Tutti i legami (ignorati) tra i terroristi di Bondi Beach e l’Isis

Di Leone Grotti
17 Dicembre 2025
Naveed Akram era collegato al network dell'imam Wisam Haddad (mai condannato) e alla galassia di estremisti che ruotano intorno a lui e al suo centro di preghiera a Sydney
Youssef Uweinat, condannato a quattro anni di carcere per terrorismo, sventola una bandiera simile a quelle dell'Isis durante una manifestazione ProPal a Sydney
Youssef Uweinat, condannato a quattro anni di carcere per terrorismo, legato all'attentatore di Bondi Beach Naveed Akram, sventola una bandiera simile a quelle dell'Isis durante una recente manifestazione ProPal a Sydney

Qualcuno pensa davvero che una nuova strage come quella di Bondi Beach, a Sydney, possa essere evitata restringendo ulteriormente le norme sul possesso legale di armi in Australia? Le proposte del primo ministro Anthony Albanese, arrivate fin dai primi minuti successivi al massacro, sembrano più un modo per «distrarre» la popolazione, come ha fatto notare l’ex premier John Howard, che limitò l’uso di armi nel paese negli anni ’90, che uno stratagemma per risolvere il problema della violenza jihadista.

Uno dei due attentatori, Sajid Akram, poteva legalmente possedere ben sei armi da fuoco. Troppe? Forse sì. Ma dal momento che nella sua auto sono stati trovati anche due ordigni esplosivi, insieme a bandiere dell’Isis, è chiaro che quelle armi se le sarebbe procurate in ogni caso.

Il vero problema che nessuno vuole guardare in faccia, né in Australia né sui media europei, almeno a giudicare dagli articoli di commento alla strage di questi giorni, è quello dell’estrema facilità con cui un immigrato di seconda generazione, nato in Australia, abbia potuto insieme al padre legarsi per anni a un network di sostenitori dell’Isis, per di più noto alle autorità, e non essere fermato né controllato.

È la leggerezza con cui ancora si indagano i casi di radicalizzazione islamica che andrebbe affrontata in Australia e non solo. È la cecità con cui ancora si straparla di «lupi solitari» che andrebbe contrastata, anche per legge. Limitare il possesso di armi può essere un’iniziativa sensata, ovviamente, ma non è certo la più urgente come la cronaca dimostra.

L’addestramento militare con l’Isis

La strage antisemita di Bondi Beach è stata accuratamente orchestrata, come dimostra il fatto che i due terroristi – Sajid Akram e il figlio Naveed Akram – avevano affittato un appartamento per nascondervi le armi con cui condurre l’attentato.

Non solo. L’1 novembre padre e figlio si sono trasferiti per un mese nelle Filippine, fino al 28 novembre, per ricevere «un addestramento militare», come rivelato da un funzionario della divisione antiterrorismo australiana.

Gli Akram si sono recati nell’area di Davao, capitale dell’isola meridionale di Mindanao, dove lo Stato islamico nel 2017 tentò di introdurre un Califfato come a Mosul in Iraq o a Raqqa in Siria. È chiaro che nelle Filippine sono stati bene addestrati visto il modo professionistico con cui hanno condotto l’attentato, appostandosi anche su un ponte per meglio colpire le proprie vittime.

Naveed Akram, 24 anni, ha compiuto la strage di Bondi Beach insieme al padre Sajid
Naveed Akram, 24 anni, che ha compiuto la strage di Bondi Beach insieme al padre Sajid, aveva chiari legami con l’Isis

La figura sulfurea dell’imam Haddad

Ma chi ha fornito agli Akram i contatti per farsi addestrare al jihad nelle Filippine? È qui che la vicenda inizia a farsi paradossale, tanto da fare apparire il fallimento dell’intelligence australiana sconvolgente.

È ormai noto che nel 2019 Naveed Akram era stato indagato per i suoi legami con una cellula dello Stato islamico con base a Sydney. Dopo sei mesi di indagine, non è stato ritenuto una «minaccia» per la società.

Eppure i suoi legami con alcune figure pericolose erano stati accertati. Akram figlio orbitava infatti attorno all’imam Wisam Haddad, definito dai giornalisti australiani «un religioso che ha influenzato molteplici generazioni di jihadisti australiani».

La condanna per gli insulti antisemiti

Haddad, mai formalmente accusato né tantomeno condannato per terrorismo, è un predicatore islamico accusato di indottrinare i giovani in un centro di preghiera di Bankstown, sobborgo di Sydney, chiamato Al Madina Dawah Centre.

L’unica condanna ricevuta dall’imam è stata a luglio, quando un giudice lo ha trovato colpevole di violazione della legge contro la discriminazione razziale. Haddad ha più volte definito gli ebrei «malvagi, intriganti, vili e discendenti delle scimmie e dei maiali». Ha anche incitato all’uccisione degli ebrei, ma si è sempre difeso (con successo) affermando che si era limitato a citare il Corano.

L'imam Wisam Haddad, considerato una figura influente nella galassia jihadista di Sydney
L’imam Wisam Haddad, considerato una figura influente nella galassia jihadista di Sydney (foto Four Corners)

«Allah è più importante di tutto»

Naveed Akram, il giovane di 24 anni che è passato dalle parole ai fatti, conosceva Haddad e fin da quando aveva 17 anni faceva proselitismo per le strade di Sydney per conto di un’organizzazione legata a quella di Haddad, Dawah Van, dal nome Street Dawah.

