Una didascalia per Laura Antonelli. Il prima, il dopo e l’oggi della “divina creatura”

Osannata, massacrata, dimenticata e, infine, quasi per senso di colpa, compatita. Per raccontare la vita di una diva decaduta bisogna cogliere il paradosso di una foto

 

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Quando quattro anni fa compì gli anni, uno dei più noti settimanali italiani pubblicò sul proprio sito internet gli auguri con questo titolo: “Laura Antonelli, 70 anni di bellezza”. Sotto, appariva un’immagine composta da due fotografie affiancate: a sinistra, la “divina creatura” nei suoi anni d’oro, splendida, in posa, sorridente, capelli sciolti, il viso adornato di un paio di preziosi orecchini, sguardo verso l’obiettivo. Una fotografia a colori, di almeno trent’anni fa. A destra, il volto tumefatto, gonfio, pestato, di una donna con gli occhi persi nel vuoto, i capelli raccolti, nessun gioiello a impreziosirlo. Una fotografia recente, eppure in bianco e nero, come a voler segnalare, anche cromaticamente, che il periodo “a colori” era il passato, la giovinezza, mentre il presente si era ridotto al contrasto forte di due tinte opposte. A corredo dell’immagine il lettore poteva leggere due didascalie, una esplicita, l’altra suggerita: quella evidente, messa in pagina con intento apparentemente e asetticamente descrittivo, recitava: “Laura Antonelli ieri e oggi”. Ma quella implicita, quella che condensava il messaggio che l’accostamento suggeriva, era ben più loquace: “Guardate come si è ridotta!”.

copertina-tempi-laura-antonelliCogliere il paradosso
Può tutta una vita essere riassunta nella didascalia di una foto? Noi pensiamo di sì. Forse che le lapidi dei nostri cimiteri non sono grandi libri di marmo su cui abbiamo impresso solo un nome, una sequenze di numeri con l’alfa e l’omega e un ritratto? Ora che Antonelli ha lasciato il mondo dei vivi, quell’immagine e quella didascalia sono tornate a comparire su siti e giornali, come a condensare epigrammaticamente la sua esistenza e la sua metamorfosi. Ma può esserci un modo diverso per interpretarle e che rifugga lo sdegno e il ribrezzo, persino un languido sentimento di compartecipazione, tanto umano quanto effimero? In verità, quelle foto accostate sono la migliore sintesi della vita di Laura Antonelli. Si tratta solo di non fermarsi alle apparenze e di cogliere il paradosso, la cui funzione non è quella di esaltare la contraddizione, ma di rivelare una verità attraverso una contrapposizione.

Laura Antonelli è morta il 22 giugno 2015, probabilmente di infarto. La badante l’ha trovata riversa a terra nella sua casa nella periferia di Ladispoli. Su un comodino è stato trovato un biglietto che l’attrice aveva scritto nel caso le fosse accaduto qualcosa: «Avvertite il parroco, mio fratello Claudio, Lino Banfi e Claudia Koll». Qui, da anni, viveva sola in un bilocale angusto, fuggendo gli uomini per ritrovare se stessa. Appese alle pareti non c’erano più sue foto e per la casa, dicono, erano sparse in ogni dove statue e statuine della Madonna. Non aveva la televisione né il telefonino.

I vicini hanno raccontato che la si incrociava di rado e che, dall’esterno, s’udiva provenire dalle finestre solo il perpetuo ciacolare della radio, sempre e solo sintonizzata su Radio Maria. Lei si svegliava ogni mattina alle 7, andava in chiesa, anche se negli ultimi anni con sempre minor frequenza, e rincasava. Ogni giorno un’addetta pagata dal Comune le portava la spesa e s’occupava della piccola dimora. Di tanto in tanto, passava un volontario della Caritas per portarle qualche bene di conforto. Non comprava i giornali, leggeva il Vangelo, pregava. In un’intervista aveva detto: «Vivo nel silenzio. Sono molto chiusa, non faccio confidenze, non ho amici. Sono angosciata da tutto: dallo squillo del telefono al mistero dell’universo».

Grassa, gonfia, folle
Di lei, non parlava più nessuno. A meno che non si dovesse, in qualche maniera, ricordare le sue sfortune. I giornalisti che in questi anni erano andati a cercarla per documentarne l’appassimento, la descrivevano orribilmente mutata: grassa, gonfia, folle. «Sente le voci», scrivevano. «Si è rifugiata nella religione», «è diventata una bacchettona», gira «con un crocifisso appeso al collo».

