L’accusa: «Scajola usava un conto alla Camera per aiutare la latitanza di Matacena»

Sarebbero dovuti transitare dal conto i versamenti per “sbloccare” l’opportunità di trasferire l’ex deputato, condannato in via definitiva e latitante, da Dubai al Libano.

Avrebbero dovuto transitare attraverso il conto corrente della Camera, i versamenti perché Claudio Scajola favorisse la latitanza dell’ex deputato Pdl Amadeo Matecena, condannato in via definitiva per concorso esterno alla ‘ndrangheta. È quanto emergerebbe secondo gli inquirenti dalle intercettazioni a Scajola e alla moglie di Matacena, Chiara Rizzo, arrestata ieri all’aeroporto di Nizza al suo arrivo con un volo da Dubai, dove era stata latitante per 72 ore (e dove si trova il marito). Rizzo è tornata spontaneamente dagli Emirati arabi e sin dall’arresto ha spiegato che stava tornando a Reggio Calabria dove si sarebbe presentata alla magistratura. La donna ha aggiunto: «Sono in grado di chiarire tutto, è la sola cosa che voglio. Chiarirò tutto, anche le parole dette a Scajola e riportate dalle intercettazioni».

IL CONTO A MONTECITORIO. Il particolare sul conto corrente emergerebbe secondo gli investigatori della Dia in particolare in un’intercettazione telefonica del 5 febbraio scorso, a Scajola e Rizzo, che seguirebbe quella del dicembre 2013 in cui i due parlavano di “spostare” la latitanza di Matacena «a un posto più vicino», il Libano. Secondo la ricostruzione degli investigatori, nella conversazione di febbraio Scajola avrebbe avuto bisogno di denaro per sbloccare la situazione a Beirut e per questo Scajola si informa «se Amedeo ha un conto corrente presso la tesoreria della Camera», e la moglie risponde affermativamente «in quanto l’ultima volta ha pagato versando ad Amedeo là». Da giovedì, su mandato della procura di Reggio Calabria tutti i flussi finanziari di Matacena sono stati bloccati insieme a beni per un valore di 50 milioni di euro.