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La vittoria del risentimento e dello statalismo

marzo 5, 2018 Emanuele Boffi

Per uscire dalle sabbie mobili occorre un grande lavoro culturale e l’indicazione di esempi dove la società fa e agisce meglio dello Stato

Hanno vinto il risentimento e lo statalismo. Con numeri non ancora definitivi e con un’attribuzione dei seggi non ancora precisa, si può già vedere come il dato più rilevante di queste elezioni sia la confusa rabbia espressa contro tutto e tutti. Contro il Pd di Matteo Renzi, innanzitutto, capace di dilapidare nel giro di pochi anni un consenso notevole, ma non solo. La vittoria dei Cinque stelle dove porta? Oggi sul Corriere della Sera Massimo Franco termina la sua analisi chiedendo a Luigi Di Maio di assumersi la responsabilità di formare un governo. Ma che responsabilità vuoi chiedere a una forza che della responsabilità non sa che farsene? Ancora venerdì sera, nel comizio di chiusura della campagna elettorale, Beppe Grillo urlava in piazza che per lui la politica «non è fare qualcosa di grandioso, ma evitare che gli altri facciano cazzate».

La cosa impressionante dei grillini è che, a parte la riduzione dei costi della politica, non hanno molto altro da dire. Non hanno idee, non hanno una visione, non hanno nulla da proporre. Sanno dire dei “no”, ma nessun “sì”. Lo si è visto a Roma con Virginia Raggi, a Torino con Chiara Appendino e ha ragione da vendere Marcello Veneziani quando scrive che tutto ciò è molto pericoloso. Se sei vuoto, sarà qualcun altro a riempirti o sarai tu stesso a colmare quel vuoto inseguendo le mode e il mainstream.

Eppure li votano, eppure gli italiani sembrano preferire questa assenza di proposte a qualsiasi tentativo di uscire dal pantano.
Coglie un punto importante oggi sulla Stampa Marcello Sorgi quando, commentando le percentuali pentastellate al Sud, scrive che

«il grande “vaffa” dei populisti parla di questo pezzo di popolazione abbandonata, di giovani che non hanno frequentato le università d’eccellenza o neppure si sono laureati, per metà, uno su due, disoccupati, che rifiutano competitività e globalizzazione, in nome di una parola magica, “pubblico”, cioè statale, che dia il senso di una protezione. Pensioni, assunzioni, sussidi, redditi di sopravvivenza, tempo pieno nelle scuole, raddoppio degli insegnanti, lavoro a domicilio, manuale – altro che robot! -, e basta emigrazione».

E anche Marco Travaglio sul Fatto, auspicando un governo M5s-Pd “de-renzizzato”, indirettamente conferma l’idea che ci sia una parte importante del paese che sogna un esecutivo tutto tasse e manette, spesa pubblica e avvisi di garanzia.

Il risentimento, dicevamo. Avevamo già provato a scriverlo ai tempi dell’inchiesta delle Iene sui rimborsi farlocchi dei pentastellati: il problema è il virus che è stato iniettato nella società, l’idea che chiunque fa, agisce perché ruba, perché nasconde, perché briga nell’ombra. È il sistema degli antisistema, la cosa peggiore che possa esistere.

All’incontro sui corpi intermedi a Bologna abbiamo ascoltato Angelo Panebianco avanzare un’osservazione intelligente. Spiegava il professore che la fiducia è un circolo virtuoso, mentre la sfiducia è un circolo vizioso. Se in una comunità tutti si fidano dei propri vicini, le cose funzioneranno, non ci sarà bisogno di controlli, regole, punizioni. Determinate due o tre regole di buon senso, il clima di reciproco rispetto farà in modo che ognuno, facendo il proprio dovere, farà il bene proprio e di tutti. Al contrario, se a dominare è il sospetto, una comunità parcellizzata in monadi isolate tenderà a moltiplicare le norme, le leggi, le punizioni. Con l’inevitabile conseguenza che questo eccesso di controlli genererà nuova sfiducia, nuovi maneggi, ulteriore risentimento.

È questa la situazione in cui ci siamo cacciati e non possiamo pretendere in questo panorama desolante (anche nel centrodestra) che sia la politica, come il Barone di Münchhausen, a sollevarsi dall’acqua profonda tirandosi per i capelli. Serve un titanico e impegnativo lavoro culturale: dobbiamo tornare a scommettere sulle ragioni che ci tengono insieme. E perché non rimanga solo una bella idea con cui riempire le fosse del deserto, occorre indicare esempi concreti dove questa fiducia è positiva, dove questa società costruisce, dove i corpi intermedi, liberati dall’oppressione statale, fanno più e meglio del Leviatano oppressore. Solo con un programma realmente sussidiario e federalista si ottengono risultati (in Lombardia – e non è un caso – il M5s non sfonda). Il risentimento bilioso è solo una pistola puntata alla tempia.

Foto Ansa

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