La “tragedia” delle élite contro il popolo

Trump ha dato voce a un’America non rappresentata da nessuno, ma insistere su un messaggio solo anti establishment è stato un boomerang

Tratto dal Centro Studi Livatino

Nonostante il trascorrere dei giorni, il dibattito su quanto accaduto a Washington il giorno dell’Epifania pare restare inchiodato alla contingenza, condizionato dalle appartenenze politico-culturali, se non proprio da un giudizio di tipo psicologico-morale sugli attori che occupano la scena, quando invece necessita di una valutazione d’insieme. La tragedia in corso è quella delle moderne democrazie liberali occidentali. Come tutte le tragedie, ha un prologo, un parodo (che fa entrare in scena il coro), tanti episodi attraverso i quali si dispiegano le scene, un esodo conclusivo.

1. La manifestazione del 6 gennaio, col comizio del Presidente Trump e la conseguente occupazione del Campidoglio, non esauriscono il quadro della “tragedia”, e nemmeno il prologo o la conclusione della stessa, come sostenuto dalla maggioranza dei commentatori: sono solo un episodio. Quello che è accaduto non è il frutto esclusivo delle azioni politiche di un leader momentaneo, che opera per un arco temporale relativamente breve, ma è frutto di un qualcosa che ha radici più datate nel tempo e profonde. Lo stesso “trumpismo”, per indicare qui, senza giudizi di valore, quanto accaduto tra la comparsa sulla scena pubblica di Trump all’inizio delle elezioni primarie nel febbraio 2016 e il 6 gennaio 2021, che potrebbe rappresentarne l’uscita, è un episodio della rappresentazione, non l’intera “tragedia”. In questo senso si è proposta, in parallelo alle vicende americane, l’immagine dei Vaffa-day italiani, vale a dire del primo grillismo che determinò l’irrompere sulla scena politica italiana di un soggetto politico inizialmente capace di trascendere, anzi rifiutare, la divisione tra Destra e Sinistra, e di attingere all’antipolitica pura: ovvero proprio quale episodio – sviluppato sulla scena italiana con caratteristiche, scenografia e allestimento diversi e non sovrapponibili a quelli di Oltre oceano – della tragedia delle moderne democrazie liberali occidentali e delle tensioni che le abitano.

2. Gli episodi precedenti narrano di una democrazia novecentesca che ha progressivamente spinto gli individui a desiderare al di fuori di ogni limite, e a promettere a ciascuno emancipazione e totale autodeterminazione individuale. Ciò ha determinato le prime esplosioni di frustrazione da promesse mancate: promesse che la democrazia non è più in grado di mantenere, anche a causa della globalizzazione e dei suoi squilibri, nonché dell’avvento del web e dei social network di massa. Questi ultimi da una parte hanno sgretolato qualunque residuo del principio di autorità, illudendo tutti di aver superato qualunque rapporto di diseguaglianza – sentendosi così legittimati a esprimere la propria post-verità su qualunque aspetto del reale -, e dall’altra hanno fornito a una ristrettissima cerchia di privati un arbitrio quasi assoluto sull’informazione e sulla libertà di espressione.

Gli episodi precedenti della tragedia narrano soprattutto della secessio plebis, conseguenza della rottura del legame sociale operata dalle élite: le élite cosmopolite e mondialista di tecnocrati, manager, agenti della comunicazione a tutti i livelli, dalla c.d. borghesia cognitiva, che occupa le cattedre universitarie, al circuito dei media globalizzati, all’industria dell’entertainment, che determinano le sorti delle società contemporanee. Si tratta di uomini e di donne che si sentono a casa propria soltanto quando si muovono, quando sono en route (verso una conferenza su veganesimo e cibi etnici, o l’inaugurazione di una nuova attività esclusiva, o un festival cinematografico internazionale lgbt), e lasciano volentieri l’idea di una residenza stabile e un rapporto col mondo produttivo a una middle class e a una classe operaia ritenute culturalmente e tecnologicamente arretrate, politicamente reazionarie, repressive nella morale sessuale, retrive nei gusti culturali.

