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La trappola di Tucidide

aprile 23, 2017 Massimo Ciullo

Cosa succede quando una potenza emergente lancia la sfida a una potenza egemone? La storia insegna. Scenari (in attesa della Corea del Nord)

corea del nord cina

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Se nel prossimo decennio la Cina manterrà gli attuali tassi di crescita (e al momento non si intravedono indicatori in senso contrario) è facile presupporre che diverrà la prima potenza economica internazionale. Ciò porrà in seria discussione l’egemonia statunitense non solo nell’area del Pacifico, ma a livello globale. Alcuni studiosi di relazioni internazionali, proprio negli Stati Uniti, hanno posto queste considerazioni preliminari per sostenere che l’eventualità di un conflitto armato tra le due superpotenze del XXI non è poi tanto remota.

L’avvicendamento nell’egemonia non accade quasi mai in maniera indolore: Robert Gilpin ritiene che l’esplosione di una “guerra egemonica” sia prodromica per la definizione di un nuovo equilibrio di potere. Quando una potenza emergente ritiene che il mantenimento dello status quo sia svantaggioso e un conflitto potrebbe farle guadagnare una posizione dominante, rompe gli indugi e passa all’attacco.

L’ineluttabilità di uno scontro è stata preconizzata anche da Graham Allison, direttore del Belfer Center for Science and International Affairs, autore di Destined for War, can America and China escape the Thucydides’s trap? Citando lo storico delle guerre peloponnesiache, considerato il padre del realismo classico, Allison sostiene che la sfida di una potenza emergente a una potenza egemone, pone una grave minaccia alla stabilità e alla pace. Iniziare a riconoscere i fattori di rischio diventa imprescindibile per evitare che il confronto tra i due contendenti finisca per farli cadere nella trappola di Tucidide. Allison passa in rassegna sedici casi in cui la sfida egemonica ha determinato un mutamento nell’equilibrio di potenza: in dodici di questi, la rivalità è terminata in conflitto aperto. Il fatto che l’opzione nucleare non abbia prodotto conflitti negli ultimi tre casi esposti dal docente di Harvard, potrebbe portare a pensare che l’uso di tali armi ha posto fine alla trappola di Tucidide. Ma la possibilità di un conflitto convenzionale indiretto non è assolutamente da escludere.

Il casus belli potrebbe essere l’escalation con la Corea del Nord, oppure un’eventuale fornitura di missili a Taiwan o ancora le tensioni nel Mar cinese meridionale. I motivi di attrito tra Cina e Stati Uniti certo non mancano, nonostante l’apparente distensione tra Pechino e Washington dopo il recente summit a Mar-a-Lago tra Donald Trump e Xi Jingping.

Il nuovo inquilino della Casa Bianca, come il suo predecessore Barack Obama, non intende rinunciare al ruolo dominante occupato dagli Stati Uniti nella zona del Pacifico dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Trump può anche decidere di rinunciare ad accordi di carattere economico con i suoi partner strategici nell’area, come avvenuto nel caso del Partenariato trans-pacifico, ma non a quelli militari. Nonostante la richiesta di maggiori investimenti nel settore della difesa fatta pervenire a Tokyo (un simile invito è stato rivolto anche agli alleati europei), Trump ha rassicurato i giapponesi circa le intenzioni di Washington di continuare a considerare vitale il teatro asiatico.

L’installazione in Corea del Sud del sistema di missili antibalistici Thaad (Terminal high altitude area defense) per difendersi dalla Corea del Nord, ha confermato la volontà degli Stati Uniti di mantenere fede agli impegni presi con Seul. Una decisione che ovviamente ha provocato una dura presa di posizione da parte di Pechino, che considera la mossa statunitense una minaccia diretta alla sicurezza della Cina. Per i consiglieri di Trump la nuova sfida strategica e globale dunque, si gioca nel Pacifico e il competitore più agguerrito in quest’area è la Cina. Non è un caso che Pechino abbia annunciato di voler aumentare del 7 per cento la spesa pubblica destinata alla difesa, impegnando l’1,3 per cento del proprio pil.

La Cina è il secondo paese al mondo per investimenti militari, proprio dietro gli Stati Uniti. Nel 2015, il governo cinese ha speso quasi 140 miliardi di euro in armamenti. Nello stesso anno, gli Usa (presidenza Obama, premio Nobel per la Pace) hanno investito 570 miliardi. Per non parlare del gap che riguarda gli armamenti nucleari: la Cina possiede all’incirca 240 testate nucleari, contro le 1.700 degli Stati Uniti. Per colmare questo divario, secondo gli specialisti occorrerà almeno un decennio, esattamente il tempo necessario per consolidare la dominanza cinese in campo economico.

Foto Ansa

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