In fondo, la sua non era stata una parabola molto diversa da quella di tante altre dive che l’avevano preceduta. Gli anni della fama, la rovinosa caduta. Un cliché che va sempre di moda. E anche ora che è morta, la lente distorta dei media ricade nel ripetitivo luogo comune della sua riabilitazione. Prima la osannano, poi la massacrano, poi la dimenticano, infine – quasi per senso di colpa – la compatiscono. Tutto molto prevedibile, tutto molto già visto. Ma è un modo di guardare sempre filtrato da lenti distorte, e nel momento dell’esaltazione e nel momento della gogna. Laura Antonelli, da questo punto di vista, è un caso esemplare.

Venere nel tinello di casa
Nata il 28 novembre del 1941 a Pola, peregrinò per l’Italia con la famiglia come tanti sfollati istriani. Le prime apparizioni nei fotoromanzi, poi qualche carosello, le prime parti in qualche film. Ma come una Elena di Troia, la sua straordinaria bellezza malinconica non poteva sfuggire a un destino di fama e sciagura. Quando nel 1973 il regista Salvatore Samperi agghindò il suo fascino divino coi vestiti della servetta, le rivestì il corpo di stracci per poi svelarlo poco a poco, il risultato fu «un miracolo». A rileggere le cronache sembra di assistere all’epifania di Venere nel tinello di casa. Ecco la dea nella stanza accanto a stendere i panni, in cucina a badare al fuoco, sulla scala a pulire i vetri. Malizia sbancò i botteghini: 6 miliardi di incassi, e il cachet della divina lievitò in un baleno da 4 a 100 milioni di lire. Luchino Visconti la definì «la donna più bella dell’universo», i maggiori registi italiani e stranieri presero a contendersela, lei arrivò a dire “no” persino a Hollywood.

Eppure lei, che pure era una brava attrice, «se non si spogliava, non esisteva», come ha notato giustamente il critico cinematografico Marco Giusti. «Lei stessa era consapevole del meccanismo. Del resto, era diventata una megastar, recitava per Patroni Griffi, Bolognini, Visconti, al massimo della carriera la vollero anche Risi, Comencini, Corbucci: riuscì a mischiare commedia e cinema altissimo. Eppure, anche questi maestri, questi film coltissimi la volevano sempre nuda, perché la venerazione per il suo corpo non veniva mai meno». Patroni Griffi arrivò persino a proporla senza nulla addosso per sette minuti consecutivi ne La divina creatura. Lei, negli ultimi anni, quelli del nascondimento, rinnegò tutte quelle pellicole con una frase assai significativa: «Quella non ero io». È il paradosso del nudo che non rivela, se non solo una parte di se stessi, quella epidermica. Antonelli si spogliava in ogni pellicola, eppure quello svelamento era velo, armatura, abito invisibile a proteggere «quella che ero io».

Erano gli anni della vita mondana, e delle copertine. I viaggi da Parigi a Roma a Londra, i flirt veri e presunti, la relazione con Jean-Paul Belmondo che la adorava con baci, rose rosse e qualche schiaffone. I soldi, tanti. La cocaina, tanta. L’alcol nei bicchieri sempre pieni, tanto.

La cocaina sul tagliere
Poi è successo quel che succede sempre se sei solo una diva e non una dea immortale: il tempo passò. Così l’età, «questo spietato corrosivo tarlo della bellezza» (Enrico V, Shakespeare), ha fatto pagare pegno. Amici sbagliati, approfittatori, manigoldi hanno fatto il resto. Quella malinconia che era il suo fascino divenne il suo demone. Arrivarono i tempi delle interviste sempre più cupe e angosciate: «Ho un male nell’anima. Ho sempre voglia di chiudere gli occhi e di raggomitolarmi in un angolo».

Il 1991 fu il suo annus horribilis. Il regista Samperi la riportò sullo schermo con Malizia 2000. Ma fu un sonoro disastro. Aveva bizze da diva frustrata: si presentava tardi alle riprese, faceva la matta, beveva. Il produttore raccontò che si trovò a pagare un conto d’albergo per una settimana di 2 milioni e 200 mila lire. Un milione e duecentomila solo di superalcolici. E poi c’era la cocaina. Laura Antonelli fu arrestata perché trovata in possesso di 36 grammi di polvere bianca, pari a 162 dosi, 9 milioni di lire di roba. Fuori di sé, non riconoscendolo, ne offrì un tiro anche al carabiniere in incognito che era entrato in casa e aveva trovato la cocaina lì, sparsa sul tagliere del salame.

Iniziò l’inferno. Qualche giorno di carcere, la condanna a tre anni e sei mesi di detenzione. Malizia 2000 è stato il suo ultimo film. Di lì in poi, le uniche cineprese che l’hanno immortalata e le uniche macchine che l’hanno fotografata sono state quelle dei cronisti di giudiziaria. Un calvario di quattordici processi ci consegnarono un’altra immagine di Laura Antonelli. Gli amici, tranne Lino Banfi, si dileguarono. Gli spasimanti scomparvero. La sua diventò man mano una storia di assistenti sociali, forze dell’ordine, avvocati.

