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La preghiera del mattino di Lodovico Festa

Le radici storiche del kaputt di Olaf Scholz

Di Lodovico Festa
08 Novembre 2024
Perché il governo tedesco è al capolinea, cosa non ha capito la sinistra di Trump, lo scarso entusiasmo della Le Pen per la vittoria di The Donald. Rassegna ragionata dal web

Su Startmag Pierluigi Mennitti scrive: «Il percorso che porterà il paese alle elezioni anticipate è in qualche modo tracciato dallo stesso Scholz: voti di fiducia al Bundestag il 15 gennaio, probabile voto anticipato all’inizio della prossima primavera, forse già a marzo. Il voto ordinario era già stato fissato per il 28 settembre del prossimo anno. Nelle settimane di sessione del Bundestag fino a Natale, il governo chiederà di calendarizzare il voto su tutte le leggi che non possono essere rimandate, tra cui quelle per la stabilizzazione delle pensioni e misure immediate per l’industria. Il segno di un cancelliere combattivo, già con l’elmetto della campagna elettorale in testa, arriva da un’altra dichiarazione, quella di apertura all’opposizione cristiano-democratica. Scholz ha infatti annunciato che cercherà rapidamente un dialogo con il capogruppo parlamentare dell’Unione (Cdu e Csu) Friedrich Merz, offrendogli l’opportunità di lavorare insieme in modo costruttivo su due o più questioni “cruciali per il nostro paese: il rapido rafforzamento della nostra economia e la nostra difesa”. L’economia non può attendere lo svolgimento di nuove elezioni. Il passaggio è interessante per due aspetti: Merz sarà il prossimo principale competitore di Scholz nella campagna elettorale di primavera, ma allo stesso tempo – almeno stando ai sondaggi del momento – anche l’unico possibile partner di governo in una riedizione della Grosse Koalition. La crisi dell’attuale maggioranza si intreccia infatti con la sempre maggiore complessità del quadro partitico tedesco. Nella stessa giornata di ieri, in Sassonia, sono falliti i colloqui a tre fra Cdu, Spd e il partito di Sahra Wagenknecht per la formazione del governo regionale della Sassonia. Anche nei due altri Länder orientali, in cui si è votato lo scorso settembre, le trattative per i nuovi esecutivi procedono faticosamente. La stabilità politica di un tempo è ormai perduta e l’ascesa dei partiti alle estreme dello spettro politico rende la formazione di maggioranze omogenee e stabili sempre più difficile».

Le radici della crisi tedesca vanno cercate nel governo Schroeder (1998-2005) e in quello successivo in piena continuità di Angela Merkel. È nel 2003 che, d’intesa con Jacques Chirac, il cancelliere socialdemocratico lascia soli gli americani nei pantani iracheni e si appresta a definire una politica che guarda fondamentalmente all’energia russa a basso costo e all’import/export cinese, rinunciando a sviluppare un ampio mercato interno tedesco/europeo. Questa linea tendenzialmente deflattiva viene perseguita anche dalla Merkel d’intesa con Parigi specialmente con Nicolas Sarkozy (con il quale concorda un più stretto controllo carolingio sull’Unione europeo svuotando politicamente l’Italia a e favorendo la Brexit): questa linea, poi, viene rilanciata con forza assieme a Emmanuel Macron. È una strategia priva di visione che s’inceppa quando la Russia invade l’Ucraina moltiplicando anche la difficoltà di rapporti con Pechino. E arriviamo così al 2024. Nel frattempo va in crisi anche il sistema dei partiti: in crisi la Spd insidiata da sinistra, in difficoltà sia pur in gran recupero (la vera speranza di questo momento) la Cdu-Csu che deve fare i conti con la crescita dell’AfD, in crisi i Verdi divisi in Europa tra atlantisti e filocinesi, in crisi i Liberali. In parte si sconta una Costituzione studiata come quella italiana sui risultati della Seconda guerra mondiale e che deve invece affrontare il post Guerra fredda, in parte la scelta del duo Schroeder-Merkel di puntare su un’Europa tedesca invece che su una Germania europea.

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Sulla Nuova bussola quotidiana Eugenio Capozzi scrive: «Il programma del conservatorismo anti-ideologico trumpiano si è ulteriormente concentrato sull’ambizione di rappresentare i forgotten people, gli strati sociali pesantemente danneggiati dalle dinamiche della globalizzazione, dalla delocalizzazione della produzione, dai conflitti internazionali, dalla tenaglia tra recessione e inflazione, cioè la classe operaia e la varia classe media; sostenendo però nel contempo i settori di punta hi tech dell’imprenditoria nazionale, l’alleanza con i quali è stata simbolicamente rappresentata dall’appoggio fornito a Trump dal vulcanico e poliedrico Elon Musk, che ha infranto fragorosamente il monopolio di sinistra di Silicon Valley e dei media digitali. Dazi verso la Cina e altri produttori asiatici, detassazione del lavoro e degli investimenti, lotta decisa all’immigrazione illegale e alla sua concorrenza al ribasso sui salari, sono punti programmatici chiari e comprensibili che possono essere visti da eterogenee sezioni di elettorato come funzionali  a un disegno di crescita e di sicurezza sociale. Come lo è pure una linea realistica di politica estera imperniata sul tentativo di risolvere i conflitti in corso, e di ripristinare una sicurezza globale fondata su dialogo a 360 gradi e deterrenza».

