4,60 – scritte in lapis, su un blocco da disegno venduto in centinaia di punti vendita in Germania, la grafia di due negozianti tra milioni di tedeschi che scrivevano cifre di quel tipo ogni giorno, non sembrò infine né la “prova schiacciante” né una prova.

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