Ora Leone ha anche un volto, oltre che una tomba («nulla va perduto per sempre»)

Storia familiare, e dunque universale, di uno degli “eroici Ragazzi del ’99” disperso in guerra. E di una cercatrice di anime – La Lucia – che ne ha ricostruito la vicenda

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Articolo tratto dall’Osservatore romano – Si chiamava Demetrio, però nessuno lo sapeva. Persino i familiari si erano dimenticati del vero nome di battesimo. In casa, e fuori, per tutti era sempre stato Leone. Venne al mondo il 15 ottobre 1900 a Boschi Sant’Anna, nella Bassa veronese. La doppia identità aveva probabilmente una genesi banale. Nel secolo scorso capitava spesso che un padre analfabeta si recasse a dichiarare la nascita dell’ennesimo figlio. Consultata la moglie, arrivava in municipio con un’idea precisa, ma l’ufficiale di stato civile, di solito persona istruita, riusciva a fargliela cambiare instillandogli le più disparate suggestioni.

Ho raccolto una ricca aneddotica in materia. Un mio fratello, nato nel 1949, si sarebbe dovuto chiamare Giuliano, ma l’impiegato comunale convinse mio padre che era inopportuno battezzarlo con il cognome del criminale siciliano, autore della strage di Portella della Ginestra, e tutto sommato il bizzarro scrupolo aveva un qualche fondamento, visto che tre mesi dopo il bandito Giuliano ammazzò sette carabinieri. Mio suocero era per tutti Giuliano (lo è tuttora persino sulla lapide al cimitero), ma da adulto aveva scoperto che all’anagrafe si chiamava Franco. Suo fratello era Franco per i congiunti e Giuliano per lo Stato.

Demetrio divenne dunque Leone, e tale sarà anche in questo articolo. Giovanni, suo padre, al paesello faceva il calzolaio e il sacrista; Teresa, sua madre, era casalinga. La povera donna prese in affitto e mandò avanti da sola un’osteria per poter mantenere i cinque figli, il più grande dei quali aveva appena 6 anni. Infatti il marito era stato costretto a emigrare per fame in Brasile. Lo avevano chiamato ad aggiustare scarpe in una fazenda del Mato Grosso; allora gli emigranti partivano così, con la certezza di un posto di lavoro, non andavano alla ventura. S’imbarcò dal porto di Genova ai primi di novembre del 1905 e approdò in quello di São Paulo il 13 dicembre. Forse il suo primo pensiero andò alla ricorrenza di Santa Lucia e ai figli rimasti a casa senza il loro genitore: una deprivazione aggiuntiva, giacché allora non c’erano certo i soldi per comprare i giocattoli. Appena sbarcato dalla terza classe del piroscafo, placò l’arsura divorando due fette di anguria: in 40 giorni di traversata oceanica, dall’autunno era ripiombato nell’estate.

Papà Giovanni rientrò in Italia nel 1908. Lo avevano avvertito che sui transatlantici imperversavano predoni di nazionalità turca, pronti a tagliare la gola agli emigranti sulla via del ritorno e a gettarli in pasto ai pescecani dopo essersi impadroniti dei loro gruzzoli accumulati in Sudamerica. Perciò convertì in monete d’oro i soldi guadagnati nel Mato Grosso e le cucì dentro la cintura. Pensò anche a un regalo per Leone: una scatola di fiammiferi con dentro i sonagli di un crotalo, ucciso con le proprie mani un istante prima che il serpente lo spedisse al Creatore.

Dopo il rimpatrio, il ciabattino ebbe altri quattro figli. Nel 1911 arrivò Giuseppe, che morì ancora in fasce. L’anno seguente un altro Giuseppe. La nascita di un secondo maschio fu interpretata dall’artigiano come una benedizione del Cielo: da grande, si sarebbe aggiunto al deschetto accanto a Leone. I due bastoni della sua vecchiaia. La prima guerra mondiale mandò all’aria quel sogno di tranquillità. Al Regio Esercito, decimato nella disfatta di Caporetto, nemmeno i coscritti che nel 1918 compivano 18 anni ― gli eroici Ragazzi del ’99 ― bastarono più per compensare le perdite subite lungo la linea del Piave. Fu così che Leone, benché minorenne, il 4 aprile finì arruolato d’ufficio, ad appena 17 anni e mezzo di età, e si ritrovò al fronte.

