Le App e la libertà

Quali dati invierà al controllore? Cosa ne faranno di questi dati? Entro la fine dell’anno verranno cancellati?

«Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai».

Freschi di 25 aprile, 1° maggio e della quarantena per il Covid-19 questa frase di Piero Calamandrei, pur se riferita ad un altro contesto, è più che mai attuale, anche se il valore della libertà lo desumiamo in negativo, cioè se manca o viene messa in discussione.

In questi giorni il tema della libertà si è posto sotto molteplici aspetti.

Come controllo. La vicenda della App di tracciamento, che ancora non si capisce se sarà obbligatoria, è forse l’ultimo esempio. Quali dati invierà al controllore? Cosa ne faranno di questi dati? Entro la fine dell’anno verranno cancellati? Il ministro della Salute invita a non giudicarla una “mossa salvifica”, diverse forze politiche invocano la necessità di un confronto in Parlamento, mentre il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica vuole vederci chiaro trattandosi di «materia afferente alla sicurezza nazionale». La privacy, di cui noi europei abbiamo un rispetto molto più alto che nelle altre parti del mondo, con regole specifiche, viene minacciata o no? In questi anni tuttavia noi i nostri dati li abbiamo regalati e sono spesso sparsi in molteplici piattaforme o App, come Facebook, Linkedin, Twitter, WhatsApp, e le altre migliaia che variamente riempiono i giga dei nostri smartphone e device.

La privacy rappresenta ormai una parte importante della nostra libertà, ma se noi regaliamo i dati ad applicazioni private perché dovremmo contestarne una specifica che prova a tutelare la salute dal Covid-19? Senza scendere in particolari tecnici, gli esperti ci mettono in guardia principalmente su alcune questioni: innanzitutto perché se l’App fosse obbligatoria i dati sarebbero presi obbligatoriamente; ma il garante della privacy si è già affrettato a dire che non ci sarà nessuna imposizione per cui nessuno scivolamento sui modelli cinese e coreano, scambiando la rinuncia a ogni libertà per l’efficienza e la delega all’algoritmo; inoltre i dati sulla salute sono molto più preziosi dei dati che in genere mettiamo liberamente e inconsciamente sulle altre piattaforme; la durata e la finalizzazione della tenuta dei dati da parte delle istituzioni; oltre ai dati personali, inoltre, il tracciamento verifica anche le mie abitudini. È difficile esprimere un giudizio compiuto sulla bontà o meno di quella che sarà la scelta finale, certo è che la libertà personale verrà in qualche modo messa sotto osservazione se non espressamente limitata.

Oltre al controllo, la non libertà l’abbiamo letta sotto altri aspetti.

Come riscoperta. È stata forse la prima volta nella storia moderna che era vietato uscire, se non per validi motivi. La forte sollecitazione #iorestoacasa ha imperversato per oltre un mese. Tanti comportamenti ordinari, scontati, ci sono stati vietati, dal bar per il caffè al calcetto con gli amici e gli affetti fuori dal proprio comune di residenza. Abbiamo riscoperto che tante nostre abitudini, ormai scontate, possono essere stravolte da un momento all’altro.

Come ansia. Tutti i programmi che avevamo fatto sono saltati e non è stato possibile portarli a termine. Dai viaggi, agli incontri di lavoro, alle vacanze, abbiamo dovuto cancellare tutto senza ancora poter riprogrammare nulla. Siamo stati pervasi quasi da un’ansia da prestazione, per cui ci siamo sentiti incapaci di raggiungere alcuni degli scopi che ci eravamo prefissati, perché ci è venuta meno la libertà di movimento e di contatto con altre persone. 

Come limitazione. La nostra libertà era limitata ad andare al supermercato, a muoversi solo per cose urgenti. Eravamo “liberi” o “diversamente prigionieri” solo tra le mura di casa. Il moltiplicarsi dei decreti che, per vizio italico, tendono a regolare tutto, cosa che essendo impossibile alla fine crea un moltiplicarsi di eccezioni, ha prodotto anche incertezze sulle limitazioni. Lo stesso lavoro agile è stata un’immagine falsa della realtà, perché il lavoro non era libero. Tecnicamente lo smart working è altro dal lavoro a domicilio, ma nel nostro caso era limitato alle mura di casa.

Ognuno ha vissuto e sofferto la mancanza di libertà, certamente a modo suo, sentendosi più o meno costretto alle scelte, fatte da altri, in queste settimane.

Dovremmo però chiederci come l’abbiamo usata finora la libertà che ci è stata donata dai sacrifici di molte persone. Che valore le abbiamo conferito.

Che qualità abbiamo dato alla nostra vita libera? Soffriamo lo stare a casa semplicemente perché non possiamo fare shopping o perché non abbiamo potuto fare esperienze valoriali importanti?

Se l’ultimo refrain è che “nulla sarà come prima” allora dovremmo vivere meglio la nostra libertà, valorizzarla in positivo senza aspettare che manchi.

Angelo Colombini 
Segretario Confederale Cisl 

Foto Ansa