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Il volto deturpato
Per Malizia 2000 si era sottoposta a un intervento chirurgico dall’esito scellerato: il volto deturpato, lei che aveva fatto causa al chirurgo, al produttore e al regista per «gravissime alterazioni fisiche». Diceva che l’avevano costretta a iniettarsi del collagene, ma nella sentenza fu spiegato che il volto era stato rovinato da un’allergia (edema di Quinke), scoppiata a causa dell’abuso di alcolici.

La storiaccia della droga finì, se così si può dire, bene. Antonelli fu scagionata dall’accusa di essere spacciatrice, ma solo consumatrice. Dopo undici anni, lo Stato le riconobbe 108 mila euro di risarcimento. Soldi che durarono poco. Ci pagò i debiti, li regalò, finirono in qualche truffa, chissà. Di fatto, delle ventidue case che aveva – compresa la faraonica villa “Ritrovarsi” – gliene rimase solo una: il bilocale di Ladispoli.

Il resto lo fa Photoshop
I tempi cambiano, i gusti cambiano, le donne cambiano. Altre Laura Antonelli compaiono ora sui nostri giornali e sui nostri schermi. Passano e scompaiono, velocemente.

«Oggi, dicono gli esperti – ha scritto Natalia Aspesi su Repubblica –, il massimo del desiderio maschile è rappresentato dai transessuali che sanno essere molto più femminili della più femminile delle donne, come la bellissima americana Caitlyn, una nuova Rita Hayworth, che era il campione olimpionico Bruce Jenner». Ma è sempre il solito inganno. Anche Bruce, un Achille decatleta che per ritrovare “il vero sé” si è sottoposto a un periodo di transizione per diventare donna, mette una maschera davanti alle telecamere e alle macchine fotografiche.

Sulla copertina di Vanity fair appare col corsetto, in posa, capelli sciolti, ammiccante. Il resto lo fa Photoshop. Bruce-Caitlyn prima di apparire in pubblico si fa consigliare da un fashion stylist, studia con attenzione quali immagini far trapelare sui media, veste capi ricercati. Poi saltano fuori le solite foto sui siti dove s’accostano nella stessa immagine, come per Laura Antonelli, due fotografie. La didascalia è la stessa: “Bruce, ieri e oggi”. Ma questa volta il sottotesto implicito è “vedete come è diventata bella?”. E questa volta non ci sono paradossi rivelatori, ma solo una gigantesca contraddizione che nessuno si sogna di voler vedere. È sempre Bruce, un uomo di 65 anni, agghindato in due modi differenti.

«Non è lo smalto delle unghie a fare di una donna una donna», ha commentato sul New York Times la femminista Elinor Burkett. Il problema di Bruce-Caitlyn non è tanto il cambio di sesso. È che è finto anche come transessuale.

Sotto la fotografia, oggi
Chi era dunque Laura Antonelli? Quando smise di recitare aveva solo 50 anni. Dei seguenti 24 anni della sua vita – un terzo della sua esistenza – sappiamo poco o nulla. Sappiamo che viveva in una casa fra statue della Madonna, la più grande nella camera da letto. Sappiamo che era seguita dagli assistenti sociali, con un tutore nominato dal tribunale. Sappiamo che non andava al cinema, che non usava internet. Sappiamo qualcosa perché fu lei stessa a raccontarsi, dopo vent’anni, all’unico giornale di cui si fidava. Meraviglioso paradosso, lei che era stata sui periodici più glamour del mondo, rilasciò le sue ultime dichiarazioni a una rivista delle sue parti, L’ortica: «È vero che io ho sbagliato all’epoca, ho commesso molti errori perché non ero felice. Può sembrare paradossale ma un giorno ti guardi allo specchio, vedi che sei bella, ricca e famosa ma ti accorgi che hai un vuoto dentro. Così arrivano scelte sbagliate, cadi nel precipizio e solo grazie alla fede ho superato tante avversità».

Ci voleva un’altra attrice, che ha vissuto una trasformazione simile, per vederla veramente. È stata la sua amica Claudia Koll a raccontare che «Laura continuava a mantenere una sua bellezza: quando la guardavi in quegli occhi intensi e profondi, ti dimenticavi del corpo deformato. Una volta mi disse: “Devi volermi bene per come sono”». “Devi volermi bene per come sono”. Eccolo qui, il paradosso. L’unica didascalia da mettere sotto la sua fotografia, oggi.

Foto Ansa