Uno smart people – questo delle sedicenti élite – che a New York, a Bruxelles, a Londra, a Hong Kong si sente finalmente “moderno” e “civile”, ma vive in una “iperrealtà”: un mondo simulato di modelli computerizzati, dove non ne è più nulla del mondo comune e dove l’ossessione fondamentale è la «(ri)costruzione della realtà». Non conoscendo né passato né futuro, questo smart people identifica la tradizione col pregiudizio, vede nel senso comune, nella saggezza e nei costumi tradizionali della comunità un ostacolo al progresso. Non si spiega la persistenza della religione, un residuo atteggiamento popolare di ritrosia per l’aborto, l’attaccamento alla famiglia, un’etica della responsabilità personale e dell’onore, la fedeltà alla comunità d’origine e alla patria. Allora, l’establishment, elemento dentro il quale si sono amalgamate quelle élite, ri-costruisce la realtà proprio attraverso i suoi strumenti d’elezione – finanza mondiale, organismi internazionali, media globalizzati – ma anche attraverso la politica che lentamente ha permeato di sé e, per questa via, attraverso le leggi e il potere giudiziario: tutto viene utilizzato come spada per recidere il dissenso, per “negare ciò che tutti sanno”, per imitare grandemente le libertà tradizionali, e così correggere “l’uomo vecchio” e forgiare “l’uomo nuovo”.

Narrano, infine, gli episodi precedenti, che la rottura del legame sociale prodotta dalle élite, sommata alla frustrazione della classe media e della classe operaia rimaste ai margini dei processi di globalizzazione e a subirli, ha determinato negli ultimi decenni l’insorgere in tutto l’Occidente, in forme e misure diverse, ma con sempre maggior consenso elettorale, sentimenti di rabbia e risentimento trasversali contro l’establishment.

3. Lo storico e sociologo statunitense Christopher Lasch, nel descrivere magistralmente già nei primi anni 1990 questi fenomeni nel suo “La ribellione delle élite” – titolo che richiama “La ribellione delle masse” di Josè Ortega y Gasset del 1930 – immaginava, forse si augurava, che questa pulsione anti establishment potesse essere assunta dalle Sinistre e dai Partiti socialdemocratici, che sulla falsa riga del sindacalismo agrario e operaio americano dell’Ottocento, confluito prima nel People’s Party e poi nel Partito Democratico, l’avrebbero governata, provando a ricucire il corpo sociale.

In questi decenni le cose sono andate diversamente. La Sinistra occidentale, da Clinton a Obama, passando per Prodi e D’Alema, Blair, Schroeder e Hollande, non solo non ha saputo o voluto farsi carico della rabbia delle classi tradite dalle élite, ma si è schierata apertamente, anzi saldata, con queste ultime, ne ha assunto i tratti escludenti e ha pensato di sanare la frattura col popolo con un irrigidimento autoritario. Se, come detto, in Italia quella rabbia  anti-establishment ha trovato nel M5S manifestazione in forma di insofferenza qualunquistica e genericamente antipolitica, con i prodromi leggibili già in “tangentopoli” e in “Roma ladrona”, negli USA essa si è manifestata con caratteristiche diverse, perché diversa era ed è la consistenza e la storia di quel corpo sociale. Lì il disappunto verso le élite traditrici che governano la finanza, la comunicazione e la politica si è affiancato ai sentimenti dell’America popolare, tradizionale, non metropolitana, assumendo a tratti le caratteristiche di insorgenza, quale reazione alla rivoluzione delle élite.

4. Candidandosi nel febbraio 2016 alle primarie del Partito repubblicano, del quale non faceva parte e che criticava aspramente, Donald Trump ha sommato alla carica conservatrice di quell’area il suo impulso anti-establishment, esattamente come dall’altra parte provava a fare Bernie Sanders: il primo riuscì a prevalere, mentre il secondo soccombette alla più coerente espressione dell’establishment quale era (ed è) Hillary Clinton. Quest’ultima, con sorpresa generale, dovette cedere il passo per la Presidenza degli USA proprio all’anti-sistema Trump. Il discorso del giugno 2015, col quale Trump aveva annunciato la candidatura alle primarie, non è dissimile da quello del 6 gennaio 2021: tutto rivolto contro l’establishment, all’interno del quale torna a ricomprendere il suo Partito, reo di “tradirlo” decidendo di restare nel solco delle prassi costituzionali e dello stato di diritto, per quanto indubbiamente stressato dalla titanica impresa di fornire legittimazione a 100 milioni di voti per posta. Al tempo stesso è innegabile che nei quattro anni di Presidenza, “the Donald”, guidato anche dalla buona classa dirigente messa in piedi dal Partito repubblicano che egli aveva “occupato”, non solo si è fatto carico anche dei sentimenti dell’America popolare, tradizionale, non metropolitana, ma ha pure realizzato nell’azione di governo delle buone cose, divenendo quasi il frontman di una specie di reazione alla rivoluzione delle élite.