Pubblico in questa preghiera di oggi due analisi del voto americano che pur da posizioni molto lontane politico-culturalmente hanno un nucleo interpretativo comune. Capozzi legge il voto del 6 novembre come l’espressione del formarsi di un popolo conservatore che vuole essere protagonista della vita economico-sociale.

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Sugli Stati generali Jacopo Tondelli scrive: «Una volta di più, con la chiarezza più limpida e spaventosa, il voto americano chiede al mondo dei saperi e dei poteri progressisti di guardarsi attorno e dentro, e di capire come mai, da anni e anni, non riesce più a parlare al mondo dei più deboli, dei più fragili, cioè di quelli che la sinistra mondiale ha sempre aspirato, in tutte le sue declinazioni, a rappresentare. È doveroso non per “tornare a vincere”, ma per collaborare a un mondo migliore, e per prepararsi a scenari che prima o dopo si presenteranno anche dal nostro lato dell’Atlantico. Si dice, invero, che anche questa volta i primi siamo stati noi, e che Berlusconi è un Trump di trent’anni prima. Le assonanze ci sono, ma sono più le differenze, che sono forse anche più rilevanti. A distanziare i due soggetti, è senz’altro lo sdoganamento della violenza e della cattiveria, la legittimazione della piena violenza in una società crudele, per fondazione ed evoluzione. È questa l’America di Trump, e forse l’Occidente che abbiamo davanti, così diverso dal sogno retorico ma tutto sommato verace di Berlusconi, che non si capacitava del perché un pezzo importante d’Italia lo odiasse. Per Trump e il trumpismo, è vero esattamente il contrario: l’odio è il suo combustibile, e insieme il prodotto maturo di una società rancorosa e pessimista, che ignora il cambiamento sociale e quello climatico, costi quel che costi. Perché il futuro non esiste, e pietà l’è morta per davvero: se siamo noi i suoi assassini, lo rivendichiamo col ghigno sulle labbra. Ed è questa, probabilmente, l’abisso più profondo e spaventoso che il mondo tutto ha oggi di fronte, e vede con chiarezza nello specchio del voto americano».

Tondelli spiega come la sinistra non abbia ben compreso il popolo di cui scrive Capozzi.

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Su Huffington post fr Romain Herreros scrive: «Quand l’état-major du RN cherche à se normaliser, et a se débarrasser des oripeaux du populisme, Donald Trump a mené une campagne extrême, loin des médias traditionnels et ne reculant devant aucun excès… jusqu’à mimer des gestes obscènes en meeting. “Marine Le Pen s’efforce elle-même depuis quelques années de ne pas faire de la politique comme ça, précisément en soignant son langage, en faisant la chasse aux brebis galeuses, en normalisant ses propos vis-à-vis d’un certain nombre de minorités”, souligne auprès de l’AFP le politologue spécialiste de l’extrême droite, Jean-Yves Camus, qui ajoute: “il peut y avoir une jubilation intérieure “les wokistes ont été défaits, la candidate racisée a été défaite” mais le RN n’a rien à gagner à le montrer parce que l’image de Donald Trump en France est très mauvaise».

Herreros fa alcune osservazioni interessanti sullo scarso entusiasmo dimostrato da Marine Le Pen per la vittoria di Donald Trump. Non c’è solo il problema dei dazi che potrebbero colpire anche prodotti francesi, c’è proprio la questione della strategia della legittimazione della Le Pen in vista delle presidenziali per sostituire Emmanuel Macron. Mentre “the Donald” in una società meno culturalmente politicizzata come è quella americana, può permettersi di dire più o meno qualsiasi cosa, più interessato a rompere la barriera comunicativa con cui si è tentato di frenarlo che a sfumare le sue proposte (il che in parte è comprensibile considerata la faziosità dell’establishment d’Oltreoceano, in parte è invece da criticare perché la politica è anche educare a pensare, e non aver solo attenzione per il volume degli slogan), Marine invece – in un terra storicamente imbevuta di politica – ha la necessità di assumere sempre più in profilo di governo se vuole avere qualche speranza di vincere. Qualcuno tra gli opinionisti abituati alle loro solite analisi un tanto al chilo sul cosiddetto “populismo”, magari, potrebbe passare qualche minuto a riflettere su quel che avviene in questo senso nella douce France.

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