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L’azzardata strategia di Muhammad Bin Salman

novembre 23, 2017 Rodolfo Casadei

Il principe dell’Arabia Saudita vuole sostituire il nazionalismo al wahabitismo e liberalizzare la vita sociale. Vuole modernizzare il paese con le buone e con le cattive

I paragoni storici al suo riguardo appaiono sovradimensionati in positivo come in negativo, e spaziano dall’Oriente all’Occidente, da un secolo a un altro: per alcuni potrebbe essere per l’Arabia Saudita, il Medio Oriente e l’islam quello che Pietro il Grande fu per la Russia, Kemal Atatürk per la Turchia e la separazione fra religione e Stato nel mondo musulmano, addirittura Napoleone per la Francia e per l’Europa tutta; i detrattori vedono invece in lui un nuovo Carlo XII di Svezia, inconcludente guerrafondaio, o addirittura un nuovo Saddam Hussein che come il defunto rais provocherà la rovina del suo paese e di tutto il mondo arabo, ovvero la reincarnazione sunnita di Reza Pahlavi, scià di Persia potentissimo che voleva modernizzare la religione sciita ma alla fine fu costretto all’esilio da una rivoluzione guidata dagli ayatollah oscurantisti. Quando si parla di Mohammad Bin Salman, 32 enne figlio di re Salman ed erede al trono dell’Arabia Saudita, i raffronti diventano subito enfatici per almeno tre buone ragioni: 1) la monarchia saudita è il terzo paese al mondo per spesa militare dopo Stati Uniti e Cina; 2) è il secondo per riserve petrolifere dopo il Venezuela; 3) è il paese che ospita i due principali luoghi santi della seconda più importante religione monoteista del mondo. Quando il suo nuovo leader di fatto si lancia con frenesia e impazienza su tutti i dossier scottanti dello stato e annuncia o inizia cambiamenti apparentemente epocali, è inevitabile che si scatenino commenti e paragoni di ogni tipo. E di iniziative senza precedenti Muhammad Bin Salman ne ha prese una sfilza, in tempi recentissimi come due anni e mezzo fa quando nel marzo 2015, da poco nominato ministro della Difesa, decise di impelagare l’Arabia Saudita e i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo nella guerra civile yemenita. Mbs, come lo chiamano i giornali, ha promosso se stesso agli onori della cronaca presentando il programma Vision 2030 che pianifica la fine della dipendenza dell’economia dell’Arabia Saudita dalle sue esportazioni petrolifere e la sua trasformazione in un paese dotato di industrie (comprese quelle degli armamenti) e di servizi all’avanguardia e la creazione del più grande Fondo d’investimento sovrano del mondo attraverso la parziale privatizzazione della compagnia di stato petrolifera Aramco; ha ridotto i poteri della polizia religiosa e creato un’autorità per l’intrattenimento come inizio di un percorso che dovrebbe portare alla legalizzazione di musica, cinema, concerti e spettacoli di intrattenimento, oggi quasi inesistenti; si è schierato coi falchi nella crisi che ha portato alla messa al bando del Qatar dal Consiglio di cooperazione del Golfo, alla rottura delle relazioni diplomatiche e all’embargo commerciale nei suoi confronti; ha promosso l’abolizione del divieto per le donne di guidare le automobili e di assistere a eventi sportivi; ha annunciato che l’Arabia Saudita “tornerà all’islam moderato” e si libererà dei suoi estremisti; ha ordinato l’arresto per “corruzione sistematica” di 200 fra ministri, principi del regno e milionari, fra i quali 11 suoi cugini e Al-Walid bin Talal, il 50° uomo più ricco del mondo; ha convocato a Riyadh e costretto alle dimissioni il primo ministro libanese Rafic Hariri; ha alimentato la tensione e la sfida con l’Iran per la supremazia regionale mettendo nel mirino il partito Hezbollah, cioè gli alleati libanesi di Tehran, contro la cui ala militare spera di poter scatenare una guerra regionale.