Non si deve dimenticare nemmeno che alla vittoria di Trump nel novembre 2016 è seguito da parte degli avversari uno sforzo di delegittimazione non dissimile da quello che si rimprovera al Trump degli ultimi due mesi verso la vittoria di Biden. Non coglie la complessità della questione lo sguardo che consideri la “violenza” politica del recentissimo Trump, e non la continua e violenta demonizzazione di cui sono stati fatti oggetto lui e il suo corpo elettorale: abbiamo dimenticato lo sprezzante deplorables rivolto il 9 settembre 2016 dalla signora Clinton agli elettori di Trump, cioè a mezza America, alla metà del suo stesso Paese[1]?In quel déplorables vi è la sintesi di tutti gli episodi della tragedia delle democrazie liberali occidentali prima sintetizzati. Possiamo non considerare, per venire alla cronaca recentissima, la violenza ed il piglio autoritario delle élite rivoluzionarie contro “il popolo minuto”, che si sostanzia nella cancellazione non solo dei profili social del Presidente in carica degli USA, ma anche di milioni di suoi sostenitori ed elettori in tutto il Paese?

5. In America si sono determinate le condizioni per cui establishment e forgotten people sono, di fatto, in guerra civile. Con i fatti del 6 gennaio Trump e il c.d. “trumpismo” c’entrano solo nella misura in cui intervengono come fattore di risposta ai sentimenti anti-establishment: una risposta che in certi momenti è stata opportuna, in altri molto di meno, come negli ultimi due mesi e nel giorno dell’Epifania.

Come ha messo in chiaro Joseph de Maistre, da sentimenti di reazione e di insorgenza può nascere il contrario della rivoluzione ma, se male guidati e tradotti sul piano dell’azione politica, anche una nefasta rivoluzione di segno contrario. Insistendo nella contestazione del voto – e dunque giungendo al punto da delegittimarlo -, pur quando tutti gli strumenti possibili previsti dall’ordinamento avevano fornito esito negativo, Trump ha ulteriormente allontanato in questi mesi dal Partito repubblicano l’elettorato più moderato, e ha provocato la sconfitta nella corsa per gli ultimi due seggi del Senato in Georgia, così consegnando ai Dem la maggioranza anche al Senato (che invece era il vero bene realisticamente da preservarsi dopo la sconfitta di novembre).

Insistere sul punto e tornare a un messaggio esclusivamente anti establishment, anche contro il partito che nel bene o nel male è in parte espressione dell’America popolare, tradizionale, non metropolitana, senza la quale non vi è alcuna possibilità di fare “il contrario della rivoluzione”, mentre una manifestazione si radunava davanti al Campidoglio, è stato un boomerang: rischia di creare una frattura con l’opinione pubblica conservatrice, ha fatto sì che fosse definitivamente offuscato quanto di buono fatto nei quattro anni di Presidenza, soprattutto ha consentito alle élite in guerra contro il popolo la vittoria nella partita di dipingere “the Donald” innanzi all’opinione pubblica mondiale come il demonio in terra.

6. Sotto la cenere dei vulcani sui quali sono sedute le democrazie liberali occidentali cova il magma di una guerra civile globale, rispetto alla quale la reazione non può essere né quella di rifiuto sprezzante delle “plebi” e di autoritarismo soft delle élite mondialiste, che al posto degli gli eserciti usano le leve della finanza e della comunicazione, oltre che della politica e del potere giudiziario; ma nemmeno quella di chi vuole strumentalmente utilizzarla per dare vita a una rivoluzione di segno contrario, che inevitabilmente distrugge quel poco di corrispondente all’ordine naturale, in termini di autorità, istituzioni, corpi intermedi, che invece resta e va rispettato.

Non è certo con la mancata rielezione di Trump e con l’elezione di Biden che in Occidente si sono ridotte quella frustrazione e quella contrapposizione tra élite e “popolo minuto” che stressano le democrazie.  L’ignoto epilogo della tragedia sta piuttosto nella capacità di leggere, accogliere, guidare e trasformare in azione politica questi sentimenti.


[1] Fra i riflessi in Italia di questo atteggiamento brilla il post su fb dell’8 gennaio del sindaco di Bergamo, il pd Giorgio Gori: “guardo e riguardo queste persone sfilare. Chi sono? Proletari, mi verrebbe da dire. Poveracci poco istruiti, facilmente manipolabili, junk food e fake news, marionette nelle mani di uno sciagurato (…)”.

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