Il suo ultimo segno di vita arrivò ai familiari il 26 giugno: una cartolina indirizzata al padre Giovanni, che nel frattempo aveva traslocato la famiglia a Verona, al numero 18 di via Domenico Morone, la strada più dimessa di Borgo Venezia, tanto da essere derubricata a vicolo, nel gergo del quartiere. Raffigurava due monelli intenti a fare bolle di sapone, uno ritto in piedi sul tavolo di cucina, e una fanciulla sorridente vestita di rosso. Sul retro, poche parole che Leone aveva fatto appena in tempo a imparare sui banchi di scuola, vergate con il pennino intinto nell’inchiostro nero: «Mille baci ai miei cari cari fratellini che sempre li ricordo. Adio». «Cari» ripetuto due volte; «adio», un presagio di morte, scritto così, senza la doppia, perché a quel tempo gli uomini erano certi di ritornare a chi li aveva creati, a Dio.

lorenzetto-osservatore-romanoLeone non rivide più i suoi. Fu inghiottito nella fornace della grande guerra. Nessuno seppe mai né come, né dove, né quando morì. Di lui non restò neppure una foto. Quasi che non fosse mai esistito.

Il giovane sopravvisse però nel cuore dei congiunti. Il suo ricordo fu perpetuato dalla sorella maggiore, Carmela, la quale, dopo aver preso marito, impose il nome Leone al primo figlio. La secondogenita Anna Maria, detta Elvira, non poté invece sposarsi: morì ventenne di tubercolosi. Consapevole dell’inesorabile morbo che la stava consumando, raccomandava alla mamma Teresa: «Quando verrà l’ora, preparami con il vestito bianco».

La cartolina fu religiosamente custodita in famiglia e tramandata ai posteri: era tutto ciò che rimaneva di un’esistenza. Infine fu consegnata all’ultimo dei cinque figli maschi di Giuseppe, il fratello più giovane di Leone. Questo nipote, un giornalista, attraverso il reperto tentò invano per anni di scoprire qualcosa sulla fine dello zio. Purtroppo mancava il francobollo e del timbro postale rimanevano solo cinque lettere, «…olare», il frammento di una località misteriosa, un indizio insufficiente per qualsiasi ricerca. Non poté essergli utile, il giorno che andò a intervistarlo, neppure Camillo Zadra, provveditore del Museo storico della guerra ospitato nel Castello di Rovereto, che cura la memoria degli 81 milioni di morti provocati dai due conflitti mondiali del Novecento.

Finché l’8 febbraio 2015 il nipote lesse sull’Arena un articolo della collega Elena Cardinali. Raccontava di una sbalorditiva iniziativa voluta dalla sezione cittadina dell’Associazione nazionale alpini nel centenario della guerra del 1915-1918. Incrociando dati anagrafici, fronti di battaglia, ruoli matricolari e lapidi commemorative, le penne nere avevano identificato 7487 caduti veronesi e trascritto i loro nomi in cinque volumi. Senza troppa convinzione, il cronista si rivolse al vicepresidente Giorgio Sartori. Gli mandò la riproduzione della cartolina che Leone aveva spedito dal fronte. Niente, la giovane recluta non figurava neppure in quell’albo d’oro.

Solo che lì, nel centro studi dell’Ana, opera come volontaria una ricercatrice testarda. Si chiama Lucia Zampieri, abita a Lugo, ha 38 anni ed è madre di due figli di 12 e 10. Essendo diplomata in chimica e biologia, è anche assai meticolosa. Nel 2014, mentre scattava foto in Lessinia, s’imbatté in una guida degli alpini che portava le scolaresche a visitare i luoghi della grande guerra. L’uomo si offrì di condurla fino alla ridotta di Malga Pidocchio, dove ebbe, dice lei, «una folgorazione in trincea». Da allora dedica gratis le sue giornate all’identificazione dei caduti senza nome, spulciando i 308 faldoni conservati nell’Archivio di Stato di Verona. La sera, dopo aver messo a letto i bambini e rassettato la casa, esamina certificati di nascita, ruoli matricolari, brandelli di documenti corrosi dai tarli. Va avanti fino all’1 o alle 2 di notte. Lo fa perché è convinta che si tratti di anime.

