Tentar (un giudizio) non nuoce
La vita è un dono ma non ce ne accorgiamo
Capitano momenti nella vita di ciascuno di noi in cui si fa improvvisamente chiaro ciò che dovrebbe essere sempre evidente e stranamente noi tendiamo a non vedere. O forse, presi da una sorta di idea prometeica, più o meno inconsciamente viviamo come e pensiamo che la vita sia lunga un tempo infinito e che non dovremmo morire mai.
Quando, come è capitato a me in questi giorni, ti infilano in una TAC per scannerizzare il tuo corpo alla ricerca di quello che non va, facendoti pensare alle possibilità più infauste, o ti addormentano per farti gastroscopia e colonscopia insieme così da guardare bene dentro di te, dove tu neppure puoi immaginare di guardare, capisci bene una cosa: tu non sai quale sarà l’esito dell’esame che ti stanno facendo, ma sai bene che il tuo futuro dipenderà da quell’esito.
Alla fine, con toni più professionali e distaccati o più umani e gentili, ti diranno se il tuo destino prossimo venturo è salute o malattia, cioè se l’idea del dolore e della morte improvvisamente da remota e lontana si fa concreta e vicina.
Allora capisci con una evidenza che di solito non è chiara, anzi rimane stranamente sottaciuta, come qualcosa di cui sia inopportuno parlare, che la vita è un dono, che non è nostra e che, proprio perché non ne disponiamo come vorremmo, la nostra esistenza terrena è attraversata in ogni istante da una precarietà strutturale e ineludibile, benché noi tendenzialmente facciamo finta di non vederla, che porta a un termine. Questo termine si chiama morte ed è la conclusione cui ciascuno di noi è destinato su questa terra.
Fortuna o grazia
Voglio tranquillizzare subito i miei quindici lettori: gli esami hanno avuto esito negativo; dunque, questa volta non si è verificata nessuna delle ipotesi più sventurate e infauste. Non ho nulla di particolarmente grave per i medici che mi hanno assistito così premurosamente e che ringrazio. Se non che in me si è aggravata la domanda di partenza: se la vita è attraversata sempre da questa precarietà, che la mette così in bilico, e che rende evidente che la vita non è nostra, che non ne siamo noi i padroni, a chi dovremo rendere conto? Perché, se i padroni non siamo noi, ce ne deve essere un altro che prima o poi ci chiederà conto di come abbiamo usato questo dono straordinario.
Qui non si tratta innanzitutto di essere credenti o non credenti, ma di fare i conti con una evidenza che troppo spesso, presi dalle nostre mille incombenze e attività, ci sfugge: se mi avessero detto che l’esito era infausto, come avrei reagito? E la domanda vale anche per te che leggi: in condizioni simili come reagiresti? Quello che ho ricevuto è stato solo il verdetto di una macchina, che, per una tecnologia evoluta grazie all’ingegno di altri uomini, conosce quello che accade dentro di me meglio di come lo conosco io stesso? O è stato un dono che si rinnova per altro tempo ancora? È stata solo fortuna o è stata una Grazia?
Se non dipende da me l’esito sperato, da chi e da cosa dipende? Si può mettere via la questione ignorando la domanda che pone?
Ogni giorno
Molti forse lo fanno, ma persino chi pensa solo a un colpo di fortuna qualcuno da ringraziare dovrebbe averlo.
Io ringrazio Dio, vero padre (più che padrone) della vita e gli sono grato perché mi lascia ancora per un po’ in buona salute ai miei affetti e ai miei impegni. Ma gli sono ancor più grato per avermi ricordato che la vita è un dono, da apprezzare ogni giorno possibilmente senza troppe lamentele, e di cui essere grati, rendendo ogni istante utile e pieno di senso, per gli altri oltre che per sé stessi. Che mi pare il primo modo per rendere il conto.
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