Legge 194, obiezione a rischio. «Ma l’aborto non è diritto, è un’ingiustizia in deroga alla Costituzione»

Il filosofo del diritto Tommaso Scandroglio spiega che «l’Ivg contrasta con il diritto alla vita riconosciuto dalla Carta, per questo la norma prevede l’obiezione di coscienza»

Questa settimana alla Camera, nell’ambito della discussione sull’applicazione in Italia della legge 194/78 sull’aborto, sono state presentate dai vari gruppi parlamentare anche nove mozioni sull’obiezione di coscienza prevista dalla norma per i medici che si rifiutano di eseguire interruzioni di gravidanza. Tutti i partiti hanno parlato della necessità di garantire il servizio all’aborto, e anche i deputati che non sono arrivati a mettere esplicitamente in discussione la libertà di coscienza del personale sanitario hanno però aperto alla possibilità di “tutelare” i medici abortisti, rischiando di fatto di discriminare gli obiettori. L’aula di Montecitorio alla fine ha approvato tutte le mozioni per la piena applicazione della legge, bocciando quelle di pochi parlamentari che sottolineavano invece le garanzie per i medici obiettori. «Le proposte partono dal presupposto errato che esista un diritto all’aborto contrapposto all’obiezione di coscienza, così il Parlamento ha approvato mozioni assolutamente anticostituzionali», spiega Tommaso Scandroglio, filosofo del diritto esperto di bioetica e autore di numerose pubblicazioni.

Chi difende l’aborto sostiene che è un diritto anche se questa parola non è rintracciabile nella legge 194/78.
Le argomentazioni usate in questo senso sono due: la prima è relativa al dovere da parte delle strutture ospedaliere di fornire il servizio; la seconda si rifà alle recenti sentenze che prevedono il risarcimento danni per madri con figli handicappati, che se avvisate in tempo avrebbero abortito. Nel primo caso si sostiene che se esiste per gli ospedali un dovere di garantire la possibilità di abortire, significa che è anche un diritto per le donne. Nel secondo caso la tesi è che, anche se un “diritto” non è esplicitato nella legge, la giurisprudenza di fatto lo riconosce.

Di cosa non tiene conto questa visione?
Obbligare una struttura a fornire l’aborto è anticostituzionale. Senza scomodare la morale naturale, lo dice il diritto positivo del nostro ordinamento: nell’articolo 2 della Costituzione la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, fra cui c’è quello alla vita. Significa che la legge 194 è una deroga al diritto e che l’obiezione di coscienza non è un boicottaggio, bensì il tentativo di riaffermare l’ordinamento. Esattamente il contrario di quanto sostiene chi dice che l’aborto è un diritto leso dall’obiezione di coscienza. La legge prevede l’obiezione di coscienza proprio perché accetta un’ingiustizia: se da una parte si permette di compierla a chi vuole, dall’altra non si può obbligare nessuno a eseguirla.

Si parla però di tutela della salute della donna. Un obbligo di chiunque scelga la professione medica.
Se volessero tutelare la salute della donna, dovrebbero proibire l’aborto. È dimostrato che chi ricorre all’aborto nella maggior parte dei casi poi soffrirà della cosiddetta sindrome post-abortiva. In ogni caso la salute è un diritto minore rispetto a quello alla vita del concepito.

Il Parlamento chiede anche di verificare i tempi di attesa che potrebbero impedire l’interruzione di gravidanza.
Sono rarissime le urgenze e non esistono persone che non siano riuscite ad abortire se lo volevano. Inoltre, fra gli ultimi documenti del Consiglio nazionale di Bioetica uno dimostra che in media nelle strutture con più obiettori i tempi d’attesa sono minori, mentre si allungano in quelle dove gli obiettori sono meno. Significa che i ritardi non riguardano il numero di medici obiettori, ma l’organizzazione degli ospedali.

Cosa risponde a chi dice che c’è un carico di lavoro esagerato per i pochi medici abortisti?
Chi sostiene questo argomento lo fa nell’intento di introdurre concorsi ospedalieri aperti solo ai non obiettori. Ma sarebbe una discriminazione gravissima, anzi una violenza tesa a costringere chi non vuole fare aborti a cambiare idea. Dietro c’è una visione della professione medica totalmente distorta: si chiamano “incompatibilisti” e pensano che il medico debba soddisfare tutte le richieste del paziente, non importa se gli interventi servano a curarlo o a fargli del male. Ma il medico non è mai stato un erogatore di servizi. Al contrario, deve essere teso a curare i malati e guarirli, se ci riesce. Pertanto, dato che la gravidanza non è una malattia, non si capisce come si possa dire che il medico è costretto a intervenire: con l’aborto si causa la morte del nascituro e si cagiona anche un danno alla salute della donna che ne soffrirà le conseguenze.