Il Paese dei Normali
L’anziano e l’alfabeto misterioso
Nel Paese dei Normali vive un anziano che si chiama Gino, o almeno così si chiamavano una volta gli uomini come lui. Nomi brevi, di due o tre sillabe e di buon senso. Da giovane ha imparato a memoria le sigle sindacali, le targhe delle auto, l’elenco dei Sette Re di Roma. Poi sono arrivati gli alfabeti nuovi e Gino si è perso tra le lettere. LGBTQIA+ per lui è come una password complicata. La rispetta e la dimentica subito dopo. Non è questione di giudizio, dice, è che non gli entra in testa. «Io vengo da un tempo in cui si combatteva per il lavoro, non per la pronuncia».
Al bar ascolta i ragazzi parlare di fluidità. Pensa al fiume Serio, che da sessant’anni scorre uguale, e si chiede se pure lui sia fluido. Ogni tanto prova a capire. «Ma se uno è loro poi può ridiventare lui?». Il barista scuote la testa. Gino sospira, ordina un caffè e paga per tutti, che tanto la comprensione è cara ma la gentilezza costa meno.
L’amore da difficile a complesso
Quando qualcuno parla di inclusività, Gino annuisce come chi ha capito, ma in realtà sta solo facendo i conti del resto. Dice che il mondo è diventato un’enorme riunione condominiale dove tutti vogliono essere rappresentati e nessuno vuole pagare le spese. Ogni tanto racconta che anche nel dopolavoro ferroviario si litigava per il tavolo del tressette, ma almeno si finiva col brindisi.
Nel Paese dei Normali Gino non giudica nessuno. Dice che una volta l’amore era difficile e adesso è complesso. Non è la stessa cosa. Torna a casa, accende la tv, trova due politici che litigano su chi sia più inclusivo. Cambia canale, guarda il meteo e mormora che almeno il tempo è ancora binario. «Piove o non piove».
Poi spegne tutto, si infila la vestaglia e pensa che la vita resta una sigla misteriosa con due consonanti: M. e F. Maschio e femmina. Ma se proprio vuole essere politicamente corretto, allora le inverte. Femmina e maschio. E si sente in pace con il mondo.
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