Il quadro è chiaro: Muhammad Bin Salman vuole modernizzare l’Arabia Saudita e rintuzzare l’influenza dell’Iran in Medio Oriente, con le buone e con le cattive. I risultati per ora sono scarsi, gli effetti collaterali disastrosi. Le sue mosse sul piano interno gli hanno guadagnato molte simpatie a livello popolare e molti nemici nelle élites, sul versante internazionale hanno aumentato la tensione nell’area senza minimamente indebolire l’Iran. L’intervento saudita nello Yemen ha trasformato un conflitto periferico in un disastro umanitario e in una minaccia di non poco conto per Riyadh, ora bersagliata da missili sempre più insidiosi sparati dai ribelli houthi istruiti da consiglieri iraniani e forse da Hezbollah libanesi che due anni fa, quando i sauditi decisero di scendere in campo, erano virtualmente assenti dalla scena. L’umiliazione del premier libanese Hariri, costretto a leggere in tivù dall’Arabia Saudita le sue dimissioni e ad attaccare Iran ed Hezbollah con un linguaggio da lui mai usato, trattenuto come un prigioniero per due settimane, ha disorientato i sunniti libanesi che dovrebbero esser gli alleati dei sauditi in Libano, ha riavvicinato gli attori politici libanesi e le loro comunità di riferimento anziché spingerli allo scontro come vorrebbe Riyadh, ha gettato l’allarme anche fra i paesi che condividono l’obiettivo saudita di ridimensionare l’Iran, come Usa e Israele, ma non vogliono essere trascinati in avventure al di fuori del loro controllo.

Dietro mosse che sembrano rivelare imperizia e imprudenza si intravede una trama strategica politicamente razionale, ma ad altissimo rischio. Mohammad Bin Salman, come pure suo padre re Salman, ha ben chiaro che l’organizzazione tribale, feudale e clientelare dello stato saudita rappresenta un elemento di fragilità del sistema all’interno e crea un forte svantaggio nella competizione con l’Iran, nonostante la superiorità di mezzi finanziari e militari della monarchia. Con i prezzi del petrolio in picchiata, il wahabismo come collante ideologico del paese e fonte di legittimità dei governanti e il 70 per cento della popolazione sotto i 30 anni, l’Arabia Saudita sembra destinata a una rivoluzione simile a quella che investì l’Iran alla fine degli anni Settanta, che toglierebbe di mezzo la famiglia Saud e la sostituirebbe con una repubblica islamica integralista simile al disintegrato califfato dell’Isis. Il progetto dei Salman padre e figlio prevede una modernizzazione sociale ed economica che passa attraverso la marginalizzazione dell’aristocrazia e degli ulema ultraconservatori, cioè delle due classi che detengono il potere politico, economico e culturale nel paese. Per fare questo occorre espropriare l’aristocrazia delle sue rendite, per redistribuire risorse finanziarie alla popolazione e mezzi di produzione e credito a una nuova classe di giovani imprenditori e sostituire l’ideologia religiosa wahabita come fonte di legittimazione del potere politico con una ideologia che non dipenda più dal clero, e questa è il nazionalismo saudita. L’aggressività delle parole e dei fatti nei confronti del Qatar, dell’Iran e di Hezbollah si spiega non tanto con l’esigenza, pubblicamente dichiarata, di controbattere l’espansione dell’influenza iraniana nel Medio Oriente, ma con una strategia che mira a coltivare uno spirito nazionalista saudita. Come ha scritto l’ex ministro tedesco Joschka Fischer, «I modernizzatori dell’entourage di MBS sanno che il successo della rivoluzione implica l’annientamento del potere del wahabismo e la sua sostituzione con un nazionalismo saudita. Per fare questo, hanno bisogno di un nemico. L’Iran sciita, col quale la monarchia saudita è in gara per l’egemonia regionale, rappresenta lo spaventapasseri ideale».

La strategia di MBS appare azzardata per molti motivi. Anzitutto la perdurante inefficienza militare dell’Arabia Saudita spinge il principe a preferire le guerre per procura a quelle che implicano un coinvolgimento diretto: nello Yemen i sauditi hanno inutilmente cercato di coinvolgere Egitto e Pakistan, in Siria hanno armato e finanziato gruppi jihadisti contro il governo filo-sciita del presidente Assad e per quanto riguarda gli Hezbollah del Libano auspicano che a togliere le castagne dal fuoco sia Israele. Far fare le proprie guerre ad altri non è esattamente il modo migliore per alimentare lo spirito nazionalista in patria, mentre l’allargarsi dell’area regionale destabilizzata non indebolisce ma piuttosto rafforza l’influenza dell’Iran e quella di altri attori (Russia, Turchia) a svantaggio dell’Occidente alleato di Riyadh. Causare nuovi disastri umanitari e nuove ondate di profughi verso l’Europa porterebbe l’Arabia Saudita sul banco degli imputati di fronte all’opinione pubblica internazionale, soprattutto occidentale. Infine gli ulema wahabiti e l’aristocrazia potrebbero approfittare dello scontento per l’interventismo militare all’estero per soffiare sul fuoco di una rivolta interna, sul modello di quella contro lo scià in Iran del 1979. Che è l’incubo della famiglia Saud da 40 anni a questa parte.

Foto Ansa

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