«Le scuole di medicina formino medici, non attivisti climatici»

Un professore denuncia l’eccessiva politicizzazione delle facoltà Usa mentre «scarseggiano dottori». In cambio riceve lezioni sull’ambiente

Quando Stanley Goldfarb, professore ed ex decano presso la Perelman School of Medicine dell’Università di Pennsylvania a Filadelfia, ha scritto sul Wall Street Journal che la lotta ai «cambiamenti climatici, le disuguaglianze sociali, la violenza armata, i pregiudizi e altre cause progressiste legate solo tangenzialmente al trattamento delle malattie» stavano iniziando a corrompere la formazione medica, sapeva benissimo di cosa stava parlando. I roghi accesi su twitter e l’isteria di colleghi e attivisti sui giornali americani scatenata dal suo pezzo “Take Two Aspirin and Call Me by My Pronouns” ne sono la migliore dimostrazione.

UN’OVERDOSE DI POLITICAMENTE CORRETTO

Chiede Goldfarb: «Perché le scuole di medicina sono diventate il bersaglio per inculcare la politica sociale quando lo scopo dichiarato dell’educazione medica fin dai tempi di Ippocrate è stato quello di formare individui che sanno come curare i pazienti?». Un’overdose di impegno pubblico e sostegno ai temi cari alla nuova giustizia sociale sembra infatti contagiare le scuole di medicina: l’American College of Physicians è intervenuto sul controllo delle armi, dall’Università del Minnesota all’Università dell’Illinois le facoltà stanno integrando l’offerta formativa con corsi e lezioni sui cambiamenti climatici, lo stesso Goldfarb durante il suo mandato è stato duramente ripreso per non avere incluso un programma ad hoc sul clima nel suo corso di studio. Preoccuparsi di crescere una generazione di medici ben attrezzata per affrontare le nuove sfide, è un obiettivo «meritevole». Ma questa preoccupazione non può andare «a spese di una rigorosa formazione in scienze mediche».

LO ZEITGEIST E L’EDUCAZIONE

Goldfarb racconta come lo zeitgeist della sociologia e del lavoro sociale siano diventati «la forza trainante dell’educazione medica. L’obiettivo degli educatori di oggi è produrre legioni di medici di base che si impegnano in quella che viene definita “salute pubblica”». Curricula sempre più concentrati sui temi sociali – come appunto i cambiamenti climatici, le disuguaglianze sociali, la violenza armata, i pregiudizi di genere, legati indirettamente al trattamento delle malattie – non possono portare a qualificare gli aspiranti medici per i ruoli chiave del settore più delle competenze base, soprattutto oggi che «scarseggiano oncologi, cardiologi, chirurghi e altri specialisti». «Se questo paese ha bisogno di un maggiore controllo sulle armi da fuoco e di attivisti per i cambiamenti climatici – conclude Goldfarb -, le scuole di medicina non sono il posto giusto per produrli».

L’AGENDA LIBERAL SANITARIA

Non ha scritto, il professore, che i medici non dovrebbero avere opinioni su questioni politiche o che non dovrebbero avere competenza in materia. Ha scritto che tali problemi non dovrebbero interferire con la formazione scientifica e clinica essenziale per la produzione di medici in grado di servire i pazienti. Ma naturalmente, in un’America che vorrebbe fare della medicina l’instrumentum regni dell’agenda liberal per realizzare il paradiso dell’uguaglianza e delle pari opportunità (vedi aborto, utero in affitto, eutanasia, la moltiplicazione dei generi), pena il tribunale (vedi l’incremento di cause contro le cliniche che a prescindere dal genere non praticano interventi distruttivi come le isterctomie e le sterilizzazioni a meno che sia in pericolo la vita), l’opinione di Goldfarb non dovrebbe trovare cittadinanza. Soprattutto in un’America in cui 700 medici hanno firmato una “nota medica virtuale” per incoraggiare gli insegnanti a giustificare gli studenti che avrebbero partecipato allo sciopero scolastico internazionale del 20 settembre a New York, ispirato alla campagna contro i cambiamenti climatici di Greta Thunberg.

I MEDICI CHE SI SMARCANO DAL MEDICO

Passi per twitter, scontata la replica di Robert M. McLean, presidente dell’American College of Physicians, che sul Wsj assicura che continuerà a formare e parlare di ogni problema che danneggi la salute pubblica, sorprende la risposta della stessa facoltà di medicina della Penn. ll decano J. Larry Jameson e il vicepreside Suzanne Rose si sono infatti affrettati ad inviare una lettera a studenti e docenti: «Le opinioni espresse dal Dr. Goldfarb riflettono le sue opinioni personali e non riflettono i valori della Perelman School of Medicina. Apprezziamo profondamente l’inclusione e la diversità come fondamentali per un’efficace erogazione di assistenza sanitaria, creatività, scoperta e apprendimento permanente. Ci impegniamo a garantire un’educazione medica rigorosa e completa che includa l’esame delle molte questioni sociali e culturali che influenzano la salute, dalla violenza all’interno delle comunità ai cambiamenti nell’ambiente che ci circonda».

I PAZIENTI VOGLIONO DIAGNOSI, NON MANFRINE

Smarcarsi dal professore, trattare le questioni poste alle stregua di quelle di un negazionista, ribadire adesione sana e incondizionata ai princìpi della giustizia sociale che oggi illuminano la medicina. Forse – come ha ben scritto l’editorial board del Wall Street Journal dopo aver seguito la faida sui social e ricevuto la lettera della Perelman – dovremmo cominciare a farci domande sulla qualità dei dottori che si diplomano alla Penn. «I pazienti vogliono una diagnosi accurata, non una lezione sulla giustizia sociale o sui cambiamenti climatici. Grazie al Dr. Goldfarb per avere il coraggio di richiamare la politicizzazione dell’educazione medica che dovrebbe preoccupare tutti gli americani».

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