In un filmato del 2019 si vede Akram che spiega agli studenti che «la legge di Allah è più importante di qualsiasi altra cosa tu abbia da fare – lavoro, scuola. Non potrò mai sottolinearlo abbastanza». A un altro giovane spiega che «Allah remunera le azioni condotte nel suo nome».

Queste parole, di per sé innocue, assumono tutto un altro significato alla luce dell’interpretazione estremista che i jihadisti dell’Isis ne danno.

La bandiera dell’Isis tra i ProPal

Poche settimane dopo quelle azioni di proselitismo, la polizia fece una retata e arrestò diversi terroristi legati all’Isis, tra i quali due appartenenti all’organizzazione Street Dawah. Uno di questi, Isaac al-Matari, è stato poi condannato a sette anni di carcere, essendosi definito il leader dell’Isis in Australia.

Sempre nel 2019, durante l’indagine dell’intelligence australiana, sono stati accertati i legami di Akram con un reclutatore dell’Isis, Youssef Uweinat, condannato a quattro anni di carcere per avere indottrinato alcuni giovani a compiere attentati terroristici per il centro di Haddad.

Dopo gli anni di prigione, terminati nel 2023, il nome di Uweinat è recentemente rimbalzato di nuovo sulle pagine dei giornali australiani. Durante una manifestazione a favore della Palestina a Sydney il 3 agosto, l’uomo ha infatti sventolato una bandiera nera con la shahada, la professione di fede islamica, molto simile a quelle utilizzate dall’Isis. Il suo gesto sarebbe forse passato inosservato se l’imam Haddad non l’avesse ripubblicata sui social media con il commento: «L’unica bandiera che conta!».

Il jihad contro gli infedeli

Nel periodo in cui Uweinat aveva stretti legami con Akram, incitava i giovani a combattere il jihad contro gli infedeli. E spingeva i ragazzi a visitare chat private piene di propaganda jihadisti, decapitazioni di cristiani, bambini con in braccio fucili, spingendoli a «morire come martiri».

Uweinat nel 2023 è tornato libero dopo aver convinto un giudice di avere rinunciato per sempre alla propaganda jihadista: «D’ora in poi voglio aiutare i giovani australiani ad abbandonare le ideologie estremiste», dichiarò. Ma la sua performance con la bandiera nera alla manifestazione ProPal suggerisce altro rispetto alle sue parole.

Infatti, secondo l’Abc, subito dopo il rilascio Uweinat si è riunito all’imam Haddad e ad altri estremisti usciti dal carcere: Abdul Nacer Benbrika, 18 anni passati in prigione per avere guidato una cellula terroristica, e Wassim Fayad, accusato di essere un leader dell’Isis in una cellula di Sydney dieci anni fa.

Una folla riunita a Bondi Beach per commemorare i 15 ebrei uccisi dagli Akram nella strage antisemita di domenica
Una folla riunita a Bondi Beach per commemorare i 15 ebrei uccisi dagli Akram nella strage antisemita di domenica (foto Ansa)

L’infiltrato nel network di Haddad

Se esistono così tante informazioni sull’imam Haddad e il suo network è perché un agente dell’antiterrorismo australiana (Asio) reclutato in Medio Oriente, denominato Marcus, lo ha infiltrato per anni. L’agente, dopo aver lasciato il paese senza che il religioso sia mai stato condannato, è uscito allo scoperto nove mesi fa denunciando tutto a Four Corners.

«Uweinat e gli altri sostenitori dell’Isis sono diventati estremisti a causa della frequentazione con l’Al Madina Dawah Centre e dopo avere ascoltato i discorsi e le lezioni di Haddad», ha affermato l’agente.

Grazie al lavoro di Marcus, compiuto tra il 2016 e il 2023, molti terroristi sono stati arrestati, ma non tutti: Haddad non è mai stato toccato dalla giustizia per mancanza di prove, altri, come Akram, lo stragista di Bondi Beach, non sono stati ritenuti una «minaccia».

«Non diventate un facile obiettivo»

L’imam Haddad – diventato famoso più di dieci anni fa come leader del Al Risalah Islamic centre, centro di preghiera radicale, diventato un hub di Al-Qaeda prima e dell’Isis poi – ha già dato mandato al suo avvocato di sottolineare che non c’è alcun collegamento tra l’attentato di Bondi Beach e la sua predicazione.

Se è riuscito sempre a uscire pulito da ogni indagine, forse è perché parlava così alle giovani reclute, secondo quanto riportato dall’agente Marcus: «Diceva: “Se volete fare qualcosa, non venite da me, non ditelo a nessuno mantenete il segreto. Se credete che sia un buon lavoro e che rientra nel jihad, allora andate e fatelo. Non diventate un facile obiettivo per cui sarete fermati”».

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Contrastare la radicalizzazione islamica

Se le autorità australiane sapevano che l’attentatore di Bondi Beach era un seguace di un imam con un simile curriculum e legato a jihadisti condannati per avere tentato di organizzare attentati terroristici, com’è possibile che sia stato giudicato non pericoloso né sottoposto a controlli più estesi?

Finché l’Australia non prenderà sul serio il contrasto ai network terroristici – che si celano anche dietro moschee, centri di preghiera e fondazioni islamiche – non otterrà alcun vantaggio da misure tappabuchi come le limitazioni al possesso di armi da fuoco.

@LeoneGrotti

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