Libia. Il governo di unità nazionale è nato ma ancora non c’è e non comanda

Nessuno sa dire ancora se il Parlamento di Tobruk approverà il nuovo esecutivo e se quest’ultimo potrà insediarsi a tripoli, in mano a milizie armate

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In Libia è nato il governo di unità nazionale, ma nessuno è in grado di dire oggi se sarà mai operativo. In ritardo di due giorni rispetto alla tabella di marcia fissata a Roma, ratificata in Marocco e riconosciuta dall’Onu, il premier Fayez al Sarraj ha presentato la sua lista di ministri.

32 MINISTRI. Dovevano essere 12, ma per non scontentare nessuno e per non rischiare che qualche fazione mandasse tutto all’aria, ne ha scelti 32. Tra questi non c’è Khalifa Haftar, il capo dell’esercito libico nazionale che risponde al Parlamento di Tobruk, opposto a quello di Tripoli. Al suo posto, è stato proposto ministro della Difesa un suo uomo, che però sembra non essere più in buoni rapporti con il generale.

LE DIFFICOLTÀ. Non bisognerebbe parlare di diversi Parlamenti, dal momento che è stata annunciata la nascita di un governo di unità nazionale, ma questo spiega bene la difficoltà dell’operazione. Il nuovo esecutivo deve ottenere l’approvazione di Tobruk, che entro dieci giorni dovrà dare il suo placet con una risoluzione che ottenga almeno i due terzi dei voti. Gli esperti sottolineano che sono settimane che il Parlamento di Tobruk non raggiunge una simile maggioranza su qualsiasi argomento e che senza la nomina di Haftar a ministro tutto potrebbe saltare.

ENTRARE A TRIPOLI. Parlare di unità nazionale non avrà davvero senso fino a quando non sarà chiaro se il governo di Al Sarraj riuscirà mai ad insediarsi nella capitale Tripoli, governata oggi da un insieme di diverse milizie islamiste. Questo punto non è scontato visto che nei giorni scorsi le milizie hanno giurato che i nuovi ministri non entreranno mai a Tripoli. Hanno fatto capire però che dietro un adeguato compenso anche queste divergenze potrebbero essere appianate.

GUERRA ALL’ISIS. Solo quando il governo riuscirà a entrare nella fase operativa, potrà chiedere per combattere lo Stato islamico l’aiuto della comunità internazionale, che si sta già organizzando militarmente. I circa 5 mila uomini dell’Isis, come riportava ieri il Foglio, hanno in mano le città di Sirte, Harawa, Nawfaliyah, Bin Jawad, vicine ai porti petroliferi orientali, e stanno cercando di occupare la zona a ovest della capitale dove si estrae il greggio (e dove si trova anche l’Eni). Tutte le parti in causa sperano che le trattative vadano a buon fine, ma come dichiarato dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni «l’accordo di unità nazionale è ancora fragile».

Foto Ansa/Ap


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