Liberalizzare le farmacie: «Un favore alle multinazionali»

Intervista a Giulio Lapidari, farmacista in una città piemontese di sedicimila abitanti: «Il sistema sanitario nazionale ha una spesa suddivisa in ospedaliera e farmaceutica. Perché abbassare la seconda, che è solo il 13% del totale, mentre la prima è in continuo aumento? In ballo ci sono giochi di potere dettati dalle multinazionali e dalle cooperative. Questa è l’unica spiegazione»

«Stanno raccontando delle menzogne». Giulio Lapidari è farmacista in una città piemontese di sedicimila abitanti: un’attività ereditata dai nonni, che ha gestito in società con suo padre e sua sorella. Il riferimento è al controverso decreto sulle liberalizzazioni: l’obiettivo è quello di rispondere efficacemente ai principi dell’equità e delle crescita. La concorrenza, è il ragionamento del governo, dovrebbe portare a un aumento della base occupazionale e a maggiori vantaggi per i consumatori. In particolare, Lapidari se la prende con quella parte della legge che prevede la presenza di una farmacia ogni 3.000 abitanti (oggi ogni 4-5 mila). «È una follia. La distribuzione passerebbe da capillare a concentrata, con esiti pessimi. L’Italia è tutta pronvincia, fatta eccezione per quattro o cinque grandi metropoli. E il rischio è che le farmacie cosiddette “rurali” dei piccoli centri scompaiano del tutto».

Maurizio Pace, segretario della Federazione dei farmacisti italiani (Fofi) ha parlato di un’«ingiustificata gogna mediatica». È d’accordo?
Assolutamente sì. Il tema delle liberalizzazioni va posto in altri termini, non si può trattare come fosse la panacea di tutti i mali. Inoltre, in campi delicati come quello della medicina, può diventare pericoloso.Non capisco questo accanimento contro di noi: il sistema sanitario nazionale ha una spesa che viene suddivisa in due parti: ospedaliera e farmaceutica. Perché abbassare la seconda, che è solo il 13% del totale, mentre la prima è in continuo aumento? In ballo ci sono giochi di potere dettati dalle multinazionali e dalle cooperative. Non vedo altra spiegazione logica. Ma non si specula sulla salute della gente: un’aspirina non è una zucchina. Non si scherza sulla qualità.

Non crede che la categoria dei farmacisti sia per molti versi “privilegiata”?
Abbiamo avuto, nel tempo, dei privilegi, certo. Ma va ricordato che per esercitare bisogna avere una preparazione specifica e conoscenze tecnico-scientifiche. I prezzi dei medicinali sono dettati dall’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) e dal Ministero, concordati con le case farmaceutiche. Vogliamo davvero costringere il cittadino a cercare medicinali in tutta la città, confrontando i prezzi? Non si farebbe prima ad abbassare il prezzo fin dall’inizio, se si vuole andare incontro ai cittadini? Le case farmaceutiche hanno in mano l’economia e di conseguenza la politica. Abbiamo dei vantaggi, ma anche dei doveri. A cui cerchiamo di rispondere al meglio.

Quanto tempo passa prima che arrivino i rimborsi del servizio sanitario nazionale?
È uno dei nostri problemi. Al Nord Italia e al Centro le Asl pagano il lavoro fatto il mese precedente. Al Sud arrivano anche dopo un anno. La difficoltà di aprire sedi deriva anche da questo: non offrono guadagno. Al Nord in media c’è una farmacia ogni 2.800 abitanti, al sud ogni 10.000. È inammissibile.

Cosa comporterebbe la liberalizzazione dei farmaci di fascia C, vale a dire quelli che hanno bisogno di ricetta ma non vengono rimborsati dal servizio sanitario? 
I farmaci da banco rappresentano il 15% del fatturato di una farmacia. Sarebbe un disastro. Perché il farmacista non è solo un commerciante. È anche un libero professionista e un imprenditore. Io ho delle famiglie alle spalle, quelle dei miei collaboratori. Creo sviluppo e offro un servizio alla persona, fatta anche di prevenzione e di aiuto. Liberalizzando si apre a una concorrenza fasulla che porterebbe all’implosione di un sistema che i cittadini apprezzano. Io ho miei clienti abituali, conosco le loro storie, le loro abitudini. Un supermercato è in grado di offrire lo stesso servizio?