Lettera aperta alla senatrice Liliana Segre

Col massimo rispetto per la sua storia e testimonianza mi permetto di condividere con lei due preoccupazioni

Cara senatrice Segre, desidero, innanzitutto, esprimerLe la più convinta solidarietà, sia a livello personale sia a livello di ciò che Ella rappresenta in quanto appartenente ad un popolo di cui noi cristiani non possiamo non essere fratelli, come ebbe a dire, in modo commovente, san Giovanni Paolo II. I componenti del popolo ebraico sono “fratelli maggiori” dei componenti del popolo cristiano. Pertanto, non possiamo che rigettare fermamente ogni atto, ogni parola, ogni gesto che tendano ad offendere l’esperienza Sua personale e del popolo a cui Ella appartiene. E tutto ciò, senza se e senza ma.

Proprio per questo, mi permetto di esprimerLe due osservazioni, che nascono dalla preoccupazione che la Sua limpida testimonianza non venga in qualche modo offuscata ed equivocata.

La prima preoccupazione nasce dal fatto che non vorrei che la Sua azione venisse, in un certo senso, strumentalizzata da chi, nei fatti, è più preoccupato di divulgare un proprio pensiero ideologico, piuttosto che tutelare la Sua battaglia. Mi riferisco al fatto che molte persone che oggi sostengono la Sua persona in realtà desiderano combattere altre battaglie invece che combattere l’antisemitismo. Ci sono persone che, in nome di una non meglio specificata “fobia”, in sostanza desiderano porre a tacere ogni pensiero che sia diverso dal loro. Da questo punto di vista, mi permetto di metterLa in guardia dal pericolo di una strumentalizzazione, per scopi diversi da quelli manifestati in occasione della formazione della commissione che Ella presiederà. Sono certo che la saggezza derivante dalla Sua lunga vita e dalla drammatica esperienza da Lei vissuta saprà evitare questo pericolo, che Le esprimo perché conosco l’astuzia di quelle persone a cui mi riferisco.

La seconda osservazione nasce da una considerazione più complessa e, per certi versi, più profonda e per la quale occorrerebbe più spazio permesso da quello di una lettera. Vedo e sento che, da più parti, si vuole combattere “l’odio”. Anche Lei lo ha più volte affermato: questa intenzione, naturalmente, trova il mio pieno consenso, anche perché vivo la stessa tensione, da quando mi sono convertito al cattolicesimo. Quello che mi rende perplesso al riguardo, è la convinzione che “l’odio” non possa essere sconfitto con dei decreti legge. Sia la storia del popolo ebraico che quella del popolo cristiano ci hanno insegnato che l’odio si può vincere solo con la conversione personale al Signore e non con una legge. Con una conversione del cuore. Portare il tema dell’odio dal livello personale al livello politico e legislativo mi pare una operazione priva di ogni realismo. L’odio lo si vince con l’educazione, non con una legge. Soprattutto non può essere usata la parola odio in termini di lotta politica di parte, anche perché, se non vogliamo essere ipocriti, l’odio viene attualmente usato un po’ da tutti, a destra e a sinistra, in alto e in basso, al centro ed in periferia. L’odio costituisce una dimensione di ogni persona umana (chi crede di esserne esente non è totalmente sincero), che può essere superato, ripeto, con una forte educazione e con una consuetudine sociale che oggi sembra essere sempre più difficile da attuare. Educazione, dunque, e non leggi per combattere la cosiddetta “fobia”.

Cara Senatrice, spero che Ella comprenda le ragioni sincere che mi hanno spinto a queste osservazioni. Termino segnalandole che, in questo periodo storico, se proprio si vuole parlare di odio, allora occorre prendere atto che esiste, pure nel mondo occidentale e italiano, anche un “odio” contro la presenza dei cristiani, che ha molte espressioni. Confido che la Sua commissione voglia prendere in considerazione anche questo aspetto.

Con i più cari saluti,

Peppino Zola, Milano

Foto Ansa