Le sardine beniamine del potere

Il governo è in crisi, ma le sardine gridano al pericolo fascista. La prima volta di una piazza che contesta l’opposizione. L’articolo perfetto di Ricolfi

Adesso è tutto chiaro: le sardine non sono di destra né di sinistra, ma votano a sinistra. Sono una piazza apartitica, ma l’unico partito che votano è il Pd. Non vogliono diventare un partito, ma puntano al 25 per cento dei consensi.

Se questi messaggi vi paiono fuorvianti e contraddittori è perché siete antidemocratici, ovvio. Le sardine possono essere tutto e il suo contrario, finché la stampa progressista permetterà loro di esserlo. Per fortuna, ieri sul Messaggero (“Il paradosso della piazza che contesta l’opposizione”) il sociologo di sinistra Luca Ricolfi – già autore del fortunato saggio Perché siamo antipatici. La sinistra e il complesso dei migliori – ha detto due o tre cose ovvie (che ovvie non sono più, ahimè):

«Le sardine sono un movimento di opinione esplicitamente schierato a sinistra, nato per combattere la Lega di Matteo Salvini e abolire (o rivedere?) i decreti sicurezza (unico punto sostanzioso fra i 6 del loro programma politico)».

Non “contro” ma “per” il potere

Ricolfi poi spiega che il paragone tra le sardine e il popolo viola o i girotondi di Nanni Moretti non è sbagliato (in tutti questi casi il cemento è la «credenza di rappresentare “la parte migliore del paese”» e di non riconoscere dignità politica e morale all’avversario), ma

«A mia memoria, tutti i movimenti del passato hanno sempre avuto una forte carica anti-establishment o anti-governo. Sessantottini, femministe, dipietristi, Girotondi, Popolo Viola, grillini della prima ora, sono sempre stati “contro” alcuni essenziali poteri costituiti (nel caso dei Girotondi e del Popolo Viola i governi Berlusconi nati nel 2001 e nel 2008). Per non parlare dei partigiani, che mettevano a repentaglio le loro vite per abbattere una dittatura e riconquistare la libertà. Le sardine no. Non solo sfidano il ridicolo paragonandosi ai partigiani, come se fossimo in presenza di una dittatura, e gli oppositori dovessero rifugiarsi sui monti per combatterla, ma non paiono rendersi conto della unicità e paradossalità della loro protesta. È la prima volta, in Italia, che un movimento di protesta non si rivolge contro il potere ma ne è il beniamino. Vezzeggiati dai giornali e dalle televisioni, coccolati dall’establishment, vengono lodati e ringraziati dagli esponenti del governo in carica (esattamente come accadeva qualche settimana fa con le manifestazioni dei seguaci di Greta). E si capisce perché: agli esponenti di governo non par vero che le piazze si riempiano non già per criticare il governo, bensì per demonizzare o ridicolizzare l’opposizione».

Pericolo Hitler

Vi sembra un’ovvietà? Pure a noi, ma così non direste se leggeste ogni giorno le cronache che Stampa, Corrieree Repubblica fanno delle riunioni delle sardine, della loro “freschezza”, “novità”, “linguaggio privo d’odio”. Tutto bello, tutto rosa.

«Per chi osserva le cose con un minimo di distacco – scriveva ancora ieri Ricolfi -, c’è di che trasecolare. L’Italia si sta disgregando giorno dopo giorno, il governo in carica, per ammissione della stessa stampa progressista, è fra i più grigi, confusi e litigiosi di sempre, e che cosa accade nelle piazze delle Sardine? La protesta non si dirige verso l’esecutivo, esigendo che affronti i problemi reali del Paese, ma verso i leader dell’opposizione, dipinti come fascisti, razzisti, antisemiti, pronti a instaurare un regime autoritario, novelli Mussolini e Hitler, mostri grondanti odio».

Parte attiva del clima d’odio

È il solito errore della sinistra, quello di sentirsi depositari di un superiorità morale autoproclamata. Una patente auto-attribuita che non permette di vedere le cose come stanno e che invece Ricolfi vede benissimo:

«Eppure il nodo, a mio parere, è proprio qui. Se dipingi l’avversario
politico come un nemico, se arrivi a considerarlo una bestia o un
non-uomo, diventi parte attiva di quel clima d’odio che dici di voler
combattere; contribuisci tu stesso a imbarbarire il confronto
politico; e, in qualche misura, finisci per proiettare sull’altro la
profonda ostilità che senti in te. Soprattutto, non riesci a farti la
domanda delle domande: perché le piazze delle sardine attirano i ceti
medio-alti, e quelle della destra i ceti medio-bassi? Come è possibile
che la gente beneducata, colta, civile, preoccupata delle sorti dei
deboli, scenda in piazza per squalificare i leader di quei medesimi
deboli?».

Sono ormai trent’anni che la sinistra è finita in questo labirinto. E non se ne esce, questo è il suo problema: «Il rispetto dell’avversario politico è un ingrediente essenziale della democrazia, ma è anche la precondizione per capire perché i ceti popolari hanno smesso di guardare a sinistra».

Foto Ansa