Letta, la via per tagliare le tasse ha un passaggio obbligato: Bruxelles

L’economista Luigino Bruni: «Se davvero Letta vuole ridurre le tasse, il primo impegno che il governo deve prendere con l’Europa è quello di rinegoziare i vincoli del Fiscal Compact»

Abbattere le tasse sul lavoro si può, ma è più facile a dirsi che a farsi. Anche per il governo Letta. E perché sia così difficile ridurre il peso del fisco in Italia lo spiega a tempi.it Luigino Bruni, economista ed editorialista di Avvenire, chiarendo che la via per ridurre le tasse transita da Bruxelles, più che da Montecitorio: «Questo governo, in particolare, sconta il fatto che, quando si è insediato, il Paese stava attraversando una fase in cui lo spread era ancora molto elevato e non era chiaro cosa pensassero i mercati dell’Italia, perché non si capiva quale fosse il loro giudizio sull’Europa e sulla la crisi. Così Letta, i cui rapporti con la cancelliera tedesca Angela Merkel non erano che agli inizi, non è riuscito a rinegoziare con la Troika (Bce, Fmi e Ue) gli impegni sul bilancio. A quel punto, non gli è rimasta alternativa se non quella di fare i “compiti a casa”, provando a ridurre un debito pubblico divenuto ormai insostenibile se parametrato al Pil». Un obiettivo che, volendolo perseguire sul serio, almeno in questo momento, parrebbe lasciare assai poco margine di intervento al governo per ridurre discrezionalmente le tasse. Almeno fino a che l’Unione europea non decida di allentare il rigore.

Professor Bruni, cosa può fare Letta per abbassare le tasse?
Se davvero Letta vorrà ridurre le tasse, il primo impegno che il governo dovrà prendere con l’Europa, non appena sarà risolta la vicenda della nuova legge elettorale, sarà quello di rinegoziare i vincoli del Fiscal Compact. Perché quando una cura è troppo forte, come nel caso del rigore deciso a Bruxelles per farci uscire dalla crisi, forse, è meglio ricorrere alla medicina alternativa o a cure palliative, piuttosto che accanirsi ulteriormente.

Sta dicendo che per l’Italia non c’è più nulla da fare?
Non esattamente. La crisi dell’economia italiana, infatti, non dipende direttamente dalla crisi finanziaria globale, che pure è il contesto in cui oggi ci troviamo ad operare. Quello che voglio dire, invece, è che non si può più far finta che il mondo non sia cambiato negli ultimi quattordici anni.

In che senso?
Nessuno si aspettava che la globalizzazione subisse un’accelerazione così rapida come dal 2000 a oggi, ma così è stato. E il modello di Unione europea, concepito vent’anni fa e lanciato solo nei primi anni 2000, dopo otto anni di crisi, non regge più il passo. Bisogna cambiare, rinegoziando con la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Unione europa le basi su cui esso si regge.

Seguendo quale direzione?
Anni fa abbiamo rinunciato alla sovranità economica e finanziaria, alla possibilità di battere moneta, di scegliere quale politica fiscale adottare, ma senza avere dato ancora vita a un’Europa dove qualcuno si occupasse di tutte queste cose. La scommessa era che i Paesi europei conoscessero una graduale convergenza, ma così non è stato. Ora è giunto il momento che qualcuno si riappropri di tutte queste competenze.

Sta pensando a un’uscita dall’Euro?
No… io sono un’europeista convinto e mi preoccupano tutti questi venti di secessione. Ma l’Europa cui dobbiamo tornare, l’unica che dovremmo essere in grado di immaginare, non è l’Europa dell’Euro, è l’Europa delle Regioni. Dobbiamo ritornare all’originale idea di sussidiarietà.

Anche da un punto di vista fiscale e monetario?
Certamente. Non può decidere Francoforte che cosa è meglio per le nostre banche, se sono troppo piccole e devono fondersi. Così come non possono conoscere la ricchezza del modello del credito cooperativo italiano.