Lì dove c’è il carcere ci sarà la cattedrale

Rwanda. Il penitenziario Nyarugenge diventerà la nuova cattedrale di Kigali. Una Chiesa viva costruisce chiese

Tratto dall’Osservatore romano – «Preferiamo le chiese e le scuole alle prigioni»: così la Conferenza episcopale regionale dell’Africa Occidentale (Recowa-Cerao) ha manifestato il suo apprezzamento per la decisione della Chiesa cattolica del Rwanda di costruire una nuova cattedrale a Kigali, sul sito dell’ex carcere di Nyarugenge ormai in disuso, destinata a diventare la più grande del paese.

Una notizia significativa considerando l’avvenuta chiusura, da due anni a oggi, di luoghi di culto comprese alcune chiese delle zone rurali, decisa dalle autorità nazionali “per motivi di sicurezza”. Da tutti conosciuta come “1930”, anno in cui venne edificata dai belgi sulle fondamenta poste dai coloni tedeschi, Nyarugenge è la più antica prigione del Rwanda e la sua futura trasformazione in chiesa è stata possibile, secondo quanto riporta il giornale locale «The New Times», grazie anche all’interesse dell’amministrazione locale che ha recepito le istanze della Chiesa rwandese e, grazie a una campagna di sensibilizzazione per la riqualificazione di alcune infrastrutture, ha concordato con essa un piano di recupero dell’edificio il cui cambio di destinazione dovrebbe essere portato a termine l’anno prossimo. Un desiderio che si avvera, come pure aveva auspicato in occasione della messa nel giorno di Natale l’arcivescovo di Kigali, Antoine Kambanda, augurandosi una decisione definitiva in merito ed esprimendo il sogno di «costruire una cattedrale in linea con le tendenze attuali» della città, metropoli in forte espansione.

Il direttore del centro di pianificazione urbana e costruzione di Kigali ha al proposito sottolineato come la Chiesa abbia «mostrato interesse a sviluppare un edificio all’avanguardia», concordando con le autorità amministrative sulla necessità di preservare il patrimonio storico-artistico della struttura.

Sorto per ospitare circa 2500 detenuti, nel corso degli anni il carcere arrivò a rinchiuderne in realtà più di diecimila, in condizioni disumane e molti privati della libertà per decenni sebbene non avessero commesso reati particolarmente gravi. La riqualificazione dell’istituto di pena rientra in un programma di miglioramento di tutto il sistema carcerario nazionale: attualmente gli ex detenuti della “1930” sono stati trasferiti in un edificio più ampio dove svolgono varie attività rieducative, tra cui quelle presso una scuola di formazione professionale. Inizialmente si pensava di trasformare il penitenziario in un museo, considerando che nel distretto di Nyarugenge sono già presenti altri edifici religiosi di rilevanza storica come le chiese cattoliche della Sainte-Famille e di Saint Étienne, quella presbiteriana di Saint Michel e la moschea di Alfath.

Luoghi di culto che testimoniano una fede sempre viva, nonostante abbia attraversato i terribili anni del conflitto interetnico tra hutu e tutsi, alimentata dal dialogo interreligioso — in un paese in cui il 90 per cento dei cittadini sono cristiani — e dall’instancabile operato di tanti missionari che dedicano la loro vita all’evangelizzazione, «a portare le nostre comunità cristiane a un vero incontro con Gesù Cristo», ha dichiarato recentemente padre Donald Zagore, sacerdote della Società delle missioni africane. Un incontro che il centro missionario della diocesi di Reggio Emilia – Guastalla da 25 anni rende concreto con il costante impegno nel sostenere le tre “Case della pace” a Bare, Kabarondo e Mukarange, nella diocesi di Kibungo, che, spiegano i responsabili, «accolgono bambini bisognosi, disabili e persone anziane che non hanno più nessuno». Le strutture sono gestite da volontarie permanenti che hanno consacrato la loro vita al servizio dei più poveri, coadiuvate da fedeli, soprattutto donne, che offrono a rotazione una o più settimane di permanenza gratuita nell’edificio, impegnandosi, come nella struttura di Bare, a coltivare i campi e ad allevare gli animali.