È grazie a questo impegno che La Lucia ― così si fa chiamare su Facebook ― nei giorni scorsi ha potuto scrivere una mail al giornalista per annunciargli che Demetrio, alias Leone, figlio di Giovanni e di Teresa, soldato di leva di prima categoria, fu arruolato il 4 aprile 1918 nel 37° Reggimento di fanteria e spirò il 23 ottobre di quello stesso anno, alle ore 14, a Brescia, nell’ospedale di tappa sito in via Trieste 17. È riuscita a recuperare persino la copia dell’estratto dai registri di morte dell’anno 1918, che fu compilato dall’ufficiale di stato civile del Comune di Brescia soltanto il 5 maggio 1919 per essere inoltrato «al signor Sindaco di Verona ai sensi dell’articolo 397 del codice civile».

Ha aggiunto un’ultima comunicazione, Lucia Zampieri: «Per il luogo di sepoltura abbiamo fatto alcune ipotesi, ma dobbiamo verificarle. Ci spero, voglio credere che possiamo trovarlo o quantomeno sapere di aver fatto tutto il possibile».

Le generalità complete sono le seguenti: «Lorenzetto Demetrio, matricola 26054, operaio, figlio di Lorenzetto Giovanni e di Bottari Maria». Era il fratello di mio padre, quel militare che fu strappato ai suoi cari appena una settimana dopo aver compiuto i 18 anni e solo 12 giorni prima che finisse la grande guerra. Secondo La Lucia, fu in assoluto il più giovane dei veronesi che si sacrificarono per la patria.
Ecco, la speranza di poter portare presto un fiore sulla tomba dello zio soldato, dopo 98 anni di oblio, mi conforta. E la volete sapere un’ultima cosa? Nell’ex ospedale bresciano di via Trieste, dove soffrirono e morirono tanti ragazzi come Leone, oggi ci sono le aule dell’Università Cattolica, in cui altri giovani studiano medicina e si preparano a quella vita che lui non poté avere.

Nulla va perduto per sempre.

Post scriptum
Dopo l’uscita dell’articolo pubblicato in questa pagina sull’Arena del 12 giugno scorso, sono accaduti altri fatti che l’autore non ritiene casuali.
Lucia Zampieri è riuscita a identificare la tomba di Demetrio (Leone) Lorenzetto nel sacrario dei caduti della grande guerra al Cimitero Vantiniano di Brescia. Sulla lapide dell’ossario, l’identità risulta storpiata in «Lorenzetti Domenico» (il cognome con la «i» al posto della «o» è un errore ricorrente in molti atti anagrafici della famiglia, trascritti a mano all’inizio del secolo scorso; quanto al nome, lo scalpellino lo confuse con il titolare della strada di residenza del defunto, via Domenico Morone). Ma nel registro cimiteriale n.40, relativo al mese di ottobre del 1918, età, paternità, domicilio nonché data e luogo del decesso, riferiti ai resti custoditi nella celletta n.947, coincidono.
Un lettore, Alberto Tosin, ha scritto all’autore, a nome di un’anziana zia, raccontandogli una storia analoga e pregandolo di aiutarlo a trovare notizie del fratello del nonno materno, il capitano Francesco Zigliotto, nato a Vicenza il 15 gennaio 1899, disperso in guerra. La richiesta è stata girata alla «cercatrice di anime», che in breve tempo è riuscita a rintracciare il ruolo matricolare dello scomparso: il capitano Zigliotto apparteneva al 37° reggimento fanteria, lo stesso di Demetrio Lorenzetto.
Impressionato da tanta tenacia, l’autore dell’articolo ha voluto, per spirito di emulazione, scartabellare per ore e ore nei ricordi di famiglia, ereditati alla morte della madre, e ha trovato un’immagine di militari in convalescenza e una foto ingrandita di uno di essi, giungendo alla conclusione che non può che trattarsi dello zio. Ora Demetrio detto Leone ha anche un volto, oltre che una tomba.

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